In Italia si celebrano più matrimoni, ma sempre più tardi

Negli anni più recenti, ovvero nel biennio 2015-2016, si assiste a un lieve aumento dei matrimoni, anche dovuto agli effetti del Decreto legge 132/2014, sull’introduzione dell’iter extra-giudiziale per separazioni e divorzi consensuali, e della Legge 55/2015 sul cosiddetto Divorzio breve, che hanno semplificato e velocizzato la possibilità di porre fine al matrimonio in essere, consentendo a un numero maggiore di coppie rispetto al passato, di potersi risposare. Secondo i dati contenuti nel Report dell’Istat su Matrimoni e Unioni civili 2018, la diminuzione dei primi matrimoni, per i quali cresce l’età in cui vengono celebrati, è invece da mettere in relazione in parte con la progressiva diffusione delle libere unioni.

Nel 2018 +4.500 “sì”, il 19,9% sono seconde nozze

Nel 2018 in Italia sono stati celebrati 195.778 matrimoni, circa 4.500 in più rispetto all’anno precedente (+2,3%). Cresce però l’età del fatidico sì. E attualmente gli sposi al primo matrimonio hanno in media 33,7 anni e le spose 31,5, rispettivamente 1,6 e 2,1 anni in più rispetto al 2008. Le seconde nozze, o successive, dopo una fase di crescita rilevata negli ultimi anni, dovuta anche all’introduzione del “divorzio breve”, rimangono stabili rispetto all’anno precedente. E la loro incidenza sul totale dei matrimoni raggiunge il 19,9%.

Quadruplicano le unioni civili, e aumento le convivenze prematrimoniali

Dal biennio 1997-1998 al 2017-2018 le unioni civili sono più che quadruplicate, passando da circa 329 mila a 1 milione 368 mila. L’incremento è dipeso prevalentemente dalla crescita delle libere unioni di celibi e nubili, passate da 122 mila a 830 mila circa. Accanto alla scelta delle libere unioni come modalità alternativa al matrimonio, sono in continuo aumento le convivenze prematrimoniali, le quali possono avere un effetto sul rinvio delle nozze a età più mature (posticipazione del primo matrimonio). Ma è soprattutto la protratta permanenza dei giovani nella famiglia di origine a determinare il rinvio delle prime nozze.

Nozze con stranieri e tra sposi dello stesso sesso

Nel 2018 sono state celebrate 33.933 nozze con almeno uno sposo straniero, il 17,3% del totale dei matrimoni, una proporzione in leggero aumento rispetto all’anno precedente. Nel 2018 sono state costituite 2.808 unioni civili tra coppie dello stesso sesso presso gli Uffici di Stato civile dei comuni italiani. Queste si vanno a sommare a quelle già costituite nel corso del secondo semestre 2016 (2.336), anno di entrata in vigore della Legge 20 maggio 2016, n. 76, e dell’anno 2017 (4.376). Come nelle attese, dopo il picco avutosi subito dopo l’entrata in vigore della nuova legge il fenomeno si sta ora stabilizzando.

Italiani i più longevi, ma fanno meno figli

In 10 anni gli over 65 sono aumentati di 1,8 milioni. E con il 22,8% di anziani l’Italia si colloca sul podio europeo per longevità, seguita da Grecia (21,9%), Portogallo (21,7%), Finlandia (21,6%) e Germania (21,5%). Nello stesso periodo però i giovani under 35 sono diminuiti di 1,5 milioni. Una tendenza all’invecchiamento, quindi, che aumenterà progressivamente. Le previsioni per il 2051 annunciano infatti che dagli attuali 13,7 milioni di anziani si passerà a 19,6 milioni, per un’incidenza sul totale della popolazione pari al 33,2%, e un incremento del +42,4%. Lo conferma il primo Rapporto Censis-Tender Capital, secondo il quale il calo delle nascite nel nostro Paese registra un vero e proprio crollo: -23,7%.

Il numero dei centenari dal 2001 aumenta del +129%

Ma non è tutto. Salgono in maniera esponenziale gli ultra 80enni, che nel 2019 sono 4,3 milioni e rappresentano il 7,2% della popolazione (+74,9% dal 2001).

Gli ultranovantenni, invece, sono 774.528, e dal 2001 (+94,5%), e cresce anche il numero dei centenari, arrivati a 14.456: +129% dal 2001, quando erano 6.313.

Il problema però è che il 20,7% degli anziani, oltre 2,8 milioni di persone, non è autosufficiente, e oltre gli ottant’anni la quota di non autosufficienti supera il 40%. Il fabbisogno assistenziale fino a oggi è stato coperto soprattutto dalle famiglie, che garantiscono assistenza diretta in almeno 7 casi su 10, e dalle badanti (circa 1 milione), con una spesa per le famiglie stimata in circa 9 miliardi di euro.

Circa 1 milione di anziani non beneficia di assistenza sanitaria domiciliare

Il modello italiano di welfare familiare e privato a copertura delle esigenze di assistenza degli anziani non autosufficienti inizia a mostrare segni di cedimento. Circa 1 milione di anziani presenta gravi limitazioni funzionali e non beneficia di assistenza sanitaria domiciliare.

“Oltre 2,7 milioni vivono in abitazioni non adeguate alla condizione di ridotta mobilità – si legge nel Rapporto -. Dati che allarmano, anche perché non bastano i 12,4 miliardi di spesa pubblica per l’assistenza a lungo termine, di cui 2,4 miliardi finalizzati alle cure domiciliari, pari al 10,8% della spesa sanitaria complessiva, comunque inferiore al dato Ue del 15,4%”.

I numeri della silver economy

Se i dati relativi gli anziani non autosufficienti sono allarmanti, gli over 65 al contrario sono considerati “generatori di benessere”, hanno una quota di ricchezza media più alta del 13,5% rispetto alla ricchezza media degli italiani, e spendono molto di più in cultura, svago e viaggi.

La situazione è diametralmente opposta per i Millennials, la cui ricchezza risulta inferiore del 54,6%. Un gap di reddito che spiega anche come mai in 25 anni si sia ridotta la spesa dei consumi familiari (-14%), mentre è aumentata quella degli anziani (+23%).

 

Sviluppo Sostenibile, Italia in ritardo sugli obiettivi

L’Italia è molto lontana dai 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, e la distanza dagli altri Paesi rischia di allargarsi. Sul fronte del cambiamento climatico e sul tema delle rinnovabili sono stati fatti passi importanti, ma peggiorano gli ecosistemi e terrestri non si riesce ancora a definire una legge sul consumo di suolo. Non è perciò un quadro incoraggiante quello tratteggiato in occasione della presentazione del Rapporto ASviS 2019, che analizza l’andamento del Paese rispetto agli Obiettivi dell’Agenda 2030, ovvero il programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità, sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’Onu.

I dati del Rapporto ASviS 2019

Il rapporto evidenzia evidenti ritardi in settori cruciali per la transizione verso un modello sostenibile sul piano economico, sociale e ambientale, e forti disuguaglianze, comprese quelle territoriali. Se nel suo percorso verso i 17 Obiettivi l’Italia migliora in alcuni campi, tra come salute, uguaglianza di genere, condizione economica e occupazionale, innovazione, disuguaglianze, condizioni delle città, modelli sostenibili di produzione e consumo, qualità della governance e cooperazione internazionale, peggiora in altri, come povertà, alimentazione e agricoltura sostenibili, acqua e strutture igienico-sanitarie, sistema energetico, condizione dei mari ed ecosistemi terrestri. Ed è stabile per l’educazione e la lotta al cambiamento climatico.

Aumentano povertà assoluta e relativa

In particolare, tra le aree in cui il nostro Paese peggiora c’è il contrasto alla povertà (Obiettivo 1: Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo), il cui indicatore, dopo un andamento stazionario nel periodo 2012-2014, registra un netto peggioramento nel corso degli anni successivi. Nel biennio 2016-2017, la dinamica negativa è dovuta a un aumento della povertà assoluta e della povertà relativa, che registrano entrambe il valore più alto di tutta la serie storica osservata, rispettivamente 8,4% e 15,6% della popolazione. Tra gli individui in povertà assoluta si stima che i giovani di 18-34 anni siano 1 milione e 112mila, il valore più elevato dal 2005. E se nel 2017 si registra una diminuzione dell’indice di grave deprivazione materiale, resta comunque superiore di 3,5 punti rispetto alla media europea.

Crescita economica in lieve ripresa, +8 punti indice di abusivismo edilizio

Sul fronte della crescita economica (Obiettivo 8: Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti), l’indicatore peggiora fino al 2014, a causa dell’andamento sfavorevole del Pil, dell’aumento della disoccupazione e della quota dei giovani Neet (la più alta dei Paesi UE), mentre nel triennio 2015-2017 si registra un lento recupero. A pesare sul segno negativo dell’Obiettivo 11 (Rendere la città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili), è invece l’indice di abusivismo edilizio, che cresce di otto punti percentuali rispetto al 2010, riporta Adnkronos

Imprenditori fuori sede, 1 su 4 sceglie Milano per fare business

Milano è prima in Italia per attrattività imprenditoriale extra regionale, e un imprenditore su quattro si sposta per il business. Il 46% di chi fa impresa a Milano arriva infatti da fuori Lombardia (256 mila su 554 mila) contro una media regionale del 32,5% (443 mila su 1,4 milioni), e italiana del 25%. A livello nazionale su 7,5 milioni di imprenditori sono 1,9 milioni quelli che lavorano fuori dalla regione o Stato di origine. Si tratta di un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati del registro delle imprese al secondo trimestre 2019. In particolare, su coloro che ricoprono cariche nelle imprese, come titolari, soci o amministratori.

Anche Aosta e Novara sul podio per numero di imprenditori extra regionali

Dopo Milano, a livello nazionale, con circa il 40% degli imprenditori provenienti da un’altra regione si piazza Aosta (7 mila cariche su 18 mila), poi Novara (16 mila su 40 mila) e Trieste (9 mila su 23 mila), che quest’anno superano Imperia (12 mila su 30 mila). Sesta si conferma Roma, dove il 38% degli imprenditori viene da fuori Lazio (194 mila su 507 mila). Supera il 35% la presenza di imprenditori nati fuori regione anche a Prato, Savona, La Spezia, Bologna e Genova.

Quali i fattori che motivano la scelta di spostarsi

Per quanto riguarda la provenienza, in Italia il 38% di chi arriva da fuori regione è straniero, mentre il 62% arriva da altre regioni italiane. E se in Lombardia il peso degli italiani è del 65% a Milano è del 68%, mentre a Prato è straniero il 62%, riporta Italpress. Ma quali sono in concreto gli elementi che spingono a spostarsi? A livello nazionale i fattori principali che motivano la scelta di spostarsi sono la vicinanza alla filiera del settore in cui opera l’imprenditore, la dotazione di servizi e infrastrutture, la disponibilità di personale adeguato, la presenza dei distributori, la vicinanza diretta con la clientela.

“Alla ricerca di una dimensione territoriale adatta per il successo dell’attività”

“Gli imprenditori mostrano una particolare flessibilità e disponibilità ad adattare le proprie scelte. Questo vale anche per il contesto economico in cui vanno a operare, alla ricerca di una dimensione territoriale adatta per il successo dell’attività – dichiara Marco Dettori, membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi -. Nel caso di Milano e dei maggiori centri economici, il territorio attrae in modo più ampio e diffuso gli imprenditori che arrivano da fuori regione. Convergono così imprenditori italiani, stranieri e le multinazionali, grazie a una dotazione infrastrutturale che si adatta a diversi settori ed esigenze d’impresa”.

Aumentano i tecnfobici, e il mercato insegue il popolo offline

Dopo l’abbuffata digital di questi ultimi anni sta arrivando la dieta offline. Niente internet, niente social, niente followers è il nuovo lusso per i sempre più numerosi tecnofobici, che non vogliono essere sempre reperibili e vanno alla ricerca di nuovo relax, contemplazione, rapporti con persone in carne e ossa, e natura come fonte di felicità. E magari scelgono di passare dallo smarphone al dumb-phone, il cellulare vecchio stampo senza connessione internet. Come fanno sempre più manager e ricconi londinesi. Il mercato poi sta iniziando ad accontentare chi preferisce restare offline. Tanto che se non usi lo smartphone nelle catene di ristoranti Le Pain Quotidien degli Stati Uniti il dolce è gratis.

Il 2019 sarà l’anno della disconessione

Il fenomeno è stato analizzato all’ultimo Global Wellness Summit (GWS) svolto a Cesena. “Non siamo tutti già tecnofobici, ma il 2018 è stato l’anno del battesimo di chi, a forza di essere sempre reperibile o dipendente da internet, si sente male, più infelice e perfino meno produttivo – dichiara l’economista inglese Thierry Malleret al Summit -. Il 2019 sarà quindi l’anno del recupero del proprio stato mentale restando unplugged”.

La percentuale media dei sempre connessi nel tempo libero è infatti scesa dal 36% al 27% nel 2018. Anche condividere le proprie vacanze con i colleghi tramite selfie e fotografie postate sui social è in declino. E tra i più tecnofobici a sorpresa ci sono i millennials e i nati fra il 1980 e il 2000, scesi dal 68% al 38% in un anno, riporta Ansa.

Il business del benessere abbandona la tecnologia

“La reazione contro Big-Tech è appena iniziata – spiegano gli analisti del report GWS -. Aumentano le ricerche che attestano i disastrosi effetti delle connessioni digital e social costanti sul nostro cervello e sulla felicità. Siamo al punto che la tech-addiction è pari alla dipendenza da fumo di una decina di anni fa”.

Il business del benessere abbandona perciò la tecnologia e prende una piega quasi monastica in nome del silenzio rigenerante e trattamenti rilassanti a zero innovazione hi-tech. Il mondo del wellness di lusso offre soprattutto tempo “off” e cure per digital addicted, niente wi-fi e niente social

Arrivano le app per il digital detox

Aumenta inoltre il numero dei club del fitness, dei centri yoga, tai-chi e di meditazione in cui è caldamente sconsigliato l’uso del cellulare. Per contenere il generale e crescente malcontento digitale è possibile però modificare anche le impostazioni del proprio smartphone con applicazioni anti-social. Come l’app Off the Grip-digital detox, che filtra l’uso del cellulare a cena, la notte e blocca il tempo in cui si è online se si supera il limite stabilito. Supera i 100.000 download anche l’app Stay Focused – App Block, che aiuta a concentrarsi sul lavoro o durante lo studio bloccando i social a tempo. E l’app ThriveAway,  fondatata dalla giornalista dell’Huffington Post Arianna Huffington, setta limiti orari a email, app, notifiche e tempo passato avanti allo schermo.

La Polizia Stato e l’IZPS firmano un accordo per la cybersecurity

La Polizia di Stato e l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato hanno siglato un accordo per la prevenzione e il contrasto dei crimini informatici. In particolare, quelli che hanno per oggetto i sistemi e i servizi informativi rilevanti per il Paese, come le infrastrutture critiche di interesse nazionale.

La convenzione, firmata dal Capo della Polizia-Direttore Generale della Pubblica Sicurezza, Franco Gabrielli, e dall’Amministratore Delegato dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Paolo Aielli, rientra nell’ambito delle direttive impartite dal Ministro dell’Interno per il potenziamento dell’attività di prevenzione alla criminalità informatica. Le direttive prevedono, tra l’altro, anche la stipula di accordi con operatori che forniscono prestazioni essenziali.

Garantire integrità e funzionalità delle reti informatiche delle strutture di livello strategico

Attraverso il Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche (CNAIPIC) la Polizia Postale e delle Comunicazioni è quotidianamente impegnata a garantire l’integrità e la funzionalità della rete informatica delle strutture di livello strategico per il Paese. Il CNAIPIC, che da anni si occupa della tutela delle reti informatiche di realtà sia pubbliche sia private, di rilievo nazionale e di importanza strategica per il Paese, risulta quindi essere uno strumento necessario di collaborazione e di condivisione delle informazioni su tutto il territorio nazionale.

Tecnologie all’avanguardia per proteggere l’identità fisica e digitale dei cittadini

Dal canto suo, riporta una notizia Askanews, l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato realizza e sviluppa sistemi per la sicurezza e per la garanzia della Fede Pubblica attraverso tecnologie all’avanguardia volte a garantire l’identità fisica e digitale dei cittadini. Poiché si avvale di sofisticati sistemi di anticontraffazione e tracciabilità il Poligrafico è una realtà tecnologica evoluta, e uno dei principali partner istituzionali operativi a supporto della Pubblica Amministrazione. Le istituzioni e le PA richiedono infatti livelli di sicurezza sempre più elevati, a garanzia dell’integrità dei sistemi informatici, tecnologici e delle reti telematiche.

La firma della convenzione

Alla firma della convenzione, si legge in un comunicato congiunto, erano presenti per il Dipartimento della Pubblica Sicurezza, il Direttore Centrale per la Polizia Stradale, Ferroviaria, delle Comunicazioni, e per i Reparti Speciali della Polizia di Stato, Armano Forgione e il Direttore del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni, Nunzia Ciardi.

Mentre per l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, erano presenti il Responsabile Direzione Sistemi di Prevenzione e Tutela aziendale, Marco Ferraro, e il Responsabile Affari Istituzionali e Comunicazione, Sabrina Romani.

 

Gli italiani sono agli ultimi posti dei G7 per ricchezza netta pro capite

Nella classifica dei Paesi del G7 gli italiani si collocano agli ultimi posti per ricchezza. La ricchezza netta procapite dei nostri connazionali ammonta infatti a 160.600 euro, e se solo i tedeschi stanno peggio di noi, fermandosi a 151.900 euro, tutti gli altri “big” possono vantare risultati migliori. A partire dagli Stati Uniti, con 304.200 euro a persona, il Canada, con 191.800 euro, il Regno Unito, con 184.900 euro, e il Giappone, con 170.700 euro. I dati, elaborati dall’Adnkronos, sono contenuti nel rapporto Istat e Banca d’Italia, e si riferiscono al 2017.

Nel 2007 l’Italia si posizionava al terzo posto della classifica

In un passato non molto lontano l’Italia poteva vantare una posizione decisamente migliore. Nel 2007, infatti, con 158.800 euro di ricchezza netta pro capite, il nostro Paese occupava  la terza posizione. Al primo posto si posizionavano sempre gli Stati Uniti, con 179.800 euro, seguiti dal Regno Unito, con 172.300 euro. Dietro gli italiani nel 2007 si collocavano i francesi, con 145.400 euro, i giapponesi, con 120.800 euro, i canadesi con 114.900 euro, e ultimi, sempre i tedeschi, con 104.700 euro.

In 10 anni gli italiani hanno aumentato la loro ricchezza solo dell’1,1%

In 10 anni, quindi, gli italiani hanno aumentato la loro ricchezza solo di 1.800 euro, pari a un misero +1,1%, mentre gli abitanti degli altri Paesi sono riusciti a mettere “molto più fieno in cascina”. A partire dagli americani, che hanno visto crescere le loro attività (finanziarie e non) di 124.400 euro, registrando un +69,9% in 10 anni. Hanno potuto festeggiare anche i canadesi che, nello stesso periodo, hanno visto crescere i propri beni di 76.900 euro, per un aumento pari a +66,9%.

Per quasi tutti gli altri Paesi aumenti percentuali a due cifre

Proseguendo nel confronto con il 2007 anche i tedeschi, che in entrambe le classifiche occupano l’ultimo posto, possono ritenersi soddisfatti: la loro ricchezza è aumentata di 47.100 euro (+45,1%). La Germania in termini assoluti viene superata dai giapponesi, con 49.900 euro in più, ma in termini percentuali in questo caso l’incremento risulta leggermente inferiore: i giapponesi hanno accresciuto la propria ricchezza del 41,3%. Aumenti meno importanti, ma comunque quasi sempre a due cifre, sono quelli registrati dai francesi, dove la ricchezza è aumentata di 24.000 euro (+16,5%). Mentre gli inglesi si devono accontentare solo di 12.500 euro in più (+7,3%). In ogni caso, sempre meglio degli italiani.

Casa, quanto ci costi

In un paese dove circa l’83% delle persone vive sotto un tetto di proprietà, la casa è l’asset più importante nel patrimonio delle famiglie, ma rappresenta anche la principale voce di spesa nel budget mensile. Per la casa in media gli italiani spendono 942 euro al mese, ovvero, 11.304 euro all’anno per proprietà e gestione dell’abitazione principale, come le rate del mutuo, le utenze domestiche, le spese condominiali, le manutenzioni, e la tassa rifiuti. Ma le cifre differiscono sensibilmente sul territorio: a parità di caratteristiche dell’immobile, al Nord le famiglie pagano mediamente il 20% in più che al Sud e nelle Isole, mentre a livello di singole città, è Roma a guidare la classifica, con 1.219 euro al mese, ossia 14.628 euro annui.

In media 128.227 euro di finanziamenti erogati nel 2018 per l’acquisto

È quanto emerge da uno studio condotto da Facile.it e da Mutui.it, basato su dati Istat e Dipartimento delle finanze. Ai fini dell’elaborazione, riporta Adnkronos, è stato preso come riferimento un appartamento standard di circa 100 metri quadrati, situato in una zona intermedia del contesto abitativo. Di fatto, il taglio medio dei finanziamenti erogati nel 2018 per l’acquisto della casa è pari a 128.227 euro. Tuttavia, le differenze su base territoriale sono piuttosto elevate. Una famiglia perciò spende in media 864 euro di mutuo al mese a Roma, 753 euro a Milano, a Firenze 777 euro e a Bologna 770 euro. I costi per la proprietà immobiliare più bassi si registrano invece a Napoli (487 euro) e Palermo (430 euro).

Peso medio delle spese più basso al Sud e nelle periferie

A livello di aree geografiche, è al Nordest che i costi per l’acquisto della casa sono maggiori (623 euro mese), seguito dal Nordovest (599 euro) e dal Centro (646 euro). Il peso medio dei mutui delle famiglie che vivono nella periferia delle aree urbane, però, è inferiore di circa 10 punti percentuali rispetto a quello di chi abita entro i confini comunali, ed è pari a 777 euro al mese nell’hinterland della capitale e a 678 euro nel circondario milanese. Ma un’altra voce significativa è data dalle spese di gestione dell’immobile, dalle utenze per luce, gas e acqua alle spese condominiali, dalla manutenzione ordinaria a quella straordinaria. Anche qui i valori rimangono più alti nelle regioni settentrionali (+35% rispetto al Sud e alle Isole). Ed è Torino a guidare la classifica dei costi di forniture domestiche e manutenzioni, con 381 euro al mese, seguita a poca distanza da Bologna e Firenze (358 euro) e da Milano (351 euro).

Tassa rifiuti, situazione ribaltata a favore del Nord

Per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti la situazione si ribalta. Sebbene a livello nazionale il prelievo medio per famiglia sia di circa 320 euro all’anno, le differenze territoriali sono molto più marcate, stavolta a sfavore del Sud. Mentre a Bologna o a Firenze il costo annuale non supera i 288 o i 240 euro, a Napoli e Cagliari i nuclei familiari sborsano in media 444 euro e 504 euro.

Al variare del numero di occupanti l’immobile cambiano naturalmente anche le relative spese di gestione e la tassa rifiuti, ma l’oscillazione non è proporzionale. La bolletta del gas di una famiglia di quattro persone non è infatti il quadruplo di quella di un single.

La macchina da caffè si veste d’oro e diventa… arte 

In occasione del Salone del Mobile e del relativo Fuorisalone, che anima tutta la città per una settimana, a Milano è possibile scoprire quasi in ogni quartiere installazioni, mostre, eventi e format davvero originali dedicati al design, all’arredo e alla moda. Tra le sorprese dell’edizione 2019 della kermesse, un vero e proprio happening di sette giorni e sette notti, non sono mancati momenti dedicati proprio al mondo del caffè. Tra gli spettacoli più attesi, c’è stata la presentazione della nuova iconica macchina caffè Lavazza, in edizione limitata. Un progetto nato dalla collaborazione fra la celebre azienda del caffè e un’eccellenza italiana del design come Gufram.

La macchina in versione gold

Nasce proprio così Deséa Golden Touch: un’opera d’arte in cui l’ultima nata in casa Lavazza per la preparazione del caffè a casa si veste con una livrea dorata, grazie all’interpretazione originale di questi marchio del design italiano. L’edizione limitata di Desèa – ce ne sono solo 10 esemplari! – è stata presentata a Milano nel distretto del design Ventura – Centrale, nella location degli ex magazzini della stazione trasformati da Lavazza e Gufram in un caveau di una banca, che conserva preziosi lingotti di caffè. Deséa Golden Touch ha la superficie della scocca simile a pelle dorata e increspata da onde. “Il colore oro della Deséa Golden Touch by Gufram evoca poi il valore della qualità Lavazza e l’inestimabile impegno di tutti coloro che sono coinvolti nel processo di coltivazione, selezione, trasformazione e distribuzione del caffè” fanno sapere le due aziende coinvolte nel progetto”. “Questa Deséa in edizione limitata è frutto della collaborazione tra Lavazza e Gufram, due aziende piemontesi che uniscono le loro forze per portare il design italiano nel mondo – ha aggiunto Pietro Cacace, responsabile Marketing macchine di Lavazza -. Quello del single serve è il segmento più dinamico del caffè e in Italia comprende circa 7 milioni di famiglie, soprattutto le più giovani”.

Lavazza a Modo Mio

Deséa fa parte della grande famiglia del sistema Lavazza a Modo Mio, che comprende appunto diverse tipologie di macchine da caffè e le relative capsule preparate con le celebri miscele di casa Lavazza. Le macchine sono compatte, dal design moderno e pop: tra i tanti plus, sono  proposte a un prezzo vantaggioso e sono di facile manutenzione e utilizzo. Tra i modelli di spicco del brand c’è anche un “compatta” particolarmente amata dagli italiani: è la macchina Lavazza a Modo Mio Tiny, dalle linee decisamente pop, coloratissima e dal minimo ingombro. Le capsule del sistema, poi, sono disponibili in numerosissime referenze di caffè, con tanti tipi di miscele e aromi, così come esistono le apposite capsule per realizzare altre bevande calde come il caffè ginseng o l’orzo. Macchine da caffè, così come capsule originali e compatibili, sono disponibili anche su CialdaMia, il il portale italiano del caffè in cialde e capsule di qualità. Qui, semplicemente registrandosi gratuitamente, è possibile fare shopping sia di macchine sia di scorte di capsule a prezzi sempre molto vantaggiosi: e senza nemmeno doversi muovere da casa o dall’ufficio!

L’app che riconosce i prodotti Made in Italy

Un’app che riconosce i prodotti autenticamente Made in Italy. Nata per contrastare il fenomeno dell’Italian Sounding, l’app Realia | Made in Italy Experience è gratuita e rappresenta un sistema efficace per la tutela dei prodotti originali del nostro Paese. L’app si rivolge soprattutto alle aziende italiane del settore agroalimentare e dei beni di consumo, che possono contare su uno strumento innovativo che permette ai consumatori di riconoscere l’autenticità dei prodotti acquistati rispetto alle imitazioni. In questo modo, i consumatori che vogliono acquistare all’estero un prodotto del nostro Paese non avranno più dubbi, né brutte sorprese, sulla sua autenticità.

Distinguere in modo sicuro i marchi storici e quelli di nicchia

Con l’app di Realia i consumatori potranno distinguere in modo sicuro e immediato sia i marchi italiani storici e noti in tutto il mondo sia i brand di nicchia, quelli prodotti da Piccole e medie imprese nazionali. Realia conta già oltre 100 mila utenti in Europa, e oltre un milione in Cina. Di facile utilizzo, l’app è disponibile su iOS e Android, ed è distribuita in tutto il mondo.

Ma come funziona? È sufficiente avere con sé lo smartphone e utilizzare l’app per inquadrare uno o più prodotti, anche simultaneamente, per avere la certezza della loro origine. Ogni prodotto infatti viene riconosciuto nella sua interezza sulla base di elementi come la confezione, il packaging o l’etichetta, oppure tramite codici barcode o Qr code.

Animazioni con la realtà aumentata

L’app, riporta Askanews, consente di visualizzare contenuti dinamici e video che certificano l’origine Made in Italy del prodotto, e ne illustrano le peculiarità con vere e proprie animazioni con la realtà aumentata.

Con Realia si può inoltre comunicare attivamente con le aziende e i loro brand, segnalando anche l’eventuale ritrovamento di prodotti di dubbia autenticità presso i punti vendita internazionali.

Il fenomeno dell’Italian Sounding

A causa dell’Italian Sounding spesso le aziende italiane hanno difficoltà a essere competitive nel mercato internazionale, e i consumatori stranieri spesso sono indotti ad acquistare prodotti falsi credendo che siano originali. L’Italian Sounding (letteralmente, “suonare italiano”) è un fenomeno legato all’imitazione di un prodotto, una denominazione o un marchio, attraverso un richiamo alla presunta italianità che però non trova alcun fondamento nel prodotto stesso. A differenza della contraffazione, che riguarda prevalentemente illeciti relativi alla violazione del marchio registrato, delle denominazioni di origine come Doc, Dop, Docg, Igp, Igt o Stgt, e del logo, del design, del copyright, l’Italian Sounding non è legalmente impugnabile e sanzionabile.