Archivi autore: Gino Buzzanga

Difficile reperimento per il 32,8% delle assunzioni previste

Gli imprenditori continuano a trovare difficoltà nel reperire personale. Di fatto, dall’elaborazione effettuata dall’Ufficio studi della Cgia, sui risultati emersi dall’indagine condotta sulle entrate programmate dagli imprenditori a gennaio 2020 dall’Unioncamere-ANPAL, Sistema informativo Excelsior, risulta che il 32,8% delle assunzioni previste sono di difficile reperimento. Su poco meno di 500mila assunzioni previste a gennaio di quest’anno, gli imprenditori segnalano che probabilmente troveranno molte difficoltà a “coprire” poco più di 151.300 posti di lavoro, di cui il 15,7% a causa della mancanza di candidati (poco meno di 72.500) e un altro 13,8%o per la scarsa preparazione (circa 63.700).

Al Nord-Est la difficoltà è maggiore

A livello provinciale le situazioni più problematiche emergono a Nord-Est. Se nella provincia di Gorizia il personale di difficile reperimento incide per il 48,1% sul numero delle assunzioni previste, a Trieste è il 45,5%, a Vicenza il 44,6%, a Pordenone il 44,2%, a Reggio Emilia il 42,7%, a Treviso il 42,3% e a Piacenza il 40,5%. Sebbene al Sud la difficoltà di “coprire” le opportunità lavorative offerte dalle aziende è inferiore a quella presente nel Centro-Nord, la percentuale media di difficile reperimento è comunque al 27,5%, con punte del 35,7% a Chieti, del 34,4% a Teramo, del 32,5% a Siracusa, del 32,2% a Potenza, del 31,7% a Taranto, del 31,6% a L’Aquila e del 30,6% a Cagliari.

Al Nord mancano tecnici informatici al Sud autotrasportatori

Le figure professionali maggiormente richieste al Nord che la domanda non riesce a soddisfare sono i tecnici informatici, gli addetti alla vendita e gli esperti in marketing, i progettisti, gli ingegneri, i cuochi, i camerieri, gli operai metalmeccanici ed elettromeccanici Analizzando l’elenco delle professioni di difficile reperimento al Sud, emerge che in tutte le principali province del Meridione le imprese faticano a trovare sul mercato cuochi, camerieri, altre professioni dei servizi turistici e, in particolar modo, conduttori di mezzi di trasporto, ovvero gli autotrasportatori.

Un mercato del lavoro polarizzato e paradossale

“L’offerta di lavoro si sta polarizzando, da un lato gli imprenditori cercano sempre più personale altamente qualificato, dall’altro figure caratterizzate da bassi livelli di competenze e specializzazione”, afferma il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia Paolo Zabeo. Se per i primi le difficoltà di reperimento sono strutturali, anche per lo scollamento tra la scuola e il mondo del lavoro, i secondi sono profili spesso rifiutati dai giovani, e solo in parte coperti dagli stranieri.

Più in generale, comunque, il nostro mercato del lavoro presenta un grande paradosso che non è riscontrabile tra i nostri principali competitor europei. Pur avendo un numero di diplomati e di laureati tra i più bassi di tutti i paesi UE, gli occupati sovraistruiti presenti in Italia sono poco meno di 6 milioni, il 24,2%o degli occupati totali e il 35% degli occupati diplomati e laureati.

Imprese e giovani, difficile reperimento per gli under 29

Cercasi con urgenza figure professionali. Le imprese non trovano under 29 da assumere, e nei prossimi tre anni faranno fatica a selezionarne 1 su 2. Questo a causa di un’offerta formativa carente, soprattutto per le competenze scientifiche e tecniche medio alte. Secondo le previsioni frutto di elaborazioni dell’Area Lavoro, Welfare e Capitale Umano di Confindustria, sulla base di dati Istat e Unioncamere, nel prossimo triennio saranno circa 200mila i posti di lavoro a disposizione nei settori della meccanica, dell’ICT, dell’alimentare, del tessile, della chimica e del legno-arredo.

È quanto emerge dalla XXVI giornata di Orientagiovani promossa da Confindustria e Luiss con il sostegno di Umana e la partecipazione di Unindustria.

Saranno 67mila i nuovi posti di lavoro nel settore della meccanica

Nello specifico, le previsioni indicano che saranno 67mila i nuovi posti di lavoro nel settore della meccanica. Di questi, circa un terzo saranno disponibili per professioni manageriali, scientifiche e di elevata specializzazione (ingegneri, progettisti e specialisti in scienze informatiche) e per professioni tecniche (addetti alla gestione dei processi produttivi, specie legati al digitale). Sia i macro-settori della chimica che dell’ICT si caratterizzano per una forte domanda di nuovi posti di lavoro che prescindono dal turn-over dei lavoratori che andranno in pensione. Nei settori della chimica, della farmaceutica e della fabbricazione di prodotti in gomma e plastica, si prevede una domanda di lavoro pari a circa 16mila addetti. In questo settore, le professioni tecniche, scientifiche e di elevata specializzazione rappresenteranno dalla metà ai due terzi delle figure professionali richieste, con una significativa domanda anche di dottori di ricerca.

40mila figure professionali per le imprese ICT nei prossimi tre anni

La domanda di lavoro delle imprese dell’ICT è stimata sui 40mila individui, e in prospettiva le figure più richieste saranno il programmatore, il progettista/sviluppatore di software e app, il data-scientist il progettista di apparecchiature informatiche e loro periferiche e il progettista di impianti per le telecomunicazioni. È il caso anche del settore alimentare, in cui gli ingressi complessivi entro il 2020 saranno circa 45mila, con una crescita di quasi +15mila rispetto allo scorso anno, e una forte domanda di giovani under 29.

Supera l’80% la difficoltà di reperimento nel tessile

Significativa inoltre la crescita del fabbisogno del settore tessile, che si attesterà sulle 25mila persone, caratterizzata inoltre da punte di difficoltà di reperimento che superano l’80% per figure tecniche fondamentali come i modellisti, riporta Askanews. Nel legno-arredo invece, la domanda di lavoro consisterà di quasi 12mila nuovi ingressi con una forte domanda di designer e operai specializzati nella lavorazione del legno.

Facebook, fuga di informazioni: online i dati di 267 milioni di utenti

Facebook potrebbe essere nei pasticci? O meglio, potrebbero esserlo milioni di suoi utenti? Forse sì. Il colosso informatico sta infatti indagando su una potenziale fuga di dati personali di 267 milioni di utenti. L’ha riferito un esperto di cybersicurezza, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa France Presse.

“Stiamo analizzando il problema, ma pensiamo che si tratti di informazioni ottenute prima delle modifiche effettuate negli ultimi anni per proteggere meglio i dati delle persone”, ha dichiarato un portavoce del social network. Secondo il ricercatore Bob Diachenko e il sito internet Comparitech, i nickname, i nomi e i numeri di telefono di 267 milioni di utenti, per lo più statunitensi, sono finiti sul dark web, dove sono stati utilizzati in diverse e varie operazioni di spam. Ancora più grave è che questi dati potevano essere consultati liberamente in rete, senza nemmeno la necessità di dover ricorrere a qualche sistema di autenticazione.  Il database è rimasto online per circa due settimane, dal 4 al 19 dicembre, ed è risultato scaricabile anche tramite un forum hacker. Solo dopo questo lasso di tempo il provider che lo ospitava lo ha rimosso, sopratutto dopo segnalazioni pressanti dei ricercatori.

Operazione di scraping?

Anche se non è sicuro come questo data base sia stato violato, il sito Comparitech da delle ipotesi attendibili. Come scrive anche l’Ansa, i dati potrebbero essere stati estrapolati dalla piattaforma legata gli sviluppatori di applicazioni (API). Oppure il data base potrebbe esser stato attaccato attraverso una operazione di scraping. Lo scraping è una specifica tecnica del web, che permette di attingere e di estrarre dei dati da un sito utilizzando dei software specifici. Nell’archivio erano contenute informazioni sensibili come lo ‘user ID’, che identifica l’utente, nome e numero di telefono.

Non è il primo “incidente” di questo tipo

Per Facebook non si tratta di una prima volta. Tutti ricordiamo lo scandalo legato a Cambridge Analytica, ma già a settembre scorso era capitato un caso analogo, addirittura peggiore di quest’ultimo. Un ricercatore ha infatti fatto emergere un database enorme: 419 milioni di dati collegati agli account del social network.

Un nuovo sistema operativo per il social?

Forse anche per mettersi al riparo da questo tipo di pericoli, il social – oltre a invitare i suoi utenti a utilizzare i sistemi di privacy messi a disposizione – starebbe lavorando alla creazione di un suo sistema operativo totalmente “made in Facebook”.

In Italia si celebrano più matrimoni, ma sempre più tardi

Negli anni più recenti, ovvero nel biennio 2015-2016, si assiste a un lieve aumento dei matrimoni, anche dovuto agli effetti del Decreto legge 132/2014, sull’introduzione dell’iter extra-giudiziale per separazioni e divorzi consensuali, e della Legge 55/2015 sul cosiddetto Divorzio breve, che hanno semplificato e velocizzato la possibilità di porre fine al matrimonio in essere, consentendo a un numero maggiore di coppie rispetto al passato, di potersi risposare. Secondo i dati contenuti nel Report dell’Istat su Matrimoni e Unioni civili 2018, la diminuzione dei primi matrimoni, per i quali cresce l’età in cui vengono celebrati, è invece da mettere in relazione in parte con la progressiva diffusione delle libere unioni.

Nel 2018 +4.500 “sì”, il 19,9% sono seconde nozze

Nel 2018 in Italia sono stati celebrati 195.778 matrimoni, circa 4.500 in più rispetto all’anno precedente (+2,3%). Cresce però l’età del fatidico sì. E attualmente gli sposi al primo matrimonio hanno in media 33,7 anni e le spose 31,5, rispettivamente 1,6 e 2,1 anni in più rispetto al 2008. Le seconde nozze, o successive, dopo una fase di crescita rilevata negli ultimi anni, dovuta anche all’introduzione del “divorzio breve”, rimangono stabili rispetto all’anno precedente. E la loro incidenza sul totale dei matrimoni raggiunge il 19,9%.

Quadruplicano le unioni civili, e aumento le convivenze prematrimoniali

Dal biennio 1997-1998 al 2017-2018 le unioni civili sono più che quadruplicate, passando da circa 329 mila a 1 milione 368 mila. L’incremento è dipeso prevalentemente dalla crescita delle libere unioni di celibi e nubili, passate da 122 mila a 830 mila circa. Accanto alla scelta delle libere unioni come modalità alternativa al matrimonio, sono in continuo aumento le convivenze prematrimoniali, le quali possono avere un effetto sul rinvio delle nozze a età più mature (posticipazione del primo matrimonio). Ma è soprattutto la protratta permanenza dei giovani nella famiglia di origine a determinare il rinvio delle prime nozze.

Nozze con stranieri e tra sposi dello stesso sesso

Nel 2018 sono state celebrate 33.933 nozze con almeno uno sposo straniero, il 17,3% del totale dei matrimoni, una proporzione in leggero aumento rispetto all’anno precedente. Nel 2018 sono state costituite 2.808 unioni civili tra coppie dello stesso sesso presso gli Uffici di Stato civile dei comuni italiani. Queste si vanno a sommare a quelle già costituite nel corso del secondo semestre 2016 (2.336), anno di entrata in vigore della Legge 20 maggio 2016, n. 76, e dell’anno 2017 (4.376). Come nelle attese, dopo il picco avutosi subito dopo l’entrata in vigore della nuova legge il fenomeno si sta ora stabilizzando.

Italiani i più longevi, ma fanno meno figli

In 10 anni gli over 65 sono aumentati di 1,8 milioni. E con il 22,8% di anziani l’Italia si colloca sul podio europeo per longevità, seguita da Grecia (21,9%), Portogallo (21,7%), Finlandia (21,6%) e Germania (21,5%). Nello stesso periodo però i giovani under 35 sono diminuiti di 1,5 milioni. Una tendenza all’invecchiamento, quindi, che aumenterà progressivamente. Le previsioni per il 2051 annunciano infatti che dagli attuali 13,7 milioni di anziani si passerà a 19,6 milioni, per un’incidenza sul totale della popolazione pari al 33,2%, e un incremento del +42,4%. Lo conferma il primo Rapporto Censis-Tender Capital, secondo il quale il calo delle nascite nel nostro Paese registra un vero e proprio crollo: -23,7%.

Il numero dei centenari dal 2001 aumenta del +129%

Ma non è tutto. Salgono in maniera esponenziale gli ultra 80enni, che nel 2019 sono 4,3 milioni e rappresentano il 7,2% della popolazione (+74,9% dal 2001).

Gli ultranovantenni, invece, sono 774.528, e dal 2001 (+94,5%), e cresce anche il numero dei centenari, arrivati a 14.456: +129% dal 2001, quando erano 6.313.

Il problema però è che il 20,7% degli anziani, oltre 2,8 milioni di persone, non è autosufficiente, e oltre gli ottant’anni la quota di non autosufficienti supera il 40%. Il fabbisogno assistenziale fino a oggi è stato coperto soprattutto dalle famiglie, che garantiscono assistenza diretta in almeno 7 casi su 10, e dalle badanti (circa 1 milione), con una spesa per le famiglie stimata in circa 9 miliardi di euro.

Circa 1 milione di anziani non beneficia di assistenza sanitaria domiciliare

Il modello italiano di welfare familiare e privato a copertura delle esigenze di assistenza degli anziani non autosufficienti inizia a mostrare segni di cedimento. Circa 1 milione di anziani presenta gravi limitazioni funzionali e non beneficia di assistenza sanitaria domiciliare.

“Oltre 2,7 milioni vivono in abitazioni non adeguate alla condizione di ridotta mobilità – si legge nel Rapporto -. Dati che allarmano, anche perché non bastano i 12,4 miliardi di spesa pubblica per l’assistenza a lungo termine, di cui 2,4 miliardi finalizzati alle cure domiciliari, pari al 10,8% della spesa sanitaria complessiva, comunque inferiore al dato Ue del 15,4%”.

I numeri della silver economy

Se i dati relativi gli anziani non autosufficienti sono allarmanti, gli over 65 al contrario sono considerati “generatori di benessere”, hanno una quota di ricchezza media più alta del 13,5% rispetto alla ricchezza media degli italiani, e spendono molto di più in cultura, svago e viaggi.

La situazione è diametralmente opposta per i Millennials, la cui ricchezza risulta inferiore del 54,6%. Un gap di reddito che spiega anche come mai in 25 anni si sia ridotta la spesa dei consumi familiari (-14%), mentre è aumentata quella degli anziani (+23%).

 

Sviluppo Sostenibile, Italia in ritardo sugli obiettivi

L’Italia è molto lontana dai 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, e la distanza dagli altri Paesi rischia di allargarsi. Sul fronte del cambiamento climatico e sul tema delle rinnovabili sono stati fatti passi importanti, ma peggiorano gli ecosistemi e terrestri non si riesce ancora a definire una legge sul consumo di suolo. Non è perciò un quadro incoraggiante quello tratteggiato in occasione della presentazione del Rapporto ASviS 2019, che analizza l’andamento del Paese rispetto agli Obiettivi dell’Agenda 2030, ovvero il programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità, sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’Onu.

I dati del Rapporto ASviS 2019

Il rapporto evidenzia evidenti ritardi in settori cruciali per la transizione verso un modello sostenibile sul piano economico, sociale e ambientale, e forti disuguaglianze, comprese quelle territoriali. Se nel suo percorso verso i 17 Obiettivi l’Italia migliora in alcuni campi, tra come salute, uguaglianza di genere, condizione economica e occupazionale, innovazione, disuguaglianze, condizioni delle città, modelli sostenibili di produzione e consumo, qualità della governance e cooperazione internazionale, peggiora in altri, come povertà, alimentazione e agricoltura sostenibili, acqua e strutture igienico-sanitarie, sistema energetico, condizione dei mari ed ecosistemi terrestri. Ed è stabile per l’educazione e la lotta al cambiamento climatico.

Aumentano povertà assoluta e relativa

In particolare, tra le aree in cui il nostro Paese peggiora c’è il contrasto alla povertà (Obiettivo 1: Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo), il cui indicatore, dopo un andamento stazionario nel periodo 2012-2014, registra un netto peggioramento nel corso degli anni successivi. Nel biennio 2016-2017, la dinamica negativa è dovuta a un aumento della povertà assoluta e della povertà relativa, che registrano entrambe il valore più alto di tutta la serie storica osservata, rispettivamente 8,4% e 15,6% della popolazione. Tra gli individui in povertà assoluta si stima che i giovani di 18-34 anni siano 1 milione e 112mila, il valore più elevato dal 2005. E se nel 2017 si registra una diminuzione dell’indice di grave deprivazione materiale, resta comunque superiore di 3,5 punti rispetto alla media europea.

Crescita economica in lieve ripresa, +8 punti indice di abusivismo edilizio

Sul fronte della crescita economica (Obiettivo 8: Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti), l’indicatore peggiora fino al 2014, a causa dell’andamento sfavorevole del Pil, dell’aumento della disoccupazione e della quota dei giovani Neet (la più alta dei Paesi UE), mentre nel triennio 2015-2017 si registra un lento recupero. A pesare sul segno negativo dell’Obiettivo 11 (Rendere la città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili), è invece l’indice di abusivismo edilizio, che cresce di otto punti percentuali rispetto al 2010, riporta Adnkronos

Imprenditori fuori sede, 1 su 4 sceglie Milano per fare business

Milano è prima in Italia per attrattività imprenditoriale extra regionale, e un imprenditore su quattro si sposta per il business. Il 46% di chi fa impresa a Milano arriva infatti da fuori Lombardia (256 mila su 554 mila) contro una media regionale del 32,5% (443 mila su 1,4 milioni), e italiana del 25%. A livello nazionale su 7,5 milioni di imprenditori sono 1,9 milioni quelli che lavorano fuori dalla regione o Stato di origine. Si tratta di un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati del registro delle imprese al secondo trimestre 2019. In particolare, su coloro che ricoprono cariche nelle imprese, come titolari, soci o amministratori.

Anche Aosta e Novara sul podio per numero di imprenditori extra regionali

Dopo Milano, a livello nazionale, con circa il 40% degli imprenditori provenienti da un’altra regione si piazza Aosta (7 mila cariche su 18 mila), poi Novara (16 mila su 40 mila) e Trieste (9 mila su 23 mila), che quest’anno superano Imperia (12 mila su 30 mila). Sesta si conferma Roma, dove il 38% degli imprenditori viene da fuori Lazio (194 mila su 507 mila). Supera il 35% la presenza di imprenditori nati fuori regione anche a Prato, Savona, La Spezia, Bologna e Genova.

Quali i fattori che motivano la scelta di spostarsi

Per quanto riguarda la provenienza, in Italia il 38% di chi arriva da fuori regione è straniero, mentre il 62% arriva da altre regioni italiane. E se in Lombardia il peso degli italiani è del 65% a Milano è del 68%, mentre a Prato è straniero il 62%, riporta Italpress. Ma quali sono in concreto gli elementi che spingono a spostarsi? A livello nazionale i fattori principali che motivano la scelta di spostarsi sono la vicinanza alla filiera del settore in cui opera l’imprenditore, la dotazione di servizi e infrastrutture, la disponibilità di personale adeguato, la presenza dei distributori, la vicinanza diretta con la clientela.

“Alla ricerca di una dimensione territoriale adatta per il successo dell’attività”

“Gli imprenditori mostrano una particolare flessibilità e disponibilità ad adattare le proprie scelte. Questo vale anche per il contesto economico in cui vanno a operare, alla ricerca di una dimensione territoriale adatta per il successo dell’attività – dichiara Marco Dettori, membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi -. Nel caso di Milano e dei maggiori centri economici, il territorio attrae in modo più ampio e diffuso gli imprenditori che arrivano da fuori regione. Convergono così imprenditori italiani, stranieri e le multinazionali, grazie a una dotazione infrastrutturale che si adatta a diversi settori ed esigenze d’impresa”.

Aumentano i tecnfobici, e il mercato insegue il popolo offline

Dopo l’abbuffata digital di questi ultimi anni sta arrivando la dieta offline. Niente internet, niente social, niente followers è il nuovo lusso per i sempre più numerosi tecnofobici, che non vogliono essere sempre reperibili e vanno alla ricerca di nuovo relax, contemplazione, rapporti con persone in carne e ossa, e natura come fonte di felicità. E magari scelgono di passare dallo smarphone al dumb-phone, il cellulare vecchio stampo senza connessione internet. Come fanno sempre più manager e ricconi londinesi. Il mercato poi sta iniziando ad accontentare chi preferisce restare offline. Tanto che se non usi lo smartphone nelle catene di ristoranti Le Pain Quotidien degli Stati Uniti il dolce è gratis.

Il 2019 sarà l’anno della disconessione

Il fenomeno è stato analizzato all’ultimo Global Wellness Summit (GWS) svolto a Cesena. “Non siamo tutti già tecnofobici, ma il 2018 è stato l’anno del battesimo di chi, a forza di essere sempre reperibile o dipendente da internet, si sente male, più infelice e perfino meno produttivo – dichiara l’economista inglese Thierry Malleret al Summit -. Il 2019 sarà quindi l’anno del recupero del proprio stato mentale restando unplugged”.

La percentuale media dei sempre connessi nel tempo libero è infatti scesa dal 36% al 27% nel 2018. Anche condividere le proprie vacanze con i colleghi tramite selfie e fotografie postate sui social è in declino. E tra i più tecnofobici a sorpresa ci sono i millennials e i nati fra il 1980 e il 2000, scesi dal 68% al 38% in un anno, riporta Ansa.

Il business del benessere abbandona la tecnologia

“La reazione contro Big-Tech è appena iniziata – spiegano gli analisti del report GWS -. Aumentano le ricerche che attestano i disastrosi effetti delle connessioni digital e social costanti sul nostro cervello e sulla felicità. Siamo al punto che la tech-addiction è pari alla dipendenza da fumo di una decina di anni fa”.

Il business del benessere abbandona perciò la tecnologia e prende una piega quasi monastica in nome del silenzio rigenerante e trattamenti rilassanti a zero innovazione hi-tech. Il mondo del wellness di lusso offre soprattutto tempo “off” e cure per digital addicted, niente wi-fi e niente social

Arrivano le app per il digital detox

Aumenta inoltre il numero dei club del fitness, dei centri yoga, tai-chi e di meditazione in cui è caldamente sconsigliato l’uso del cellulare. Per contenere il generale e crescente malcontento digitale è possibile però modificare anche le impostazioni del proprio smartphone con applicazioni anti-social. Come l’app Off the Grip-digital detox, che filtra l’uso del cellulare a cena, la notte e blocca il tempo in cui si è online se si supera il limite stabilito. Supera i 100.000 download anche l’app Stay Focused – App Block, che aiuta a concentrarsi sul lavoro o durante lo studio bloccando i social a tempo. E l’app ThriveAway,  fondatata dalla giornalista dell’Huffington Post Arianna Huffington, setta limiti orari a email, app, notifiche e tempo passato avanti allo schermo.

La Polizia Stato e l’IZPS firmano un accordo per la cybersecurity

La Polizia di Stato e l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato hanno siglato un accordo per la prevenzione e il contrasto dei crimini informatici. In particolare, quelli che hanno per oggetto i sistemi e i servizi informativi rilevanti per il Paese, come le infrastrutture critiche di interesse nazionale.

La convenzione, firmata dal Capo della Polizia-Direttore Generale della Pubblica Sicurezza, Franco Gabrielli, e dall’Amministratore Delegato dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Paolo Aielli, rientra nell’ambito delle direttive impartite dal Ministro dell’Interno per il potenziamento dell’attività di prevenzione alla criminalità informatica. Le direttive prevedono, tra l’altro, anche la stipula di accordi con operatori che forniscono prestazioni essenziali.

Garantire integrità e funzionalità delle reti informatiche delle strutture di livello strategico

Attraverso il Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche (CNAIPIC) la Polizia Postale e delle Comunicazioni è quotidianamente impegnata a garantire l’integrità e la funzionalità della rete informatica delle strutture di livello strategico per il Paese. Il CNAIPIC, che da anni si occupa della tutela delle reti informatiche di realtà sia pubbliche sia private, di rilievo nazionale e di importanza strategica per il Paese, risulta quindi essere uno strumento necessario di collaborazione e di condivisione delle informazioni su tutto il territorio nazionale.

Tecnologie all’avanguardia per proteggere l’identità fisica e digitale dei cittadini

Dal canto suo, riporta una notizia Askanews, l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato realizza e sviluppa sistemi per la sicurezza e per la garanzia della Fede Pubblica attraverso tecnologie all’avanguardia volte a garantire l’identità fisica e digitale dei cittadini. Poiché si avvale di sofisticati sistemi di anticontraffazione e tracciabilità il Poligrafico è una realtà tecnologica evoluta, e uno dei principali partner istituzionali operativi a supporto della Pubblica Amministrazione. Le istituzioni e le PA richiedono infatti livelli di sicurezza sempre più elevati, a garanzia dell’integrità dei sistemi informatici, tecnologici e delle reti telematiche.

La firma della convenzione

Alla firma della convenzione, si legge in un comunicato congiunto, erano presenti per il Dipartimento della Pubblica Sicurezza, il Direttore Centrale per la Polizia Stradale, Ferroviaria, delle Comunicazioni, e per i Reparti Speciali della Polizia di Stato, Armano Forgione e il Direttore del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni, Nunzia Ciardi.

Mentre per l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, erano presenti il Responsabile Direzione Sistemi di Prevenzione e Tutela aziendale, Marco Ferraro, e il Responsabile Affari Istituzionali e Comunicazione, Sabrina Romani.

 

Gli italiani sono agli ultimi posti dei G7 per ricchezza netta pro capite

Nella classifica dei Paesi del G7 gli italiani si collocano agli ultimi posti per ricchezza. La ricchezza netta procapite dei nostri connazionali ammonta infatti a 160.600 euro, e se solo i tedeschi stanno peggio di noi, fermandosi a 151.900 euro, tutti gli altri “big” possono vantare risultati migliori. A partire dagli Stati Uniti, con 304.200 euro a persona, il Canada, con 191.800 euro, il Regno Unito, con 184.900 euro, e il Giappone, con 170.700 euro. I dati, elaborati dall’Adnkronos, sono contenuti nel rapporto Istat e Banca d’Italia, e si riferiscono al 2017.

Nel 2007 l’Italia si posizionava al terzo posto della classifica

In un passato non molto lontano l’Italia poteva vantare una posizione decisamente migliore. Nel 2007, infatti, con 158.800 euro di ricchezza netta pro capite, il nostro Paese occupava  la terza posizione. Al primo posto si posizionavano sempre gli Stati Uniti, con 179.800 euro, seguiti dal Regno Unito, con 172.300 euro. Dietro gli italiani nel 2007 si collocavano i francesi, con 145.400 euro, i giapponesi, con 120.800 euro, i canadesi con 114.900 euro, e ultimi, sempre i tedeschi, con 104.700 euro.

In 10 anni gli italiani hanno aumentato la loro ricchezza solo dell’1,1%

In 10 anni, quindi, gli italiani hanno aumentato la loro ricchezza solo di 1.800 euro, pari a un misero +1,1%, mentre gli abitanti degli altri Paesi sono riusciti a mettere “molto più fieno in cascina”. A partire dagli americani, che hanno visto crescere le loro attività (finanziarie e non) di 124.400 euro, registrando un +69,9% in 10 anni. Hanno potuto festeggiare anche i canadesi che, nello stesso periodo, hanno visto crescere i propri beni di 76.900 euro, per un aumento pari a +66,9%.

Per quasi tutti gli altri Paesi aumenti percentuali a due cifre

Proseguendo nel confronto con il 2007 anche i tedeschi, che in entrambe le classifiche occupano l’ultimo posto, possono ritenersi soddisfatti: la loro ricchezza è aumentata di 47.100 euro (+45,1%). La Germania in termini assoluti viene superata dai giapponesi, con 49.900 euro in più, ma in termini percentuali in questo caso l’incremento risulta leggermente inferiore: i giapponesi hanno accresciuto la propria ricchezza del 41,3%. Aumenti meno importanti, ma comunque quasi sempre a due cifre, sono quelli registrati dai francesi, dove la ricchezza è aumentata di 24.000 euro (+16,5%). Mentre gli inglesi si devono accontentare solo di 12.500 euro in più (+7,3%). In ogni caso, sempre meglio degli italiani.