Occupazione record, ma non per i giovani

Per la prima volta dal 2012, la disoccupazione è sotto la soglia del 10%, attestandosi al 9,7%. Secondo i dati Istat  relativi al mercato del lavoro italiano ad agosto 2018 il tasso di occupazione è arrivato al 59%, con più 69.000 occupati rispetto a luglio. Un record mai registrato nel nostro Paese. Almeno dal 1977, anno in cui si è dato il via alle rilevazioni. Ma non è tutto oro quello che luccica. Gli esperti puntano il dito in direzione della qualità del lavoro, e soprattutto verso la natura dei contratti che hanno portato così in alto il tasso di occupazione. In particolare i contratti a termine, mai stati così tanti dal 1992. Ma il vero problema è ancora la disoccupazione giovanile.

I disoccupati tra i 15 e i 24 anni sono il 31%

Se infatti nella fascia di età tra i 50 e i 64 anni si è arrivati a oltrepassare il 60% di occupazione, per quanto riguarda gli under 24 la situazione non migliora, anzi, peggiora. Rispetto a luglio la disoccupazione giovanile è aumentata dello 0,2%, portando così al 31% i disoccupati tra i 15 e i 24 anni.

“Il forte scollamento tra mondo della scuola e mondo del lavoro continua a pesare fortemente sui dati relativi all’occupazione giovanile”, spiega Carola Adami, CEO e founder dell’agenzia di ricerca e selezione del personale Adami & Associati. Del resto il gap tra domanda e offerta di lavoro è destinato a crescere ulteriormente, nonostante la ripresa che gli stessi dati Istat dimostrano in modo piuttosto palese.

“L’Italia non forma un numero sufficiente di professionisti nel campo Itc”

“Le aziende italiane, in piena digital trasformation, sono alla ricerca di figure Ict formate ed esperte, in grado dunque di accompagnare questa evoluzione interna – sottolinea Adami – purtroppo, però, alcune di queste ricerche sono destinate a restare insoddisfatte, in quanto l’Italia, a oggi, non forma un numero sufficiente di professionisti nel campo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione”. Del resto sono gli stessi numeri a dimostrare il fatto che i laureati in ingegneria, seppure in aumento, sono ancora troppo pochi, anche per via dell’alto tasso di abbandono degli studi (che sfiora il 60%). Ed è per questo motivo che le aziende italiane faticano non poco a individuare figure come i Data Analyst, i Web Developer, e i System Engineer.

Il paradosso del mercato del lavoro

Si ripropone dunque il paradosso del mercato del lavoro italiano: laddove molti giovani continuano a ricercare un’occupazione le aziende si sfidano l’un l’altra per assicurarsi i pochi talenti formati dalle scuole e dalle università italiane.

Ai primi non resta che lavorare sulle proprie competenze, fissando obiettivi realizzabili, mentre le seconde devono ottimizzare i processi di ricerca e di selezione, per non lasciarsi sfuggire i, pochi, professionisti in grado di supportare l’evoluzione digitale.

Autunno, gli alimenti alleati del buonumore

Scendono le temperature, le giornate diventano più corte, e gli impegni quotidiani incombono. Mancanza di energia, spossatezza, sonnolenza, malinconia e riduzione della produttività sono alcuni dei sintomi da cambio di stagione. Che per molti  non è indolore, e necessitano di un periodo di assestamento perché il fisico e l’umore si stabilizzino. Per recuperare vitalità e benessere un aiuto attiva dalla tavola, privilegiando una serie di alimenti che stimolano la produzione di sostanze che aiutano il buonumore, o le contengono direttamente. Come le vitamine del gruppo B, il ferro, il potassio e il magnesio.

Vitamine del gruppo B, sali minerali e amminoacidi

In particolare, la vitamina B12 favorisce il buon funzionamento del sistema immunitario e la formazione dei globuli rossi, mentre le vitamine B2 e B6 contribuiscono a ridurre il senso di stanchezza e affaticamento. Anche il ferro aiuta a contrastare la stanchezza, mentre il potassio è utile per il benessere del cervello e per l’equilibrio della pressione sanguigna, riporta Askanews.

Il magnesio aiuta invece ad affrontare i periodi di tensione, e gli acidi grassi omega 3 e il triptofano (un amminoacido presente nella maggior parte delle proteine che assumiamo con gli alimenti) migliorano umore, concentrazione e memoria. Il triptofano ha anche un effetto positivo sullo stress, perché in presenza di vitamine del gruppo B, di carboidrati e ferro aumenta la produzione della serotonina.

Latte, yogurt, mandorle, uova, pasta e banane

Ecco i 12 alimenti che non dovrebbero mancare in una dieta quotidiana, soprattutto durante il cambio di stagione. Primi fra tutti latte e yogurt, fonti di calcio, minerale dal ruolo fondamentale in molti processi del nostro organismo, che contribuisce anche d attenuare insonnia e nervosismo. Poi mandorle, perché la frutta secca è ricca di magnesio, e aiuta a proteggere il nostro corpo da stanchezza fisica e mentale. E le uova, un vero e proprio toccasana per il nostro umore, ricche di vitamina D, vitamina E, zinco e Omega 3, che influiscono positivamente sul funzionamento del nostro organismo.

Anche la pasta è una buona fonte di energia, in particolare di carboidrati e di triptofano. E ancora le banane, ricche di potassio e magnesio.

Pesce, carne, cioccolato, avena, miele e lenticchie

Tra i pesci, salmone e tonno sono ricchi di Omega 3, acidi grassi essenziali che agiscono sulla serotonina e sono preziosi per il funzionamento del nostro cervello. Sì anche alla carne di pollo, ricca di proteine, ma povera di grassi, e alla bresaola, ricca di proteine, vitamine del gruppo B, zinco, ferro e selenio. Molto conosciuto l’effetto antidepressivo del cioccolato, ricco di triptofano, aiuta a ridurre lo stress e ci regala una piacevole sensazione di benessere.

Ma anche l’avena sa il fatto suo: è un cereale ricco di fibre, carboidrati ed è una buona fonte proteica. Per non parlare del miele, alimento dalle proprietà antibatteriche e cicatrizzanti, e delle lenticchie, un legume nutriente che contiene ferro, potassio e fosforo.

Tasse: quasi 200 miliardi in più in 20 anni. Ma l’evasione è al 16,3%,

Sono quasi 200 miliardi le tasse che i 41 milioni di contribuenti italiani hanno pagato in più in vent’anni. Dal 1997 al 2017 il peso delle imposte è aumentato di 198 miliardi di euro, passando da 304 a 502 miliardi.

Lo rivela l’ultima analisi dell’Ufficio Studi della Cgia di Mestre, che evidenzia come nel periodo considerato le entrate tributarie siano cresciute di oltre 65 punti, un livello nettamente superiore all’andamento dell’inflazione (+43 punti percentuali).

La ricerca ha valutato però anche l’ammontare delle imposte sottratte al fisco. A livello nazionale si tratta di una cifra che si aggira intorno ai 114 miliardi di euro, con un tasso di evasione pari al 16,3%, e punte del 24,7% in Calabria, del 23,4% in Campania e del 22,3% in Sicilia.

Gli italiani “lavorano” per il fisco 4 giorni in più rispetto alla media europea

Nel 2016, l’ultimo anno in cui è stato possibile effettuare una comparazione fra i paesi Ue, i contribuenti italiani hanno lavorato per il fisco per 154 giorni lavorativi, 4 giorni in più rispetto alla media registrata nei Paesi dell’area euro, e 9 con la media dei 28 Paesi dell’Unione.

Solo la Francia presenta un numero di giorni di lavoro superiore a quello italiano (+21). Tutti gli altri hanno potuto festeggiare la liberazione fiscale con un netto anticipo. In Germania, ad esempio, 7 giorni prima di noi, in Olanda 12, nel Regno Unito 27 e in Spagna 28. Il paese più virtuoso è l’Irlanda: con una pressione fiscale del 23,6% permette ai propri contribuenti di assolvere gli obblighi fiscali in soli 86 giorni lavorativi.

L’evasione fiscale assume dimensioni economiche preoccupanti

In linea generale in nessun altro Paese d’Europa viene richiesto uno sforzo fiscale come in Italia. “La nostra giustizia civile è lentissima, la burocrazia ha raggiunto livelli ormai insopportabili, la Pubblica amministrazione rimane la peggiore pagatrice d’Europa – segnala il segretario della CGIA Renato Mason – e il sistema logistico-infrastrutturale registra ritardi spaventosi: nonostante queste inefficienze, la richiesta del nostro fisco si colloca su livelli elevatissimi e, per tali ragioni, appare del tutto ingiustificata”.

E con un carico impositivo smisurato l’evasione fiscale assume dimensioni economiche preoccupanti.

“Paghiamo anche le tasse sulle tasse”

“L’armamentario fiscale italiano è composto da oltre 100 voci – si legge nella ricerca – una sequela di addizionali e bolli, dai canoni ai contributi, dai diritti alle imposte per passare alle ritenute”. Senza contare che paghiamo anche le tasse sulle tasse. Un esempio? Quando facciamo il pieno alla nostra auto la base imponibile su cui si applica l’Iva è composta anche dalle accise sui carburanti.

Oltre all’eccessivo carico fiscale il problema è anche il peso della burocrazia fiscale in capo agli imprenditori. Al netto delle tariffe applicate dai commercialisti per la tenuta della contabilità aziendale, fra obblighi, dichiarativi, certificazione dei corrispettivi, tenuta dei registri, i costi ammontano a circa 3 miliardi di euro all’anno.

Italia, il Fisco pesa ancora troppo: è al 48,3%

La pressione fiscale in Italia non molla la presa. Quella reale, infatti si attesterebbe al  48,3%, ovvero 6,1 punti percentuali in più rispetto a quella ufficiale. L’unica buona notizia è che, rispetto al 2014,  si sia leggermente allentata. Ma il tetto resta troppo alto. A rilevarlo è la stima è dell’Ufficio studi della Cgia, che ha condotto un monitoraggio sul trend della pressione fiscale. In una nota, la Cgia scrive che se la pressione risulta “in calo rispetto agli anni precedenti”, il peso complessivo del fisco “rimane comunque ad un livello insopportabile”. E ancora: “Se alle troppe tasse aggiungiamo il peso oppressivo della burocrazia, l’inefficienza di una parte della nostra pubblica amministrazione e il gap infrastrutturale che ci separa dai nostri principali competitori economici, non c’è da stupirsi che serpeggi un certo malessere soprattutto tra gli imprenditori del Nordest. Tra le altre cose, a causa di tutte queste criticità, continuiamo a rimanere il fanalino di coda in Ue per quanto riguarda gli investimenti diretti esteri” spiega il coordinatore Cgia Paolo Zabeo.

Il 2019 potrebbe essere “tosto”

Non sono confortanti nemmeno le previsioni per il 2019. Stando al rapporto, la pressione fiscale potrebbe crescere “sia perché la crescita del Pil è data in frenata da tutti gli organismi internazionali, sia a seguito di un possibile aumento del prelievo fiscale”. “Nel caso, infatti, non si dovessero trovare 12,4 miliardi di euro, dal 1 gennaio 2019 l’aliquota Iva, attualmente al 10%, salirebbe all’11,5%; altresì, quella attuale del 22% schizzerebbe addirittura al 24,2%” spiega la Cgia, per la quale “è molto probabile” che per il 2019 si dovrà nuovamente mettere mano ai conti pubblici “per quasi 10 miliardi”, oltre a dover reperire circa 2 miliardi di euro per il rinnovo del contratto di lavoro degli statali, ulteriori 500 milioni di spese ”indifferibili” e altri 140 milioni per evitare l’aumento delle accise sui carburanti a partire dal 1 gennaio 2019. La nota riporta ancora che “Viste le difficoltà incontrate con il decreto dignità non è da escludere che almeno una parte di questi 25 miliardi di euro possa essere finanziata attraverso un incremento del prelievo fiscale. Un’ipotesi che l’esecutivo ha scartato da tempo, ma che potrebbe essere costretto a ricorrere in mancanza di alternative”.

Come è stato effettuato il calcolo

Il rapporto della Cgia spiega anche come è stato calcolato il dato sulla pressione fiscale stimata:  si basa sul calcolo di un Pil nazionale che include anche l’economia non osservata, riconducibile alle attività irregolari che, non essendo conosciute al fisco, almeno in linea teorica non versano né tasse, né imposte e né contributi. E secondo l’Istat, prosegue la nota, l’economia non osservata nel 2015 ammontava a 207,5 miliardi di euro (pari al 12,6 per cento del Pil). E lo stesso parametro è stato adottato dall’Ufficio studi della Cgia per gli anni 2016, 2017 e 2018.  “Siccome la pressione fiscale ufficiale è data dal rapporto tra le entrate fiscali/contributive e il Pil prodotto in un anno, nel 2018 questa è destinata a scendere al 42,2% al lordo del bonus Renzi” precisa la nota pubblicata da AdnKronos. “Tuttavia se ‘togliamo’ dalla ricchezza prodotta la quota addebitabile al sommerso economico e alle attività illegali che, almeno in linea teorica, non producono nessun gettito per l’erario, il Pil diminuisce (quindi si riduce il denominatore) facendo aumentare il risultato che emerge dal rapporto” conclude la Cgia. Quindi “la pressione fiscale ‘reale’ che grava su lavoratori dipendenti, sugli autonomi, sui pensionati e sulle imprese che pagano correttamente le tasse è superiore a quella ufficiale di 6,1 punti: per l’anno in corso è destinata ad attestarsi al 48,3%”.

Dove vanno in vacanza gli italiani? Le risposte nell’Osservatorio Astoi Confindustria Viaggi

Ci sono alcuni dati molto interessanti nell’Osservatorio sulle vacanze degli italiani nell’estate 2018 condotto da Astoi Confindustria Viaggi. Il primo, è che nell’era dell’on line cresce la tendenza degli italiani ad affidarsi a tour operator e agenzie di viaggio. Ancora, gli italiani, notoriamente ritardata, hanno scoperto i vantaggi della prenotazione anticipata. Per quanto riguarda le mete preferite, nel nostro Paese è boom per il Sud, mentre tornano ad avere appeal Mar Rosso e Tunisia. Tra le mete più lontane, le preferite sono Giappone, Thailandia, Stati Uniti.

Italiani sempre meno fai da te

‘’Osservatorio Astoi Confindustria Viaggi, l’Associazione che rappresenta oltre il 90% del mercato del tour operating italiano, segnala che sono in aumento gli italiani che preferiscono interfacciarsi con professionisti che forniscono consulenza in carne e ossa e si affidano così alla filiera agenzia di viaggi – tour operator. Il portafoglio prenotazioni dei tour operator Astoi evidenzia, infatti una crescita di circa il 13% rispetto allo scorso anno pari periodo, superiore al tasso di crescita del mercato. E se anni fa il cosiddetto “turista medio” aspettava i last minute senza esprimersi sulle mete, cercando solo di spendere il meno possibile, è da tempo che gli italiani hanno cambiato radicalmente atteggiamento: le formule di Advance Booking riscuotono sempre maggiore successo. Le persone non scendono a patti su dove vogliono andare e per aggiudicarsi le condizioni economiche più vantaggiose programmano con mesi di anticipo la partenza. La prenotazione anticipata, in incremento di circa il 18% rispetto allo scorso anno, arriva ad incidere fino al 75% sul totale dei volumi.

Comportamenti dell’estate 2018

Gli italiani vanno in agenzia per acquistare i loro viaggi e apprezzano sempre più i viaggi organizzati. Dai millennial che cercano mete balneari low cost e week end in Europa, a coloro che vogliono soggiornare in Italia. La durata preferita della vacanza estiva è di 10 giorni, qualunque sia la destinazione e la tipologia di vacanza prescelta: dal villaggio al residence, dalla crociera al tour. Per le destinazioni, l’Italia del Sud è la regina delle preferenze di chi sceglie di rimanere nel Belpaese: Sardegna, Puglia, Sicilia e Calabria sono le regioni più prenotate, e vedono anche una buona percentuale di repeaters. Nel medio raggio il dato numericamente più forte è legato al ritorno del Mar Rosso egiziano, con crescite oltre il 100% e anche della Tunisia. La Grecia piace sempre e ancora in Europa si registra un interesse in crescita verso l’Irlanda.

Sui viaggi intercontinentali si registra un  grande successo per il Giappone, e sempre in Oriente, Indonesia e Thailandia. Gli Stati Uniti, in particolare quelli del nord, tornano a piacere dopo la flessione dell’estate 2017, spesso abbinati a soggiorni mare nelle Antille. Ottimi risultati per Sudafrica, Namibia e Oceano Indiano.

La corruzione divora 10 miliardi di Pil all’anno

Negli ultimi 10 anni in Italia la corruzione ha letteralmente divorato 10 miliardi di euro l’anno di Pil: 100 miliardi in dieci anni. Secondo lo studio di Unimpresa sui costi dell’illegalità, la corruzione inoltre fa diminuire gli investimenti esteri nel nostro Paese del 16%, e fa aumentare del 20% il costo complessivo degli appalti. E non è tutto: le aziende che operano in un contesto corrotto crescono in media del 25% in meno rispetto alle concorrenti che operano in un’area di legalità. In particolare, le piccole e medie imprese, che hanno un tasso di crescita delle vendite di oltre il 40% inferiore rispetto a quelle grandi.

Il costo annuo della corruzione nell’Ue raggiunge 120 miliardi di euro

Lo studio di Unimpresa parte dal presupposto che il costo della corruzione nell’Ue raggiunga 120 miliardi di euro l’anno, pari all’1% del Pil dell’Unione. A livello mondiale, poi, ogni anno si pagano più di 1.000 miliardi di dollari in tangenti, e si perde circa il 3% del Pil mondiale. Danni economici a cui si aggiungono quelli altrettanto gravi del degrado etico e sociale.

In Italia crolla il punteggio dell’Indice di percezione della corruzione

Unimpresa rileva inoltre che il peggioramento di un punto dell’Indice di percezione della corruzione (Cpi) determina una riduzione annua del Pil pari allo 0,39%, e del reddito pro capite pari allo 0,41%, e riduce la produttività del 4% rispetto al prodotto interno lordo.

Poiché l’Italia nell’ultimo decennio ha visto un crollo del proprio punteggio nel Cpi da 5,5 a 3,9, Unimpresa stima una perdita di ricchezza causata dalla corruzione pari a circa 10 miliardi di euro annui in termini di Pil, circa 170 euro annui di reddito pro capite, e oltre il 6% in termini di produttività.

Particolarmente pesante, secondo l’associazione, è l’impatto di questi costi sulla crescita del Paese, perché la corruzione diffusa altera la libera concorrenza favorendo la concentrazione della ricchezza fra coloro che la accettano e ne beneficiano, a scapito di chi si rifiuta di accettarne le condizioni.

Se la corruzione assume carattere endemico e pervasivo diviene sistema

Secondo gli analisti dell’associazione, quando la corruzione assume carattere endemico e pervasivo diviene sistema, ed è addirittura in grado di falsare la rappresentanza democratica e compromettere la stabilità governativa di un Paese.

“Le indagini di questi giorni sulla città di Roma – commenta il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara – rendono urgente un intervento serio da parte del governo e del Parlamento per ridurre i costi dell’illegalità che gravano sulle imprese italiane”.

Inoltre, sempre secondo Unimpresa, sono proprio le stesse leggi che, omettendo di prevedere precisi vincoli di destinazione e rigorosi obblighi di rendiconto all’attività di spesa, creano i presupposti per favorire la dissipazione illecita del denaro pubblico.

La camera d’albergo perfetta? Comoda, silenziosa e ben accessoriata

“Sia per gli uomini d’affari che per i turisti, la qualità delle stanze è il motivo principale alla base della scelta di un hotel”: lo dice il report sulla  fedeltà ai brand alberghieri di PwC, una recente ricerca che ha analizzato nel profondo le motivazioni per cui le persone optano per una struttura alberghiera piuttosto che un’altra.  L’analisi è stata poi elaborata da Trivago,  primario portale on line per la comparazione dei prezzi degli hotel di tutto il mondo. Le indicazioni a disposizione del comparto sono davvero interessanti.

Gli ospiti vogliono di più

In estrema sintesi, quello che emerge con forza dagli studi è che i clienti degli hotel vogliono di più, molto di più, di un semplice tetto sulla testa, per quanto possa essere confortevole. Quello che desiderano è un’esperienza a 360 gradi, in cui la camera è un elemento fondamentale, a prescindere dalle stelle e dalla categoria della struttura. Gli ospiti, quindi, desiderano essere viziati, sorpresi, coccolati. E la differenza la fanno i dettagli, gli accessori, i servizi. Qui un excursus di quello che non dovrebbe mai mancare in una stanza d’albergo.

Cuscini e lenzuola

Il letto deve essere comodo. In fondo, si va in albergo perché si è lontani da casa e si desidera un nido caldo e accogliente dove riposarsi. Ovviamente, cuscini e lenzuola devono essere all’altezza. Se possibile, quindi, dovrebbero essere posizionati sul letto cuscini di diverso grado di morbidezza e altezza. E, soprattutto, le lenzuola dovrebbero essere di materiali naturali, traspiranti e ovviamente immacolate e ben stirate. Nei mesi più freddi, poi, sarebbe opportuno vestire il letto con un soffice piumone, sempre pulitissimo.

Asciugamani

Se per le mani si possono anche posizionare nel bagno degli asciugamani elettrici, per la doccia gli asciugamani dovrebbero essere grandi, bianchi, morbidi e in perfetto stato. Gli asciugamani di qualità danno un senso di lusso. Attenzione anche alle misure: quelli per il corpo devono coprire… tutto il corpo. Spesso le stanze d’hotel non sono singole e anche chi viaggia per lavoro potrebbe condividere lo spazio con un collega.

Dotazioni in bagno

Mai senza sapone, anche in dispenser, shampoo, kit di cortesia. E’ una piccola coccola che però fa la differenza. Idem per l’asciugacapelli, che non deve mai mancare in un albergo che possa definirsi tale. Per non correre il rischio di incorrere in furti o manomissioni, gli albergatori possono installare un phon da parete: quelli moderni sono belli, dal design ricercato e soprattutto offrono alte prestazioni a fronte di consumi energetici davvero contenuti. Per avere un’idea di quello che propone il mercato, Mediclinics è un’azienda specializzata in questa tipologia di prodotti, oltre che in asciugamani elettrici, dispenser, fasciatoi e accessori per l’hotellerie. Agli alberghi, offre una linea di asciugacapelli da parete quali piccoli phon a pistola con funzionamento a grilletto (in modo che non possano rimanere accesi incustoditi), o in alternativa quelli con tubo estendibile in plastica. Sempre funzionali, sempre disponibili, sono pensati esclusivamente per l’utilizzo privato in camera.

Bevande e wifi

Spesso i clienti si lamentano dei prezzi stratosferici del minibar. Un piccolo omaggio, ma assai gradito, è quello di far trovare in camera una bibita e dell’acqua in bottiglia senza sovrapprezzo. La stessa cosa, dovrebbe accadere per il wifi, che già oggi è gratuito nella maggior parte delle strutture di un certo livello.

Giacche Freaky Nation | Qualità e voglia di osare

Hai già dato un’occhiata al nuovo catalogo Freaky Nation? Questo marchio giovane e anticonformista, nato nel 2007 e da subito in grado di conquistare l’attenzione di chi ama indossare giacche e abbigliamento in pelle in grado di stupire, presenta una collezione che non ha paura di osare con la sua eccentricità. Parliamo di un gruppo, quello Manipol di cui Freaky Nation fa parte, che è leader nella produzione di capi in pelle nonchè garanzia di qualità che deriva dall’oculata selezione delle materia prima da impiegare e dall’assoluta meticolosità applicata in ciascuna delle fasi di lavorazione. È proprio questo mix esplosivo fatto di qualità e voglia di osare a regalare ad ogni creazione Freaky Nation quello stile giovane ed inconfondibile, che va aldilà degli schermi per consentire a ciascuno di vestire mostrando agli altri parte della propria personalità e del modo di intendere la vita.

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La chat russa Telegram bloccata da Mosca: è terreno fertile per i cybercriminali

Telegram è al centro di uno scontro in Russia. L’app di messaggistica russa alternativa a WhatsApp ormai è diventata il nuovo terreno fertile degli hacker e i cybercriminali per commettere attività illegali. E dopo essere già stata rimossa dall’App Store per contenuti inappropriati il 31 gennaio di quest’anno, ora è stata bloccata dalle autorità di Mosca. Telegram infatti non concede al governo le chiavi della crittografia che danno accesso ai messaggi degli utenti.

A essere maggiormente utilizzati dai cybercriminali sono i gruppi di chat ospitati da Telegram, i cosiddetti canali. Lo sostiene la società di sicurezza Check Point Software Technologies, che ha condotto una ricerca sul “caso” Telegram.

La chat ospita canali clandestini che contengono offerte di lavoro illecite

Tra i canali clandestini di Telegram scoperti dal team di ricerca di Check Point Software Technologies ci sono quelli denominati Dark Jobs, Dark Work e Black Markets. Il primo può contenere offerte di lavoro illecite contrassegnate con un codice colore. Il nero, ad esempio, contrassegna le offerte di lavoro pericolose dal punto di vista legale, mentre il grigio o il bianco vengono utilizzati quando la pericolosità della “mansione” diminuisce, riferisce Ansa.

All’interno dei canali può inoltre verificarsi la vendita di strumenti di hacking e di documenti rubati, e perfino la possibilità di falsificarli.

“Una valida alternativa ai forum segreti presenti sul Dark Web”

Come viene spiegato nella ricerca, la chat di Telegram, a differenza di WhatsApp, “è caratterizzata da un livello di sicurezza più elevato, è più riservata e meno accessibile e questi elementi la rendono una valida alternativa ai forum segreti presenti nel Dark Web. Gli hacker riescono così a mantenere sulla piattaforma la propria identità completamente nascosta perché possono godere di chat pubbliche e private crittografate”.

La protezione dei dati personali e la segretezza paradossalmente facilitano le attività criminose

Se da una parte “C’è una richiesta di mercato per le tecnologie di protezione”, commenta Gabriele Faggioli, Responsabile Osservatorio Information Security & Politecnico di Milano e presidente del Clusit, l’Associazione italiana per la Sicurezza Informatica, dall’altra troppa protezione può attirare chi per motivi illeciti ha necessità di agire in segreto. Il paradosso quindi è che sia la protezione dei dati personali sia la segretezza facilitano le attività criminose.

La partita perciò “si giocherà sulle richieste da parte delle autorità investigative nell’avere il contenuto delle conversazioni”, continua Faggioli. All’app di Pavel Durov spetta ora il compito di risolvere il paradosso della “privacy”.

YouTube sotto accusa: viola la norma sulla privacy dei bambini

Le associazioni di consumatori Usa accusano YouTube di violare la privacy dei bambini. Secondo le associazioni la piattaforma di condivisione video consente la diffusione di pubblicità mirate proprio a loro. E questo nonostante YouTube affermi di rivolgersi a utenti dai 13 anni in su. Sempre secondo le associazioni di consumatori americane, Google inoltre ottiene profitti rilevanti dai messaggi promozionali dedicati ai più piccoli, messaggi che compaiono sul servizio di condivisione video, oltre a raccogliere informazioni personali sui minori senza il consenso dei genitori.

Attraverso YouTube Google raccoglie dati sui minori e li usa per indirizzare la pubblicità

Le 23 associazioni hanno perciò presentato un ricorso alla Federal Trade Commission (FTC), sostenendo che Google raccoglie informazioni personali sui minori attraverso YouTube, tra cui localizzazione, identificazione degli apparecchi, numeri di telefono mobile, e li usa per indirizzare la pubblicità ai minori su Internet, apparentemente senza il consenso dei genitori.

Gli inserzionisti pubblicitari pagano a Google un premio per inserire le loro pubblicità nelle sezioni “famiglia e bambini”

YouTube infatti è tra le piattaforme video più seguite dai bambini, e offre molti programmi progettati e promossi proprio per questo tipo di pubblico. La piattaforma, riferisce Askanews, diffonde appunto canali dedicati ai bambini, come ChuChu, TV Nursery Rhymes & Kids Songs, che contano milioni di sottoscrittori. E gli inserzionisti pubblicitari pagano a Google un premio per inserire le loro pubblicità nelle sezioni “famiglia e bambini”, compresi i canali indirizzati ai più piccoli.

“Un sito che pullula di cartoni animati, canzoncine e pubblicità di giochi”

 

“Per anni, Google ha abdicato alle sue responsabilità nei confronti di bambini e famiglie, sostenendo in malafede che YouTube, un sito che pullula di cartoni animati, canzoncine per bambini e pubblicità di giochi, non è per bambini sotto i 13 anni”, ha spiegato Josh Golin, dell’associazione Campaign for a Commercial-Free Childhood, una delle firmatarie del ricorso.

Google “ha agito in modo sleale, sostenendo falsamente nei suoi termini di servizio che YouTube è destinato solo a chi ha più di 13 anni e attirando deliberatamente i bambini in un parco giochi pieno di pubblicità”, aggiunge Jeff Chester del Center for Digital Democracy. Contattato da AFP, un portavoce di Google sostiene invece che “proteggere bambini a famiglie è sempre stata la nostra massima priorità. Dato che YouTube non è per bambini – continua il portavoce – abbiamo investito in misura significativa nella creazione della app YouTube Kids per offrire un’alternativa specificamente progettata per i bambini”