L’app che riconosce i prodotti Made in Italy

Un’app che riconosce i prodotti autenticamente Made in Italy. Nata per contrastare il fenomeno dell’Italian Sounding, l’app Realia | Made in Italy Experience è gratuita e rappresenta un sistema efficace per la tutela dei prodotti originali del nostro Paese. L’app si rivolge soprattutto alle aziende italiane del settore agroalimentare e dei beni di consumo, che possono contare su uno strumento innovativo che permette ai consumatori di riconoscere l’autenticità dei prodotti acquistati rispetto alle imitazioni. In questo modo, i consumatori che vogliono acquistare all’estero un prodotto del nostro Paese non avranno più dubbi, né brutte sorprese, sulla sua autenticità.

Distinguere in modo sicuro i marchi storici e quelli di nicchia

Con l’app di Realia i consumatori potranno distinguere in modo sicuro e immediato sia i marchi italiani storici e noti in tutto il mondo sia i brand di nicchia, quelli prodotti da Piccole e medie imprese nazionali. Realia conta già oltre 100 mila utenti in Europa, e oltre un milione in Cina. Di facile utilizzo, l’app è disponibile su iOS e Android, ed è distribuita in tutto il mondo.

Ma come funziona? È sufficiente avere con sé lo smartphone e utilizzare l’app per inquadrare uno o più prodotti, anche simultaneamente, per avere la certezza della loro origine. Ogni prodotto infatti viene riconosciuto nella sua interezza sulla base di elementi come la confezione, il packaging o l’etichetta, oppure tramite codici barcode o Qr code.

Animazioni con la realtà aumentata

L’app, riporta Askanews, consente di visualizzare contenuti dinamici e video che certificano l’origine Made in Italy del prodotto, e ne illustrano le peculiarità con vere e proprie animazioni con la realtà aumentata.

Con Realia si può inoltre comunicare attivamente con le aziende e i loro brand, segnalando anche l’eventuale ritrovamento di prodotti di dubbia autenticità presso i punti vendita internazionali.

Il fenomeno dell’Italian Sounding

A causa dell’Italian Sounding spesso le aziende italiane hanno difficoltà a essere competitive nel mercato internazionale, e i consumatori stranieri spesso sono indotti ad acquistare prodotti falsi credendo che siano originali. L’Italian Sounding (letteralmente, “suonare italiano”) è un fenomeno legato all’imitazione di un prodotto, una denominazione o un marchio, attraverso un richiamo alla presunta italianità che però non trova alcun fondamento nel prodotto stesso. A differenza della contraffazione, che riguarda prevalentemente illeciti relativi alla violazione del marchio registrato, delle denominazioni di origine come Doc, Dop, Docg, Igp, Igt o Stgt, e del logo, del design, del copyright, l’Italian Sounding non è legalmente impugnabile e sanzionabile.

Automazione e digitalizzazione, le competenze più richieste da Impresa 4.0

In un mondo in cui digitalizzazione e automazione entrano di peso nella maggior parte delle mansioni, dotarsi delle nuove competenze diventa indispensabile. Nel nostro Paese su 10 tipologie di lavoro 6 vedranno gran parte dei propri compiti svolti da macchine robotizzate Si fissa invece nell’immediato futuro l’indagine del World Economic Forum, secondo il quale nei prossimi 7 anni il mix tra intelligenza artificiale, robot e automazione cancellerà 75 milioni di posti di lavoro, creandone però 133 milioni di nuovi. Si parla quindi di un saldo positivo di 58 milioni di nuove posizioni di lavoro. Ma affinché questo sia possibile è necessario poter contare sulle necessarie competenze richieste dal mondo dell’Impresa 4.0.

Skills digitali, ma non solo

“Le diverse indagini effettuate negli ultimi anni parlano piuttosto chiaro: tutti quanti sono concordi nell’affermare che all’incirca un terzo dei posti di lavoro che si creeranno nei prossimi cinque e dieci anni avrà come requisiti fondamentali delle skills, digitali ma non solo, che oggi risultano raramente disponibili sul mercato”, commenta Carola Adami, CEO di Adami & Associati, società di ricerca e selezione di personale qualificato.

L’impresa 4.0 ha bisogno di professionisti capaci di lavorare in gruppo e di integrarsi all’interno del sistema aziendale, ma anche di talenti dotati di pensiero creativo, capacità di problem solving e adattamento.

Mancano le competenze interne per le complesse strategie di business aziendali

Poiché il mondo del lavoro sarà caratterizzato da un continuo e veloce cambiamento, le aziende e gli stessi professionisti dovranno quindi perseguire nuove competenze non ancora formate. Molte aziende si trovano attualmente a lanciare complesse strategie di business sul lungo termine senza poter contare sulle necessarie competenze interne. E se l’automazione cancellerà tantissimi lavori, creandone molti di più, queste nuove posizioni potranno essere assegnate solamente a professionisti in grado di capire e gestire al meglio le nuove tecnologie.

Anche il mondo della formazione dovrà adattarsi

“Attualmente in Italia – spiega Carola Adami – meno di un terzo dei lavoratori è in possesso di competenze digitali di alto livello”.Questo significa che le imprese si troveranno ben presto a sfidarsi fra loro per assicurarsi i necessari talenti digitali, cosa che peraltro sta iniziando ad accadere già oggi, con le aziende alla continua ricerca di ruoli digital, a conferma del significativo mismatch che caratterizza l’attuale mercato del lavoro.

Ma significa anche che anche il mondo della formazione dovrà adattarsi, sia prima dell’entrata nel mondo del lavoro sia “on the job”.

I social, la prima fonte di informazione per i giovani

La vita degli under 30 italiani si svolge in gran parte sulla rete, o comunque in compagnia di Internet. I numeri parlano chiaro: il 95% dei nostri connazionali al di sotto dei 30 anni di età utilizza quotidianamente il web e addirittura un 60% di loro è costantemente connesso. Queste cifre sono state rivelate dall’indagine sui giovani e l’informazione in Italia, realizzata dall’Istituto Demopolis per l’Ordine dei Giornalisti, in occasione del Premio Mario e Giuseppe Francese. Lo studio ha messo sotto esame le variabili che orientano la dieta informativa dei giovani italiani tra i 18 e i 29 anni, focalizzando gli strumenti impiegati nel vissuto quotidiano per l’informazione, il multi-tasking e le aree tematiche di maggiore interesse per le nuove generazioni.

Il mondo e le notizie sono sul web
”La centralità delle Rete incide in modo significativo sulle modalità di informazione delle nuove generazioni: il 75% entra in contatto con l’attualità attraverso siti web, portali e testate online. Considerato il contesto, i telegiornali, nazionali e locali e i programmi d’informazione in tv tengono le loro posizioni: li segue il 66% degli under 30. Sempre più centrale appare poi il ruolo di Facebook, YouTube e dei principali social network, vero e proprio incrocio di tutte le informazioni” ha detto il direttore di Demopolis, Pietro Vento.

Il trend degli ultimi 10 anni
Quanto accaduto negli ultimi dieci anni rappresenta un cambiamento epocale. Il trend 2009-2019 raccontato dall’Istituto Demopolis disegna un’autentica rivoluzione. La fruizione dei Tg e dei programmi d’informazione passa in 10 anni dal 76 al 66%, quella dei siti di informazione online dal 31 al 75%. Cresce di quasi 50 punti – dal 15 al 63% – l’utilizzo dei social quale strumento di informazione. Alla carta stampata rimane solo un ruolo marginale tra i ragazzi under 30. Sono pochi i giovani che acquistano quotidiani e giornali nelle edicole, anche se questi continuano ad essere letti e consultati, ma sul web e in tempo reale.

I media tradizionali sono comunque più affidabili

Ma cosa si è rotto nel rapporto fra ragazzi e informazione? A quasi i 2/3 degli intervistati non piace la faziosità dell’informazione politica, il 56% sottolinea la scarsa obiettività, il 48% la superficialità di molte notizie. I media tradizionali sono, comunque, percepiti dagli under 30 come più affidabili rispetto ai social network. In base all’analisi Demopolis per l’Ordine dei Giornalisti, a interessare di più chi ha meno di 30 anni sono per il 70% i fatti locali che avvengono nella propria città o regione. Ma anche, per i due terzi, l’informazione nazionale. Più bassa, poco sopra il 40%, l’attenzione su quanto accade in Europa e nel resto del mondo. Ma i millennials apprezzano il giornalista d’inchiesta. “Il 70 per cento dei giovani si dichiara interessato al giornalismo d’inchiesta e di denuncia. Le nuove generazioni lo vorrebbero più presente sui media italiani” ha confermato il direttore dell’Istituto Demopolis Pietro Vento.

Shopping on line per le feste: un terzo degli italiani mette a rischio i propri dati bancari

Mai come nel periodo che va dal Black Friday di novembre ai saldi di gennaio bisogna tenere d’occhio le proprie transizioni on line e soprattutto mettere in sicurezza le proprie credenziali e i propri dati bancari. Già, perché proprio in questi mesi, quando lo shopping sul web si fa più consistente, i cybercriminali potrebbero “fare tombola”. In base a un recente report di Kaspersky Lab, il 32% degli intervistati ha già messo le proprie credenziali bancarie nelle mani sbagliate e ben un quarto di loro non ha mai recuperato il proprio denaro. Tra i fattori che potrebbero mettere a rischio le finanze degli utenti, troviamo la difficoltà nel tenere sotto controllo le proprie credenziali, dopo averle utilizzate su varie piattaforme di e-commerce e la varietà dei metodi di pagamento disponibili.

Gli italiani hanno la memoria corta

Fare shopping online è come visitare un enorme centro commerciale dove gli utenti possono acquistare da decine di diverse piattaforme per l’e-commerce. Ovviamente, gli acquirenti fanno fatica a tenere sotto controllo i dettagli dei loro pagamenti online. Quasi la metà degli utenti italiani coinvolti dallo studio di Kaspersky Lab (48%) è soprattutto preoccupata dall’eventualità che i criminali informatici possano accedere proprio alle loro credenziali bancarie online. Tuttavia, circa la metà degli intervistati (48%) ammette di aver dimenticato o di non aver neanche cercato di ricordare su quali siti o quali applicazioni abbia effettivamente condiviso le proprie credenziali. Per rendere le credenziali di pagamento online facili da reperire e da ricordare, un utente su cinque (29%) preferisce salvarle su uno dei suoi dispositivi. Tale tendenza rende più agevole l’inserimento di quelle stesse credenziali quando si fa shopping, così da non doversi preoccupare di perderle. Tuttavia, nel caso in cui il dispositivo venisse perso o rubato, l’utente rischierebbe non solo di perdere i suoi dati personali, ma anche i suoi soldi, dal momento che qualcuno potrebbe accedere al suo account bancario se trovasse le credenziali salvate nelle note dello smartphone.

Come pagare?

I metodi di pagamento preferibili restano le carte di debito e credito, il trasferimento diretto fra conti bancari e i digital wallet come PayPal. Tuttavia, stanno prendendo piede anche altri metodi di pagamento. Lo shopping frequente, ad esempio, permette alle persone di accumulare punti attraverso programmi fedeltà, usati per acquistare nuovamente dallo stesso retailer. Inoltre, grazie agli smartphone e agli smartwatch, i clienti non devono più portare con sé né il portafoglio, né soldi in contanti, né carte fisiche. Questo nuovo fenomeno ha aiutato la diffusione di dispositivi di pagamento “contactless”, come PayPass ed ApplePay, utilizzati regolarmente da un terzo degli acquirenti coinvolti dallo studio (30%).

Part time, in Italia più che una scelta è un ripiego

Il part time un lusso professionale? Forse una volta, adesso non più. Un tempo, infatti, la possibilità di lavorare per metà giornata o per un numero di ore minore a settimana era una vera e propria aspirazione per mamme con bambini piccoli ma anche per studenti e studentesse, che potevano proseguire il loro percorso di studi con la sicurezza di un’entrata economica.

Oggi invece è un “ripiego”

Insomma, se raccontato così il pet time sembra un ‘opportunità validissima per molti, nella realtà odierna non è proprio così. E soprattutto non è una scelta. “Nella maggior parte dei casi non è la disponibilità di maggior tempo libero a spingere gli italiani ad abbracciare il part time quanto invece la difficoltà nel trovare un lavoro a tempo pieno” spiega a questo proposito Carola Adami, CEO della società di ricerca e selezione del personale Adami&Associati. Il contratto a tempo parziale, dunque, sembra aver perso la sua valenza originale, per diventare invece un vero e proprio ripiego, del quale è più facile vedere gli svantaggi che i benefici.

I numeri ufficiali

In merito non mancano dati ufficiali. I numeri Eurostat  sono eloquenti: guardando ai dati del 2017, il 63,5% dei lavoratori part-time tra i 15 e i 64 anni ha dichiarato di aver accettato questo contratto per l’impossibilità di trovare un contratto full-time. Si tratta di una fetta di lavoratori che  è diminuita di quasi 2 punti percentuali rispetto al 2016, ma resta pur sempre di molto maggiore rispetto allo stesso dato del 2008: prima della crisi, infatti, il part-time era una scelta ‘obbligata’ e non voluta dal 41,3% degli intervistati. In Europa, attualmente, solo Grecia e Cipro hanno percentuali maggiori, laddove la media dei Paesi UE si ferma al 26,4%. Dati molto diversi per la Germania, dove solo l’11,3% degli intervistati ha accettato un part-time come ripiego. Altra informazione che emerge dalle analisi è che il part-time, in Italia, non viene utilizzato per continuare gli studi: solo il 2,1% degli intervistati riferisce che il lavorare a tempo parziale rappresenta un espediente per proseguire il proprio percorso educativo. Nel Regno Unito, questa percentuale raggiunge il 12,9%. “Va peraltro sottolineato il fatto per cui l’Italia, tra tutti i membri UE, è anche il Paese in cui i lavoratori part-time sono cresciuti di più negli ultimi anni: si parla infatti di quasi 10 punti in più percentuali tra il 2002 e il 2015” ha detto Adami.

La posizione delle aziende

Ancora, sembra che determinate aziende concedano malvolentieri il part-time. “Per questioni puramente organizzative le realtà del manifatturiero e le piccole aziende non sono portate a concedere i part-time ai propri dipendenti, laddove invece il tempo parziale è molto comune nel pubblico” ha concluso l’esperta.

Certificazione digitale, nasce il primo polo europeo

La necessità di certificare l’identità dei clienti online è la sfida principale delle aziende impegnate nel processo di trasformazione digitale. Quando si stipulano accordi online è infatti necessario garantire la certezza delle identità delle parti, e assicurare il valore legale dei documenti sottoscritti durante un accordo. Occorrono quindi strumenti che sappiano conciliare la sicurezza e l’aderenza alla normativa con l’immediatezza e la praticità del mondo digitale.

Garantire la sicurezza delle transazioni commerciali in rete è proprio l’obiettivo del primo polo europeo per la certificazione digitale, nato dalla certification authority italiana InfoCert (Gruppo Tecnoinvestimenti), insieme a Camerfirma, una delle principali autorità di certificazione spagnole.

Un “campione europeo” del digital trust

Nell’era digitale, sia per chi opera a livello locale sia a livello internazionale, la sicurezza delle transazioni e delle comunicazioni è fondamentale. “Grazie all’ingresso in InfoCert Gruppo Tecnoinvestimenti – spiega Alfonso Carcasona, Managing Director di Camerfirma – le sinergie in infrastrutture, innovazione e sviluppo di nuovi prodotti e soluzioni si traducono in benefici tangibili per i nostri clienti attuali e potenziali”. Di sicurezza, mercato unico digitale e strumenti per la certificazione si è discusso a Madrid, nel corso del convegno dal titolo Costruendo il futuro digitale. Dove InfoCert ha dichiarato la propria ambizione a diventare “campione europeo” del digital trust.

Una rampa di lancio per l’espansione nei mercati di Francia, Belgio e Olanda.

La crescita di InfoCert è avvenuta attraverso una strategia di acquisizioni, che ha portato nel 2018 all’acquisizione di Camerfirma, e del 50% di Luxtrust, certification autority del Lussemburgo.

L’acquisizione di Camerfirma è stata la prima pietra miliare del percorso di sviluppo internazionale di InfoCert, cui ha fatto seguito il recente annuncio della sua joint venture paritetica con LuxTrust, il principale fornitore di Trust Services in Lussemburgo. Una vera e propria rampa di lancio per l’espansione di InfoCert nei mercati di Francia, Belgio e Olanda.

L’integrazione delle offerte permette una copertura di mercato più efficace

L’evento di Madrid ha consentito a Camerfirma e InfoCert di “presentarsi a una platea autorevole nel loro comune ruolo di fornitore europeo di servizi fiduciari, ma con solide radici istituzionali nel mercato nazionale spagnolo – dichiara Danilo Cattaneo, Amministratore Delegato di InfoCert Gruppo Tecnoinvestimenti -. L’integrazione delle nostre rispettive offerte ci permette una copertura di mercato più efficace, con servizi più ricchi e capaci di aiutare concretamente le organizzazioni pubbliche e private a rispondere al meglio alle sfide che le attendono”.

Occupazione record, ma non per i giovani

Per la prima volta dal 2012, la disoccupazione è sotto la soglia del 10%, attestandosi al 9,7%. Secondo i dati Istat  relativi al mercato del lavoro italiano ad agosto 2018 il tasso di occupazione è arrivato al 59%, con più 69.000 occupati rispetto a luglio. Un record mai registrato nel nostro Paese. Almeno dal 1977, anno in cui si è dato il via alle rilevazioni. Ma non è tutto oro quello che luccica. Gli esperti puntano il dito in direzione della qualità del lavoro, e soprattutto verso la natura dei contratti che hanno portato così in alto il tasso di occupazione. In particolare i contratti a termine, mai stati così tanti dal 1992. Ma il vero problema è ancora la disoccupazione giovanile.

I disoccupati tra i 15 e i 24 anni sono il 31%

Se infatti nella fascia di età tra i 50 e i 64 anni si è arrivati a oltrepassare il 60% di occupazione, per quanto riguarda gli under 24 la situazione non migliora, anzi, peggiora. Rispetto a luglio la disoccupazione giovanile è aumentata dello 0,2%, portando così al 31% i disoccupati tra i 15 e i 24 anni.

“Il forte scollamento tra mondo della scuola e mondo del lavoro continua a pesare fortemente sui dati relativi all’occupazione giovanile”, spiega Carola Adami, CEO e founder dell’agenzia di ricerca e selezione del personale Adami & Associati. Del resto il gap tra domanda e offerta di lavoro è destinato a crescere ulteriormente, nonostante la ripresa che gli stessi dati Istat dimostrano in modo piuttosto palese.

“L’Italia non forma un numero sufficiente di professionisti nel campo Itc”

“Le aziende italiane, in piena digital trasformation, sono alla ricerca di figure Ict formate ed esperte, in grado dunque di accompagnare questa evoluzione interna – sottolinea Adami – purtroppo, però, alcune di queste ricerche sono destinate a restare insoddisfatte, in quanto l’Italia, a oggi, non forma un numero sufficiente di professionisti nel campo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione”. Del resto sono gli stessi numeri a dimostrare il fatto che i laureati in ingegneria, seppure in aumento, sono ancora troppo pochi, anche per via dell’alto tasso di abbandono degli studi (che sfiora il 60%). Ed è per questo motivo che le aziende italiane faticano non poco a individuare figure come i Data Analyst, i Web Developer, e i System Engineer.

Il paradosso del mercato del lavoro

Si ripropone dunque il paradosso del mercato del lavoro italiano: laddove molti giovani continuano a ricercare un’occupazione le aziende si sfidano l’un l’altra per assicurarsi i pochi talenti formati dalle scuole e dalle università italiane.

Ai primi non resta che lavorare sulle proprie competenze, fissando obiettivi realizzabili, mentre le seconde devono ottimizzare i processi di ricerca e di selezione, per non lasciarsi sfuggire i, pochi, professionisti in grado di supportare l’evoluzione digitale.

Autunno, gli alimenti alleati del buonumore

Scendono le temperature, le giornate diventano più corte, e gli impegni quotidiani incombono. Mancanza di energia, spossatezza, sonnolenza, malinconia e riduzione della produttività sono alcuni dei sintomi da cambio di stagione. Che per molti  non è indolore, e necessitano di un periodo di assestamento perché il fisico e l’umore si stabilizzino. Per recuperare vitalità e benessere un aiuto attiva dalla tavola, privilegiando una serie di alimenti che stimolano la produzione di sostanze che aiutano il buonumore, o le contengono direttamente. Come le vitamine del gruppo B, il ferro, il potassio e il magnesio.

Vitamine del gruppo B, sali minerali e amminoacidi

In particolare, la vitamina B12 favorisce il buon funzionamento del sistema immunitario e la formazione dei globuli rossi, mentre le vitamine B2 e B6 contribuiscono a ridurre il senso di stanchezza e affaticamento. Anche il ferro aiuta a contrastare la stanchezza, mentre il potassio è utile per il benessere del cervello e per l’equilibrio della pressione sanguigna, riporta Askanews.

Il magnesio aiuta invece ad affrontare i periodi di tensione, e gli acidi grassi omega 3 e il triptofano (un amminoacido presente nella maggior parte delle proteine che assumiamo con gli alimenti) migliorano umore, concentrazione e memoria. Il triptofano ha anche un effetto positivo sullo stress, perché in presenza di vitamine del gruppo B, di carboidrati e ferro aumenta la produzione della serotonina.

Latte, yogurt, mandorle, uova, pasta e banane

Ecco i 12 alimenti che non dovrebbero mancare in una dieta quotidiana, soprattutto durante il cambio di stagione. Primi fra tutti latte e yogurt, fonti di calcio, minerale dal ruolo fondamentale in molti processi del nostro organismo, che contribuisce anche d attenuare insonnia e nervosismo. Poi mandorle, perché la frutta secca è ricca di magnesio, e aiuta a proteggere il nostro corpo da stanchezza fisica e mentale. E le uova, un vero e proprio toccasana per il nostro umore, ricche di vitamina D, vitamina E, zinco e Omega 3, che influiscono positivamente sul funzionamento del nostro organismo.

Anche la pasta è una buona fonte di energia, in particolare di carboidrati e di triptofano. E ancora le banane, ricche di potassio e magnesio.

Pesce, carne, cioccolato, avena, miele e lenticchie

Tra i pesci, salmone e tonno sono ricchi di Omega 3, acidi grassi essenziali che agiscono sulla serotonina e sono preziosi per il funzionamento del nostro cervello. Sì anche alla carne di pollo, ricca di proteine, ma povera di grassi, e alla bresaola, ricca di proteine, vitamine del gruppo B, zinco, ferro e selenio. Molto conosciuto l’effetto antidepressivo del cioccolato, ricco di triptofano, aiuta a ridurre lo stress e ci regala una piacevole sensazione di benessere.

Ma anche l’avena sa il fatto suo: è un cereale ricco di fibre, carboidrati ed è una buona fonte proteica. Per non parlare del miele, alimento dalle proprietà antibatteriche e cicatrizzanti, e delle lenticchie, un legume nutriente che contiene ferro, potassio e fosforo.

Tasse: quasi 200 miliardi in più in 20 anni. Ma l’evasione è al 16,3%,

Sono quasi 200 miliardi le tasse che i 41 milioni di contribuenti italiani hanno pagato in più in vent’anni. Dal 1997 al 2017 il peso delle imposte è aumentato di 198 miliardi di euro, passando da 304 a 502 miliardi.

Lo rivela l’ultima analisi dell’Ufficio Studi della Cgia di Mestre, che evidenzia come nel periodo considerato le entrate tributarie siano cresciute di oltre 65 punti, un livello nettamente superiore all’andamento dell’inflazione (+43 punti percentuali).

La ricerca ha valutato però anche l’ammontare delle imposte sottratte al fisco. A livello nazionale si tratta di una cifra che si aggira intorno ai 114 miliardi di euro, con un tasso di evasione pari al 16,3%, e punte del 24,7% in Calabria, del 23,4% in Campania e del 22,3% in Sicilia.

Gli italiani “lavorano” per il fisco 4 giorni in più rispetto alla media europea

Nel 2016, l’ultimo anno in cui è stato possibile effettuare una comparazione fra i paesi Ue, i contribuenti italiani hanno lavorato per il fisco per 154 giorni lavorativi, 4 giorni in più rispetto alla media registrata nei Paesi dell’area euro, e 9 con la media dei 28 Paesi dell’Unione.

Solo la Francia presenta un numero di giorni di lavoro superiore a quello italiano (+21). Tutti gli altri hanno potuto festeggiare la liberazione fiscale con un netto anticipo. In Germania, ad esempio, 7 giorni prima di noi, in Olanda 12, nel Regno Unito 27 e in Spagna 28. Il paese più virtuoso è l’Irlanda: con una pressione fiscale del 23,6% permette ai propri contribuenti di assolvere gli obblighi fiscali in soli 86 giorni lavorativi.

L’evasione fiscale assume dimensioni economiche preoccupanti

In linea generale in nessun altro Paese d’Europa viene richiesto uno sforzo fiscale come in Italia. “La nostra giustizia civile è lentissima, la burocrazia ha raggiunto livelli ormai insopportabili, la Pubblica amministrazione rimane la peggiore pagatrice d’Europa – segnala il segretario della CGIA Renato Mason – e il sistema logistico-infrastrutturale registra ritardi spaventosi: nonostante queste inefficienze, la richiesta del nostro fisco si colloca su livelli elevatissimi e, per tali ragioni, appare del tutto ingiustificata”.

E con un carico impositivo smisurato l’evasione fiscale assume dimensioni economiche preoccupanti.

“Paghiamo anche le tasse sulle tasse”

“L’armamentario fiscale italiano è composto da oltre 100 voci – si legge nella ricerca – una sequela di addizionali e bolli, dai canoni ai contributi, dai diritti alle imposte per passare alle ritenute”. Senza contare che paghiamo anche le tasse sulle tasse. Un esempio? Quando facciamo il pieno alla nostra auto la base imponibile su cui si applica l’Iva è composta anche dalle accise sui carburanti.

Oltre all’eccessivo carico fiscale il problema è anche il peso della burocrazia fiscale in capo agli imprenditori. Al netto delle tariffe applicate dai commercialisti per la tenuta della contabilità aziendale, fra obblighi, dichiarativi, certificazione dei corrispettivi, tenuta dei registri, i costi ammontano a circa 3 miliardi di euro all’anno.

Italia, il Fisco pesa ancora troppo: è al 48,3%

La pressione fiscale in Italia non molla la presa. Quella reale, infatti si attesterebbe al  48,3%, ovvero 6,1 punti percentuali in più rispetto a quella ufficiale. L’unica buona notizia è che, rispetto al 2014,  si sia leggermente allentata. Ma il tetto resta troppo alto. A rilevarlo è la stima è dell’Ufficio studi della Cgia, che ha condotto un monitoraggio sul trend della pressione fiscale. In una nota, la Cgia scrive che se la pressione risulta “in calo rispetto agli anni precedenti”, il peso complessivo del fisco “rimane comunque ad un livello insopportabile”. E ancora: “Se alle troppe tasse aggiungiamo il peso oppressivo della burocrazia, l’inefficienza di una parte della nostra pubblica amministrazione e il gap infrastrutturale che ci separa dai nostri principali competitori economici, non c’è da stupirsi che serpeggi un certo malessere soprattutto tra gli imprenditori del Nordest. Tra le altre cose, a causa di tutte queste criticità, continuiamo a rimanere il fanalino di coda in Ue per quanto riguarda gli investimenti diretti esteri” spiega il coordinatore Cgia Paolo Zabeo.

Il 2019 potrebbe essere “tosto”

Non sono confortanti nemmeno le previsioni per il 2019. Stando al rapporto, la pressione fiscale potrebbe crescere “sia perché la crescita del Pil è data in frenata da tutti gli organismi internazionali, sia a seguito di un possibile aumento del prelievo fiscale”. “Nel caso, infatti, non si dovessero trovare 12,4 miliardi di euro, dal 1 gennaio 2019 l’aliquota Iva, attualmente al 10%, salirebbe all’11,5%; altresì, quella attuale del 22% schizzerebbe addirittura al 24,2%” spiega la Cgia, per la quale “è molto probabile” che per il 2019 si dovrà nuovamente mettere mano ai conti pubblici “per quasi 10 miliardi”, oltre a dover reperire circa 2 miliardi di euro per il rinnovo del contratto di lavoro degli statali, ulteriori 500 milioni di spese ”indifferibili” e altri 140 milioni per evitare l’aumento delle accise sui carburanti a partire dal 1 gennaio 2019. La nota riporta ancora che “Viste le difficoltà incontrate con il decreto dignità non è da escludere che almeno una parte di questi 25 miliardi di euro possa essere finanziata attraverso un incremento del prelievo fiscale. Un’ipotesi che l’esecutivo ha scartato da tempo, ma che potrebbe essere costretto a ricorrere in mancanza di alternative”.

Come è stato effettuato il calcolo

Il rapporto della Cgia spiega anche come è stato calcolato il dato sulla pressione fiscale stimata:  si basa sul calcolo di un Pil nazionale che include anche l’economia non osservata, riconducibile alle attività irregolari che, non essendo conosciute al fisco, almeno in linea teorica non versano né tasse, né imposte e né contributi. E secondo l’Istat, prosegue la nota, l’economia non osservata nel 2015 ammontava a 207,5 miliardi di euro (pari al 12,6 per cento del Pil). E lo stesso parametro è stato adottato dall’Ufficio studi della Cgia per gli anni 2016, 2017 e 2018.  “Siccome la pressione fiscale ufficiale è data dal rapporto tra le entrate fiscali/contributive e il Pil prodotto in un anno, nel 2018 questa è destinata a scendere al 42,2% al lordo del bonus Renzi” precisa la nota pubblicata da AdnKronos. “Tuttavia se ‘togliamo’ dalla ricchezza prodotta la quota addebitabile al sommerso economico e alle attività illegali che, almeno in linea teorica, non producono nessun gettito per l’erario, il Pil diminuisce (quindi si riduce il denominatore) facendo aumentare il risultato che emerge dal rapporto” conclude la Cgia. Quindi “la pressione fiscale ‘reale’ che grava su lavoratori dipendenti, sugli autonomi, sui pensionati e sulle imprese che pagano correttamente le tasse è superiore a quella ufficiale di 6,1 punti: per l’anno in corso è destinata ad attestarsi al 48,3%”.