La Polizia Stato e l’IZPS firmano un accordo per la cybersecurity

La Polizia di Stato e l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato hanno siglato un accordo per la prevenzione e il contrasto dei crimini informatici. In particolare, quelli che hanno per oggetto i sistemi e i servizi informativi rilevanti per il Paese, come le infrastrutture critiche di interesse nazionale.

La convenzione, firmata dal Capo della Polizia-Direttore Generale della Pubblica Sicurezza, Franco Gabrielli, e dall’Amministratore Delegato dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Paolo Aielli, rientra nell’ambito delle direttive impartite dal Ministro dell’Interno per il potenziamento dell’attività di prevenzione alla criminalità informatica. Le direttive prevedono, tra l’altro, anche la stipula di accordi con operatori che forniscono prestazioni essenziali.

Garantire integrità e funzionalità delle reti informatiche delle strutture di livello strategico

Attraverso il Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche (CNAIPIC) la Polizia Postale e delle Comunicazioni è quotidianamente impegnata a garantire l’integrità e la funzionalità della rete informatica delle strutture di livello strategico per il Paese. Il CNAIPIC, che da anni si occupa della tutela delle reti informatiche di realtà sia pubbliche sia private, di rilievo nazionale e di importanza strategica per il Paese, risulta quindi essere uno strumento necessario di collaborazione e di condivisione delle informazioni su tutto il territorio nazionale.

Tecnologie all’avanguardia per proteggere l’identità fisica e digitale dei cittadini

Dal canto suo, riporta una notizia Askanews, l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato realizza e sviluppa sistemi per la sicurezza e per la garanzia della Fede Pubblica attraverso tecnologie all’avanguardia volte a garantire l’identità fisica e digitale dei cittadini. Poiché si avvale di sofisticati sistemi di anticontraffazione e tracciabilità il Poligrafico è una realtà tecnologica evoluta, e uno dei principali partner istituzionali operativi a supporto della Pubblica Amministrazione. Le istituzioni e le PA richiedono infatti livelli di sicurezza sempre più elevati, a garanzia dell’integrità dei sistemi informatici, tecnologici e delle reti telematiche.

La firma della convenzione

Alla firma della convenzione, si legge in un comunicato congiunto, erano presenti per il Dipartimento della Pubblica Sicurezza, il Direttore Centrale per la Polizia Stradale, Ferroviaria, delle Comunicazioni, e per i Reparti Speciali della Polizia di Stato, Armano Forgione e il Direttore del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni, Nunzia Ciardi.

Mentre per l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, erano presenti il Responsabile Direzione Sistemi di Prevenzione e Tutela aziendale, Marco Ferraro, e il Responsabile Affari Istituzionali e Comunicazione, Sabrina Romani.

 

Gli italiani sono agli ultimi posti dei G7 per ricchezza netta pro capite

Nella classifica dei Paesi del G7 gli italiani si collocano agli ultimi posti per ricchezza. La ricchezza netta procapite dei nostri connazionali ammonta infatti a 160.600 euro, e se solo i tedeschi stanno peggio di noi, fermandosi a 151.900 euro, tutti gli altri “big” possono vantare risultati migliori. A partire dagli Stati Uniti, con 304.200 euro a persona, il Canada, con 191.800 euro, il Regno Unito, con 184.900 euro, e il Giappone, con 170.700 euro. I dati, elaborati dall’Adnkronos, sono contenuti nel rapporto Istat e Banca d’Italia, e si riferiscono al 2017.

Nel 2007 l’Italia si posizionava al terzo posto della classifica

In un passato non molto lontano l’Italia poteva vantare una posizione decisamente migliore. Nel 2007, infatti, con 158.800 euro di ricchezza netta pro capite, il nostro Paese occupava  la terza posizione. Al primo posto si posizionavano sempre gli Stati Uniti, con 179.800 euro, seguiti dal Regno Unito, con 172.300 euro. Dietro gli italiani nel 2007 si collocavano i francesi, con 145.400 euro, i giapponesi, con 120.800 euro, i canadesi con 114.900 euro, e ultimi, sempre i tedeschi, con 104.700 euro.

In 10 anni gli italiani hanno aumentato la loro ricchezza solo dell’1,1%

In 10 anni, quindi, gli italiani hanno aumentato la loro ricchezza solo di 1.800 euro, pari a un misero +1,1%, mentre gli abitanti degli altri Paesi sono riusciti a mettere “molto più fieno in cascina”. A partire dagli americani, che hanno visto crescere le loro attività (finanziarie e non) di 124.400 euro, registrando un +69,9% in 10 anni. Hanno potuto festeggiare anche i canadesi che, nello stesso periodo, hanno visto crescere i propri beni di 76.900 euro, per un aumento pari a +66,9%.

Per quasi tutti gli altri Paesi aumenti percentuali a due cifre

Proseguendo nel confronto con il 2007 anche i tedeschi, che in entrambe le classifiche occupano l’ultimo posto, possono ritenersi soddisfatti: la loro ricchezza è aumentata di 47.100 euro (+45,1%). La Germania in termini assoluti viene superata dai giapponesi, con 49.900 euro in più, ma in termini percentuali in questo caso l’incremento risulta leggermente inferiore: i giapponesi hanno accresciuto la propria ricchezza del 41,3%. Aumenti meno importanti, ma comunque quasi sempre a due cifre, sono quelli registrati dai francesi, dove la ricchezza è aumentata di 24.000 euro (+16,5%). Mentre gli inglesi si devono accontentare solo di 12.500 euro in più (+7,3%). In ogni caso, sempre meglio degli italiani.

Casa, quanto ci costi

In un paese dove circa l’83% delle persone vive sotto un tetto di proprietà, la casa è l’asset più importante nel patrimonio delle famiglie, ma rappresenta anche la principale voce di spesa nel budget mensile. Per la casa in media gli italiani spendono 942 euro al mese, ovvero, 11.304 euro all’anno per proprietà e gestione dell’abitazione principale, come le rate del mutuo, le utenze domestiche, le spese condominiali, le manutenzioni, e la tassa rifiuti. Ma le cifre differiscono sensibilmente sul territorio: a parità di caratteristiche dell’immobile, al Nord le famiglie pagano mediamente il 20% in più che al Sud e nelle Isole, mentre a livello di singole città, è Roma a guidare la classifica, con 1.219 euro al mese, ossia 14.628 euro annui.

In media 128.227 euro di finanziamenti erogati nel 2018 per l’acquisto

È quanto emerge da uno studio condotto da Facile.it e da Mutui.it, basato su dati Istat e Dipartimento delle finanze. Ai fini dell’elaborazione, riporta Adnkronos, è stato preso come riferimento un appartamento standard di circa 100 metri quadrati, situato in una zona intermedia del contesto abitativo. Di fatto, il taglio medio dei finanziamenti erogati nel 2018 per l’acquisto della casa è pari a 128.227 euro. Tuttavia, le differenze su base territoriale sono piuttosto elevate. Una famiglia perciò spende in media 864 euro di mutuo al mese a Roma, 753 euro a Milano, a Firenze 777 euro e a Bologna 770 euro. I costi per la proprietà immobiliare più bassi si registrano invece a Napoli (487 euro) e Palermo (430 euro).

Peso medio delle spese più basso al Sud e nelle periferie

A livello di aree geografiche, è al Nordest che i costi per l’acquisto della casa sono maggiori (623 euro mese), seguito dal Nordovest (599 euro) e dal Centro (646 euro). Il peso medio dei mutui delle famiglie che vivono nella periferia delle aree urbane, però, è inferiore di circa 10 punti percentuali rispetto a quello di chi abita entro i confini comunali, ed è pari a 777 euro al mese nell’hinterland della capitale e a 678 euro nel circondario milanese. Ma un’altra voce significativa è data dalle spese di gestione dell’immobile, dalle utenze per luce, gas e acqua alle spese condominiali, dalla manutenzione ordinaria a quella straordinaria. Anche qui i valori rimangono più alti nelle regioni settentrionali (+35% rispetto al Sud e alle Isole). Ed è Torino a guidare la classifica dei costi di forniture domestiche e manutenzioni, con 381 euro al mese, seguita a poca distanza da Bologna e Firenze (358 euro) e da Milano (351 euro).

Tassa rifiuti, situazione ribaltata a favore del Nord

Per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti la situazione si ribalta. Sebbene a livello nazionale il prelievo medio per famiglia sia di circa 320 euro all’anno, le differenze territoriali sono molto più marcate, stavolta a sfavore del Sud. Mentre a Bologna o a Firenze il costo annuale non supera i 288 o i 240 euro, a Napoli e Cagliari i nuclei familiari sborsano in media 444 euro e 504 euro.

Al variare del numero di occupanti l’immobile cambiano naturalmente anche le relative spese di gestione e la tassa rifiuti, ma l’oscillazione non è proporzionale. La bolletta del gas di una famiglia di quattro persone non è infatti il quadruplo di quella di un single.

La macchina da caffè si veste d’oro e diventa… arte 

In occasione del Salone del Mobile e del relativo Fuorisalone, che anima tutta la città per una settimana, a Milano è possibile scoprire quasi in ogni quartiere installazioni, mostre, eventi e format davvero originali dedicati al design, all’arredo e alla moda. Tra le sorprese dell’edizione 2019 della kermesse, un vero e proprio happening di sette giorni e sette notti, non sono mancati momenti dedicati proprio al mondo del caffè. Tra gli spettacoli più attesi, c’è stata la presentazione della nuova iconica macchina caffè Lavazza, in edizione limitata. Un progetto nato dalla collaborazione fra la celebre azienda del caffè e un’eccellenza italiana del design come Gufram.

La macchina in versione gold

Nasce proprio così Deséa Golden Touch: un’opera d’arte in cui l’ultima nata in casa Lavazza per la preparazione del caffè a casa si veste con una livrea dorata, grazie all’interpretazione originale di questi marchio del design italiano. L’edizione limitata di Desèa – ce ne sono solo 10 esemplari! – è stata presentata a Milano nel distretto del design Ventura – Centrale, nella location degli ex magazzini della stazione trasformati da Lavazza e Gufram in un caveau di una banca, che conserva preziosi lingotti di caffè. Deséa Golden Touch ha la superficie della scocca simile a pelle dorata e increspata da onde. “Il colore oro della Deséa Golden Touch by Gufram evoca poi il valore della qualità Lavazza e l’inestimabile impegno di tutti coloro che sono coinvolti nel processo di coltivazione, selezione, trasformazione e distribuzione del caffè” fanno sapere le due aziende coinvolte nel progetto”. “Questa Deséa in edizione limitata è frutto della collaborazione tra Lavazza e Gufram, due aziende piemontesi che uniscono le loro forze per portare il design italiano nel mondo – ha aggiunto Pietro Cacace, responsabile Marketing macchine di Lavazza -. Quello del single serve è il segmento più dinamico del caffè e in Italia comprende circa 7 milioni di famiglie, soprattutto le più giovani”.

Lavazza a Modo Mio

Deséa fa parte della grande famiglia del sistema Lavazza a Modo Mio, che comprende appunto diverse tipologie di macchine da caffè e le relative capsule preparate con le celebri miscele di casa Lavazza. Le macchine sono compatte, dal design moderno e pop: tra i tanti plus, sono  proposte a un prezzo vantaggioso e sono di facile manutenzione e utilizzo. Tra i modelli di spicco del brand c’è anche un “compatta” particolarmente amata dagli italiani: è la macchina Lavazza a Modo Mio Tiny, dalle linee decisamente pop, coloratissima e dal minimo ingombro. Le capsule del sistema, poi, sono disponibili in numerosissime referenze di caffè, con tanti tipi di miscele e aromi, così come esistono le apposite capsule per realizzare altre bevande calde come il caffè ginseng o l’orzo. Macchine da caffè, così come capsule originali e compatibili, sono disponibili anche su CialdaMia, il il portale italiano del caffè in cialde e capsule di qualità. Qui, semplicemente registrandosi gratuitamente, è possibile fare shopping sia di macchine sia di scorte di capsule a prezzi sempre molto vantaggiosi: e senza nemmeno doversi muovere da casa o dall’ufficio!

L’app che riconosce i prodotti Made in Italy

Un’app che riconosce i prodotti autenticamente Made in Italy. Nata per contrastare il fenomeno dell’Italian Sounding, l’app Realia | Made in Italy Experience è gratuita e rappresenta un sistema efficace per la tutela dei prodotti originali del nostro Paese. L’app si rivolge soprattutto alle aziende italiane del settore agroalimentare e dei beni di consumo, che possono contare su uno strumento innovativo che permette ai consumatori di riconoscere l’autenticità dei prodotti acquistati rispetto alle imitazioni. In questo modo, i consumatori che vogliono acquistare all’estero un prodotto del nostro Paese non avranno più dubbi, né brutte sorprese, sulla sua autenticità.

Distinguere in modo sicuro i marchi storici e quelli di nicchia

Con l’app di Realia i consumatori potranno distinguere in modo sicuro e immediato sia i marchi italiani storici e noti in tutto il mondo sia i brand di nicchia, quelli prodotti da Piccole e medie imprese nazionali. Realia conta già oltre 100 mila utenti in Europa, e oltre un milione in Cina. Di facile utilizzo, l’app è disponibile su iOS e Android, ed è distribuita in tutto il mondo.

Ma come funziona? È sufficiente avere con sé lo smartphone e utilizzare l’app per inquadrare uno o più prodotti, anche simultaneamente, per avere la certezza della loro origine. Ogni prodotto infatti viene riconosciuto nella sua interezza sulla base di elementi come la confezione, il packaging o l’etichetta, oppure tramite codici barcode o Qr code.

Animazioni con la realtà aumentata

L’app, riporta Askanews, consente di visualizzare contenuti dinamici e video che certificano l’origine Made in Italy del prodotto, e ne illustrano le peculiarità con vere e proprie animazioni con la realtà aumentata.

Con Realia si può inoltre comunicare attivamente con le aziende e i loro brand, segnalando anche l’eventuale ritrovamento di prodotti di dubbia autenticità presso i punti vendita internazionali.

Il fenomeno dell’Italian Sounding

A causa dell’Italian Sounding spesso le aziende italiane hanno difficoltà a essere competitive nel mercato internazionale, e i consumatori stranieri spesso sono indotti ad acquistare prodotti falsi credendo che siano originali. L’Italian Sounding (letteralmente, “suonare italiano”) è un fenomeno legato all’imitazione di un prodotto, una denominazione o un marchio, attraverso un richiamo alla presunta italianità che però non trova alcun fondamento nel prodotto stesso. A differenza della contraffazione, che riguarda prevalentemente illeciti relativi alla violazione del marchio registrato, delle denominazioni di origine come Doc, Dop, Docg, Igp, Igt o Stgt, e del logo, del design, del copyright, l’Italian Sounding non è legalmente impugnabile e sanzionabile.

Automazione e digitalizzazione, le competenze più richieste da Impresa 4.0

In un mondo in cui digitalizzazione e automazione entrano di peso nella maggior parte delle mansioni, dotarsi delle nuove competenze diventa indispensabile. Nel nostro Paese su 10 tipologie di lavoro 6 vedranno gran parte dei propri compiti svolti da macchine robotizzate Si fissa invece nell’immediato futuro l’indagine del World Economic Forum, secondo il quale nei prossimi 7 anni il mix tra intelligenza artificiale, robot e automazione cancellerà 75 milioni di posti di lavoro, creandone però 133 milioni di nuovi. Si parla quindi di un saldo positivo di 58 milioni di nuove posizioni di lavoro. Ma affinché questo sia possibile è necessario poter contare sulle necessarie competenze richieste dal mondo dell’Impresa 4.0.

Skills digitali, ma non solo

“Le diverse indagini effettuate negli ultimi anni parlano piuttosto chiaro: tutti quanti sono concordi nell’affermare che all’incirca un terzo dei posti di lavoro che si creeranno nei prossimi cinque e dieci anni avrà come requisiti fondamentali delle skills, digitali ma non solo, che oggi risultano raramente disponibili sul mercato”, commenta Carola Adami, CEO di Adami & Associati, società di ricerca e selezione di personale qualificato.

L’impresa 4.0 ha bisogno di professionisti capaci di lavorare in gruppo e di integrarsi all’interno del sistema aziendale, ma anche di talenti dotati di pensiero creativo, capacità di problem solving e adattamento.

Mancano le competenze interne per le complesse strategie di business aziendali

Poiché il mondo del lavoro sarà caratterizzato da un continuo e veloce cambiamento, le aziende e gli stessi professionisti dovranno quindi perseguire nuove competenze non ancora formate. Molte aziende si trovano attualmente a lanciare complesse strategie di business sul lungo termine senza poter contare sulle necessarie competenze interne. E se l’automazione cancellerà tantissimi lavori, creandone molti di più, queste nuove posizioni potranno essere assegnate solamente a professionisti in grado di capire e gestire al meglio le nuove tecnologie.

Anche il mondo della formazione dovrà adattarsi

“Attualmente in Italia – spiega Carola Adami – meno di un terzo dei lavoratori è in possesso di competenze digitali di alto livello”.Questo significa che le imprese si troveranno ben presto a sfidarsi fra loro per assicurarsi i necessari talenti digitali, cosa che peraltro sta iniziando ad accadere già oggi, con le aziende alla continua ricerca di ruoli digital, a conferma del significativo mismatch che caratterizza l’attuale mercato del lavoro.

Ma significa anche che anche il mondo della formazione dovrà adattarsi, sia prima dell’entrata nel mondo del lavoro sia “on the job”.

I social, la prima fonte di informazione per i giovani

La vita degli under 30 italiani si svolge in gran parte sulla rete, o comunque in compagnia di Internet. I numeri parlano chiaro: il 95% dei nostri connazionali al di sotto dei 30 anni di età utilizza quotidianamente il web e addirittura un 60% di loro è costantemente connesso. Queste cifre sono state rivelate dall’indagine sui giovani e l’informazione in Italia, realizzata dall’Istituto Demopolis per l’Ordine dei Giornalisti, in occasione del Premio Mario e Giuseppe Francese. Lo studio ha messo sotto esame le variabili che orientano la dieta informativa dei giovani italiani tra i 18 e i 29 anni, focalizzando gli strumenti impiegati nel vissuto quotidiano per l’informazione, il multi-tasking e le aree tematiche di maggiore interesse per le nuove generazioni.

Il mondo e le notizie sono sul web
”La centralità delle Rete incide in modo significativo sulle modalità di informazione delle nuove generazioni: il 75% entra in contatto con l’attualità attraverso siti web, portali e testate online. Considerato il contesto, i telegiornali, nazionali e locali e i programmi d’informazione in tv tengono le loro posizioni: li segue il 66% degli under 30. Sempre più centrale appare poi il ruolo di Facebook, YouTube e dei principali social network, vero e proprio incrocio di tutte le informazioni” ha detto il direttore di Demopolis, Pietro Vento.

Il trend degli ultimi 10 anni
Quanto accaduto negli ultimi dieci anni rappresenta un cambiamento epocale. Il trend 2009-2019 raccontato dall’Istituto Demopolis disegna un’autentica rivoluzione. La fruizione dei Tg e dei programmi d’informazione passa in 10 anni dal 76 al 66%, quella dei siti di informazione online dal 31 al 75%. Cresce di quasi 50 punti – dal 15 al 63% – l’utilizzo dei social quale strumento di informazione. Alla carta stampata rimane solo un ruolo marginale tra i ragazzi under 30. Sono pochi i giovani che acquistano quotidiani e giornali nelle edicole, anche se questi continuano ad essere letti e consultati, ma sul web e in tempo reale.

I media tradizionali sono comunque più affidabili

Ma cosa si è rotto nel rapporto fra ragazzi e informazione? A quasi i 2/3 degli intervistati non piace la faziosità dell’informazione politica, il 56% sottolinea la scarsa obiettività, il 48% la superficialità di molte notizie. I media tradizionali sono, comunque, percepiti dagli under 30 come più affidabili rispetto ai social network. In base all’analisi Demopolis per l’Ordine dei Giornalisti, a interessare di più chi ha meno di 30 anni sono per il 70% i fatti locali che avvengono nella propria città o regione. Ma anche, per i due terzi, l’informazione nazionale. Più bassa, poco sopra il 40%, l’attenzione su quanto accade in Europa e nel resto del mondo. Ma i millennials apprezzano il giornalista d’inchiesta. “Il 70 per cento dei giovani si dichiara interessato al giornalismo d’inchiesta e di denuncia. Le nuove generazioni lo vorrebbero più presente sui media italiani” ha confermato il direttore dell’Istituto Demopolis Pietro Vento.

Shopping on line per le feste: un terzo degli italiani mette a rischio i propri dati bancari

Mai come nel periodo che va dal Black Friday di novembre ai saldi di gennaio bisogna tenere d’occhio le proprie transizioni on line e soprattutto mettere in sicurezza le proprie credenziali e i propri dati bancari. Già, perché proprio in questi mesi, quando lo shopping sul web si fa più consistente, i cybercriminali potrebbero “fare tombola”. In base a un recente report di Kaspersky Lab, il 32% degli intervistati ha già messo le proprie credenziali bancarie nelle mani sbagliate e ben un quarto di loro non ha mai recuperato il proprio denaro. Tra i fattori che potrebbero mettere a rischio le finanze degli utenti, troviamo la difficoltà nel tenere sotto controllo le proprie credenziali, dopo averle utilizzate su varie piattaforme di e-commerce e la varietà dei metodi di pagamento disponibili.

Gli italiani hanno la memoria corta

Fare shopping online è come visitare un enorme centro commerciale dove gli utenti possono acquistare da decine di diverse piattaforme per l’e-commerce. Ovviamente, gli acquirenti fanno fatica a tenere sotto controllo i dettagli dei loro pagamenti online. Quasi la metà degli utenti italiani coinvolti dallo studio di Kaspersky Lab (48%) è soprattutto preoccupata dall’eventualità che i criminali informatici possano accedere proprio alle loro credenziali bancarie online. Tuttavia, circa la metà degli intervistati (48%) ammette di aver dimenticato o di non aver neanche cercato di ricordare su quali siti o quali applicazioni abbia effettivamente condiviso le proprie credenziali. Per rendere le credenziali di pagamento online facili da reperire e da ricordare, un utente su cinque (29%) preferisce salvarle su uno dei suoi dispositivi. Tale tendenza rende più agevole l’inserimento di quelle stesse credenziali quando si fa shopping, così da non doversi preoccupare di perderle. Tuttavia, nel caso in cui il dispositivo venisse perso o rubato, l’utente rischierebbe non solo di perdere i suoi dati personali, ma anche i suoi soldi, dal momento che qualcuno potrebbe accedere al suo account bancario se trovasse le credenziali salvate nelle note dello smartphone.

Come pagare?

I metodi di pagamento preferibili restano le carte di debito e credito, il trasferimento diretto fra conti bancari e i digital wallet come PayPal. Tuttavia, stanno prendendo piede anche altri metodi di pagamento. Lo shopping frequente, ad esempio, permette alle persone di accumulare punti attraverso programmi fedeltà, usati per acquistare nuovamente dallo stesso retailer. Inoltre, grazie agli smartphone e agli smartwatch, i clienti non devono più portare con sé né il portafoglio, né soldi in contanti, né carte fisiche. Questo nuovo fenomeno ha aiutato la diffusione di dispositivi di pagamento “contactless”, come PayPass ed ApplePay, utilizzati regolarmente da un terzo degli acquirenti coinvolti dallo studio (30%).

Part time, in Italia più che una scelta è un ripiego

Il part time un lusso professionale? Forse una volta, adesso non più. Un tempo, infatti, la possibilità di lavorare per metà giornata o per un numero di ore minore a settimana era una vera e propria aspirazione per mamme con bambini piccoli ma anche per studenti e studentesse, che potevano proseguire il loro percorso di studi con la sicurezza di un’entrata economica.

Oggi invece è un “ripiego”

Insomma, se raccontato così il pet time sembra un ‘opportunità validissima per molti, nella realtà odierna non è proprio così. E soprattutto non è una scelta. “Nella maggior parte dei casi non è la disponibilità di maggior tempo libero a spingere gli italiani ad abbracciare il part time quanto invece la difficoltà nel trovare un lavoro a tempo pieno” spiega a questo proposito Carola Adami, CEO della società di ricerca e selezione del personale Adami&Associati. Il contratto a tempo parziale, dunque, sembra aver perso la sua valenza originale, per diventare invece un vero e proprio ripiego, del quale è più facile vedere gli svantaggi che i benefici.

I numeri ufficiali

In merito non mancano dati ufficiali. I numeri Eurostat  sono eloquenti: guardando ai dati del 2017, il 63,5% dei lavoratori part-time tra i 15 e i 64 anni ha dichiarato di aver accettato questo contratto per l’impossibilità di trovare un contratto full-time. Si tratta di una fetta di lavoratori che  è diminuita di quasi 2 punti percentuali rispetto al 2016, ma resta pur sempre di molto maggiore rispetto allo stesso dato del 2008: prima della crisi, infatti, il part-time era una scelta ‘obbligata’ e non voluta dal 41,3% degli intervistati. In Europa, attualmente, solo Grecia e Cipro hanno percentuali maggiori, laddove la media dei Paesi UE si ferma al 26,4%. Dati molto diversi per la Germania, dove solo l’11,3% degli intervistati ha accettato un part-time come ripiego. Altra informazione che emerge dalle analisi è che il part-time, in Italia, non viene utilizzato per continuare gli studi: solo il 2,1% degli intervistati riferisce che il lavorare a tempo parziale rappresenta un espediente per proseguire il proprio percorso educativo. Nel Regno Unito, questa percentuale raggiunge il 12,9%. “Va peraltro sottolineato il fatto per cui l’Italia, tra tutti i membri UE, è anche il Paese in cui i lavoratori part-time sono cresciuti di più negli ultimi anni: si parla infatti di quasi 10 punti in più percentuali tra il 2002 e il 2015” ha detto Adami.

La posizione delle aziende

Ancora, sembra che determinate aziende concedano malvolentieri il part-time. “Per questioni puramente organizzative le realtà del manifatturiero e le piccole aziende non sono portate a concedere i part-time ai propri dipendenti, laddove invece il tempo parziale è molto comune nel pubblico” ha concluso l’esperta.

Certificazione digitale, nasce il primo polo europeo

La necessità di certificare l’identità dei clienti online è la sfida principale delle aziende impegnate nel processo di trasformazione digitale. Quando si stipulano accordi online è infatti necessario garantire la certezza delle identità delle parti, e assicurare il valore legale dei documenti sottoscritti durante un accordo. Occorrono quindi strumenti che sappiano conciliare la sicurezza e l’aderenza alla normativa con l’immediatezza e la praticità del mondo digitale.

Garantire la sicurezza delle transazioni commerciali in rete è proprio l’obiettivo del primo polo europeo per la certificazione digitale, nato dalla certification authority italiana InfoCert (Gruppo Tecnoinvestimenti), insieme a Camerfirma, una delle principali autorità di certificazione spagnole.

Un “campione europeo” del digital trust

Nell’era digitale, sia per chi opera a livello locale sia a livello internazionale, la sicurezza delle transazioni e delle comunicazioni è fondamentale. “Grazie all’ingresso in InfoCert Gruppo Tecnoinvestimenti – spiega Alfonso Carcasona, Managing Director di Camerfirma – le sinergie in infrastrutture, innovazione e sviluppo di nuovi prodotti e soluzioni si traducono in benefici tangibili per i nostri clienti attuali e potenziali”. Di sicurezza, mercato unico digitale e strumenti per la certificazione si è discusso a Madrid, nel corso del convegno dal titolo Costruendo il futuro digitale. Dove InfoCert ha dichiarato la propria ambizione a diventare “campione europeo” del digital trust.

Una rampa di lancio per l’espansione nei mercati di Francia, Belgio e Olanda.

La crescita di InfoCert è avvenuta attraverso una strategia di acquisizioni, che ha portato nel 2018 all’acquisizione di Camerfirma, e del 50% di Luxtrust, certification autority del Lussemburgo.

L’acquisizione di Camerfirma è stata la prima pietra miliare del percorso di sviluppo internazionale di InfoCert, cui ha fatto seguito il recente annuncio della sua joint venture paritetica con LuxTrust, il principale fornitore di Trust Services in Lussemburgo. Una vera e propria rampa di lancio per l’espansione di InfoCert nei mercati di Francia, Belgio e Olanda.

L’integrazione delle offerte permette una copertura di mercato più efficace

L’evento di Madrid ha consentito a Camerfirma e InfoCert di “presentarsi a una platea autorevole nel loro comune ruolo di fornitore europeo di servizi fiduciari, ma con solide radici istituzionali nel mercato nazionale spagnolo – dichiara Danilo Cattaneo, Amministratore Delegato di InfoCert Gruppo Tecnoinvestimenti -. L’integrazione delle nostre rispettive offerte ci permette una copertura di mercato più efficace, con servizi più ricchi e capaci di aiutare concretamente le organizzazioni pubbliche e private a rispondere al meglio alle sfide che le attendono”.