Archivi autore: Gino Buzzanga

Aumenta l’indice dei prezzi delle abitazioni acquistate

Secondo le stime preliminari dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate nel primo trimestre 2020 l’indice dei prezzi delle abitazioni (IPAB) acquistate dalle famiglie, per fini abitativi o per investimento, è aumentato dello 0,9% rispetto al trimestre precedente, e dell’1,7% nei confronti dello stesso periodo del 2019. Era infatti al +0,2% nel quarto trimestre 2019. L’aumento tendenziale dell’IPAB, il più ampio dal secondo trimestre 2011, è da attribuire sia ai prezzi delle abitazioni nuove, che crescono dello 0,9% (era +1,4% nel trimestre precedente) sia soprattutto ai prezzi delle abitazioni esistenti, che aumentano su base tendenziale dell’1,9%, mostrando una netta accelerazione rispetto al quarto trimestre del 2019, quando la variazione era stata nulla.

Brusco calo dei volumi di compravendita per le misure di contenimento del coronavirus

Questi andamenti si manifestano in un contesto di brusco calo dei volumi di compravendita, imputabile alle misure adottate per il contenimento della pandemia da Covid-19, che hanno drasticamente limitato la possibilità di stipulare i rogiti notarili. Questo ha determinato una forte flessione delle transazioni a partire dal mese di marzo. Per il primo trimestre del 2020 la variazione tendenziale registrata dall’Osservatorio del Mercato Immobiliare dell’Agenzia delle Entrate per il settore residenziale si attestava infatti a -15,5%.

Crescono i prezzi delle abitazioni esistenti, diminuiscono quelli delle abitazioni nuove

La divaricazione tra gli andamenti dei prezzi in aumento e quelli dei volumi in forte calo testimonia come le misure restrittive introdotte, sebbene già in vigore a marzo, non abbiano avuto alcun impatto apprezzabile sulle quotazioni degli immobili residenziali registrate nel primo trimestre, che si riferiscono, anche per il mese finale, al perfezionamento di contratti di compravendita a condizioni stabilite prima dell’emergenza sanitaria. Su base congiunturale l’aumento dell’IPAB (+0,9%) è dovuto unicamente ai prezzi delle abitazioni esistenti, che crescono dell’1,2%, mentre quelli delle abitazioni nuove diminuiscono dell’1,2%.

Il tasso di variazione acquisito dell’IPAB per il 2020 è +0,9%

In ogni caso, il tasso di variazione acquisito dell’IPAB per il 2020 è positivo, ed è pari a +0,9%. Con i dati del primo trimestre 2020 sono stati aggiornati, come di consueto, i pesi utilizzati per la sintesi degli indici delle abitazioni nuove e di quelle esistenti. In particolare, il peso delle abitazioni nuove è pari a 16,7% contro l’83,3% delle abitazioni esistenti. Il peso delle abitazioni nuove risulta inoltre sostanzialmente stabile rispetto al 2019, ma fortemente in calo rispetto al 2010, quando rappresentava quasi il 35%.

 

 

Pc e tablet, nel 2020 -7% le vendite globali

Nonostante il mercato dei pc abbia subito l’impatto della crisi da Covid-19 dal secondo al quarto trimestre dell’anno in corso si prevede che il calo delle spedizioni sia inferiore rispetto al primo trimestre. Canalys ha analizzato l’andamento delle vendite globali di pc, tablet e notebook, confrontando il primo trimestre del 2020 con il 2019. E prevede che le vendite globali di pc e tablet nel 2020 diminuiranno del 7%, passando da 395,6 milioni di unità nel 2019 a 367,8 milioni. Al contrario dei notebook, che nel periodo del lockdown hanno registrato impennate nelle vendite.

Calo minore delle spedizioni negli ultimi tre trimestri del 2020

Il minore calo nelle spedizioni negli ultimi tre trimestri del 2020 secondo Canalys è dovuto principalmente al ritorno a una “sana” catena di approvvigionamento e di base produttiva in Cina, che servirà una domanda concentrata in segmenti come il lavoro a distanza e l’istruzione online. Tuttavia, l’impatto recessivo del coronavirus sulle economie globali non sarà minore, e i consumatori, le imprese e i governi daranno la priorità alle spese più urgenti rispetto all’aggiornamento dei computer.

Notebook, desktop e tablet a confronto

“I notebook sono stati al centro di un’impennata della domanda che ha lasciato in difficoltà venditori e partner di canale – ha affermato Ishan Dutt, analista di Canalys -. Prevediamo che questa domanda persista, dato che molte aziende costrette a lavorare a casa hanno riscontrato successo e stanno scegliendo di implementarla su larga scala. Lo stesso vale per l’istruzione, in cui le scuole hanno fatto investimenti nei curricula digitali e stanno implementando solo ritorni parziali all’apprendimento locale.

L’aggiornamento del desktop – continua Ishan Dutt – soffrirà in misura maggiore, poiché le aziende incontrano una prolungata incertezza sulla portata delle loro operazioni e sulle esigenze di spazi per uffici dedicati”.

I tablet, poi, fanno maggiormente affidamento sulla spesa dei consumatori, e dovranno affrontare il crollo della domanda per le festività del quarto trimestre.

La spesa per soluzioni tecnologiche sarà un fattore chiave per la ripresa

Guardando oltre, ci sono alcuni motivi per cui i fornitori devono essere ottimisti, poiché durante la pandemia è emersa l’importanza dei pc. “Covid-19 ha dato una spinta all’industria dei pc – ha commentato Rushabh Doshi, direttore della ricerca di Canalys -. Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni da smartphone e tablet, la necessità di un dispositivo mobile computing ad alte prestazioni non è mai stata più pronunciata. Man mano che i Paesi emergono da questa crisi e dalla conseguente crisi economica, la spesa per soluzioni tecnologiche sarà un fattore chiave per il recupero”.

Canalys prevede qundi che il mercato globale dei pc tornerà alla crescita del 2% nel 2022, con le spedizioni di desktop e notebook che supereranno la debolezza prolungata nello spazio dei tablet. Anche se una modesta ripresa rispetto a un debole 2020 non vedrà il mercato dei pc tornare ai massimi del 2019 per alcuni anni.

A giugno i tributi “sopravvissuti” al coronavirus faranno cassa per 30 miliardi

La cancellazione della rata Irap di giugno, decisa dal governo per aiutare le imprese in difficoltà a causa della crisi, fa sperare che a essa si aggiungano molti altri tributi. E il gettito stimato proveniente dai tributi “sopravvissuti” al coronavirus, cioè quelli che a differenza dell’imposta regionale sulle attività produttive, non sono stati cancellati, rinviati o congelati dall’ultimo decreto, si avvicina ai 30 miliardi di euro. Si tratta dei proventi derivanti dal pagamento di Irpef, Ires e cedolare secca sugli affitti, che di conseguenza, dovranno essere pagati entro il 30 giugno. L’unico aiuto previsto introdotto con il decreto legge liquidità per i contribuenti è il metodo di calcolo per la quota relativa agli acconti, che quest’anno è previsionale per l’anno in corso.

Unica novità il metodo di calcolo, basato sulla stima del giro d’affari per l’anno in corso

Al momento, l’imposta sul reddito delle persone fisiche, sul reddito delle società, e sugli affitti restano infatti nel calendario delle scadenze fiscali.

La scadenza di giugno prevede il versamento del saldo 2019 e dell’acconto 2020, ma la novità di quest’anno consente di utilizzare un metodo di calcolo che si basa sulla stima del giro d’affari per l’anno in corso, mentre normalmente l’importo viene fissato in base all’andamento dell’anno precedente. Inoltre, i contribuenti avranno un margine d’errore del 20%. Per non incorrere in sanzioni dovranno versare l’80% dell’imposta che effettivamente, alla fine dell’anno, risulterà dovuta all’erario.

Entro il 30 giugno andrà presentata anche la dichiarazione dell’Iva

Nonostante il tentativo messo in campo dall’esecutivo per aiutare i contribuenti, alcuni esperti fanno notare che potrebbe rivelarsi difficile effettuare una stima su come andranno gli affari quest’anno e azzeccare il risultato senza incorrere in sanzioni. Occorre inoltre ricordare che entro la scadenza del 30 giugno andrà presentata anche la dichiarazione dell’Iva. Ma, ricorda l’Adnkronos, tra le scadenze del mese c’è anche il pagamento dei tributi locali.

Cancellato l’acconto Imu, ma solo per le attività che pagano il tributo come imprese

L’ultimo decreto legge approvato cancella l’acconto Imu del prossimo mese, ma solo per gli alberghi, gli stabilimenti balneari, i centri commerciali, e in generale le attività che pagano il tributo come imprese.

Ma per tutti gli altri la scadenza entro cui versare l’imposta municipale propria sul patrimonio immobiliare resta al 16 giugno. La stessa data entro cui dovrà essere versata anche la Tasi, la tassa per i servizi indivisibili.

Italiani e smart working, il 33% lo vuole anche dopo il Covid-19

La formula per cui un dipendente svolge le proprie mansioni da casa è un’opzione adottata per i lavoratori che possono permetterselo, e che svolgono la propria mansione tramite un computer connesso a internet o telefonicamente.

Tante aziende ed enti italiani si sono ritrovati a dover far fronte all’emergenza sanitaria adottando il lavoro agile, più comunemente noto come smart working, una pratica fino a oggi poco usata, ma ora resa necessaria dal  Dpcm del 1° marzo 2020, che ne ha facilitato la procedura burocratica all’avviamento.

Lavorare a casa in queste settimane è perciò diventata una consuetudine per gran parte degli italiani. Ma cosa pensano i nostri connazionali dello smart working? Sono soddisfatti o rimpiangono i ritmi e i tempi del lavoro in ufficio?

E se venisse data loro la possibilità di continuare a svolgere la propria mansione da casa, cosa sceglierebbero?

Il 33% vorrebbe continuare a lavorare il più possibile da casa

A meno di una settimana dall’avvio, sono già oltre 1.000 i cittadini italiani ad aver aderito all’indagine sullo smart working promossa da Euromobility, il 64% dei quali donne e il 36% uomini. Il 43% risiede e lavora nel nord del Paese, il 40% nelle regioni centrali e il 17% al sud o nelle isole E dai primi risultati della ricerca emerge che al termine dell’emergenza sanitaria il 33% degli italiani vorrebbe continuare a lavorare il più possibile in smart working, perché migliora la qualità della vita. Il 54% degli italiani intervistati vorrebbe continuare a lavorare da casa, ma in maniera limitata, e solo il 13% non sarebbe disposto a continuare il lavoro agile una volta che ci saremo liberati del coronavirus.

Il 45% degli italiani è molto soddisfatto dell’esperienza di lavoro agile

Sempre dai primi dati che emergono dall’indagine di Euromobility sullo smart working in Italia nel periodo del coronavirus, il 45% degli italiani si dichiara molto soddisfatto dell’esperienza di lavoro agile, e il 47% abbastanza soddisfatto. Solo l’8% è poco o per niente soddisfatto. Se si considera poi che il 63% dei rispondenti ha dichiarato di utilizzare normalmente l’automobile per recarsi al lavoro, se non si perderà l’occasione questo periodo potrà permettere di avere città meno congestionate dal traffico, e una migliore qualità del nostro tempo, riporta Adnkronos.

“Questa sperimentazione forzata non può e non deve terminare con l’emergenza sanitaria”

Una volta che l’emergenza coronavirus sarà rientrata Euromobility propone di proseguire ed estendere l’esperienza dello smart working in Italia.

“Questa sperimentazione forzata non può e non deve terminare quando l’emergenza sanitaria sarà rientrata – sottolinea Lorenzo Bertuccio, Presidente di Euromobility -. I primi dati confermano, se mai ce ne fosse stato bisogno, il gradimento da parte dei lavoratori e delle aziende, e il contributo che lo smart working può dare per ridurre la congestione e migliorare la qualità della vita nelle nostre città”.

Il mercato del lavoro nel 2019 secondo l’Istat

Il 2019 nel complesso è caratterizzato da un nuovo aumento dell’occupazione e da un calo della disoccupazione, associato alla diminuzione del numero di inattivi. Il quadro occupazionale mostra però un progressivo indebolimento nella seconda metà dell’anno. Secondo l’Istat nel quarto trimestre 2019, infatti, l’input di lavoro misurato dalle ore lavorate registra una diminuzione rispetto al trimestre precedente (-0,3%), e un lieve aumento in termini tendenziali (+0,3%).

Dinamiche coerenti, queste, con la fase di rallentamento dell’attività economica, che nell’ultimo trimestre è confermata dalla variazione congiunturale negativa registrata dal Pil (-0,3%).

Nel quarto trimestre il numero di occupati rimane invariato in termini congiunturali

Dal lato dell’offerta di lavoro, nel quarto trimestre del 2019 il numero di persone occupate rimane sostanzialmente invariato in termini congiunturali, a sintesi dell’aumento dei dipendenti e del calo degli indipendenti. Il tasso di occupazione è infatti pari al 59,2%, con una variazione nulla rispetto al terzo trimestre. Ma nei dati di gennaio 2020, al netto della stagionalità, il tasso di occupazione e il numero di occupati mostrano un calo rispetto al mese precedente. Nell’andamento tendenziale, prosegue la crescita del numero di occupati (+0,9%, +207 mila in un anno) per effetto dell’aumento dei lavoratori dipendenti, sia permanenti sia a termine, a fronte del calo degli indipendenti.

Al contempo l’incidenza dei dipendenti a termine sul totale dei dipendenti sale al 17,2% (+0,1 punti in un anno).

Tra i giovani di 15-34 anni l’occupazione continua a crescere

Dopo aver subito un rallentamento della crescita fino a registrare un calo nel terzo trimestre, gli occupati a tempo pieno aumentano lievemente, mentre gli occupati a tempo parziale continuano a crescere a ritmo sostenuto. Per il 63,9% (-0,5 punti) di questi lavoratori si tratta di part time involontario. Tra i giovani di 15-34 anni continua invece a crescere l’occupazione e il relativo tasso in termini tendenziali e congiunturali. Nel confronto annuo, per l’undicesimo trimestre consecutivo, e con maggiore intensità, si riduce poi il numero di persone in cerca di prima o nuova occupazione (-237 mila in un anno, -8,4%).

Il tasso di disoccupazione è in diminuzione

Benché a ritmi dimezzati, in confronto allo scorso trimestre continua a diminuire anche il numero di inattivi di 15-64 anni (-82 mila in un anno, -0,6%), e il tasso di disoccupazione è in diminuzione sia rispetto al trimestre precedente sia in confronto a un anno prima. Tale andamento si associa alla stabilità congiunturale e alla lieve diminuzione tendenziale del tasso di inattività delle persone con 15-64 anni. Nel mese di gennaio 2020, inoltre, il tasso di disoccupazione è stabile in confronto a dicembre 2019 e quello di inattività in lieve crescita.

 

Difficile reperimento per il 32,8% delle assunzioni previste

Gli imprenditori continuano a trovare difficoltà nel reperire personale. Di fatto, dall’elaborazione effettuata dall’Ufficio studi della Cgia, sui risultati emersi dall’indagine condotta sulle entrate programmate dagli imprenditori a gennaio 2020 dall’Unioncamere-ANPAL, Sistema informativo Excelsior, risulta che il 32,8% delle assunzioni previste sono di difficile reperimento. Su poco meno di 500mila assunzioni previste a gennaio di quest’anno, gli imprenditori segnalano che probabilmente troveranno molte difficoltà a “coprire” poco più di 151.300 posti di lavoro, di cui il 15,7% a causa della mancanza di candidati (poco meno di 72.500) e un altro 13,8%o per la scarsa preparazione (circa 63.700).

Al Nord-Est la difficoltà è maggiore

A livello provinciale le situazioni più problematiche emergono a Nord-Est. Se nella provincia di Gorizia il personale di difficile reperimento incide per il 48,1% sul numero delle assunzioni previste, a Trieste è il 45,5%, a Vicenza il 44,6%, a Pordenone il 44,2%, a Reggio Emilia il 42,7%, a Treviso il 42,3% e a Piacenza il 40,5%. Sebbene al Sud la difficoltà di “coprire” le opportunità lavorative offerte dalle aziende è inferiore a quella presente nel Centro-Nord, la percentuale media di difficile reperimento è comunque al 27,5%, con punte del 35,7% a Chieti, del 34,4% a Teramo, del 32,5% a Siracusa, del 32,2% a Potenza, del 31,7% a Taranto, del 31,6% a L’Aquila e del 30,6% a Cagliari.

Al Nord mancano tecnici informatici al Sud autotrasportatori

Le figure professionali maggiormente richieste al Nord che la domanda non riesce a soddisfare sono i tecnici informatici, gli addetti alla vendita e gli esperti in marketing, i progettisti, gli ingegneri, i cuochi, i camerieri, gli operai metalmeccanici ed elettromeccanici Analizzando l’elenco delle professioni di difficile reperimento al Sud, emerge che in tutte le principali province del Meridione le imprese faticano a trovare sul mercato cuochi, camerieri, altre professioni dei servizi turistici e, in particolar modo, conduttori di mezzi di trasporto, ovvero gli autotrasportatori.

Un mercato del lavoro polarizzato e paradossale

“L’offerta di lavoro si sta polarizzando, da un lato gli imprenditori cercano sempre più personale altamente qualificato, dall’altro figure caratterizzate da bassi livelli di competenze e specializzazione”, afferma il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia Paolo Zabeo. Se per i primi le difficoltà di reperimento sono strutturali, anche per lo scollamento tra la scuola e il mondo del lavoro, i secondi sono profili spesso rifiutati dai giovani, e solo in parte coperti dagli stranieri.

Più in generale, comunque, il nostro mercato del lavoro presenta un grande paradosso che non è riscontrabile tra i nostri principali competitor europei. Pur avendo un numero di diplomati e di laureati tra i più bassi di tutti i paesi UE, gli occupati sovraistruiti presenti in Italia sono poco meno di 6 milioni, il 24,2%o degli occupati totali e il 35% degli occupati diplomati e laureati.

Imprese e giovani, difficile reperimento per gli under 29

Cercasi con urgenza figure professionali. Le imprese non trovano under 29 da assumere, e nei prossimi tre anni faranno fatica a selezionarne 1 su 2. Questo a causa di un’offerta formativa carente, soprattutto per le competenze scientifiche e tecniche medio alte. Secondo le previsioni frutto di elaborazioni dell’Area Lavoro, Welfare e Capitale Umano di Confindustria, sulla base di dati Istat e Unioncamere, nel prossimo triennio saranno circa 200mila i posti di lavoro a disposizione nei settori della meccanica, dell’ICT, dell’alimentare, del tessile, della chimica e del legno-arredo.

È quanto emerge dalla XXVI giornata di Orientagiovani promossa da Confindustria e Luiss con il sostegno di Umana e la partecipazione di Unindustria.

Saranno 67mila i nuovi posti di lavoro nel settore della meccanica

Nello specifico, le previsioni indicano che saranno 67mila i nuovi posti di lavoro nel settore della meccanica. Di questi, circa un terzo saranno disponibili per professioni manageriali, scientifiche e di elevata specializzazione (ingegneri, progettisti e specialisti in scienze informatiche) e per professioni tecniche (addetti alla gestione dei processi produttivi, specie legati al digitale). Sia i macro-settori della chimica che dell’ICT si caratterizzano per una forte domanda di nuovi posti di lavoro che prescindono dal turn-over dei lavoratori che andranno in pensione. Nei settori della chimica, della farmaceutica e della fabbricazione di prodotti in gomma e plastica, si prevede una domanda di lavoro pari a circa 16mila addetti. In questo settore, le professioni tecniche, scientifiche e di elevata specializzazione rappresenteranno dalla metà ai due terzi delle figure professionali richieste, con una significativa domanda anche di dottori di ricerca.

40mila figure professionali per le imprese ICT nei prossimi tre anni

La domanda di lavoro delle imprese dell’ICT è stimata sui 40mila individui, e in prospettiva le figure più richieste saranno il programmatore, il progettista/sviluppatore di software e app, il data-scientist il progettista di apparecchiature informatiche e loro periferiche e il progettista di impianti per le telecomunicazioni. È il caso anche del settore alimentare, in cui gli ingressi complessivi entro il 2020 saranno circa 45mila, con una crescita di quasi +15mila rispetto allo scorso anno, e una forte domanda di giovani under 29.

Supera l’80% la difficoltà di reperimento nel tessile

Significativa inoltre la crescita del fabbisogno del settore tessile, che si attesterà sulle 25mila persone, caratterizzata inoltre da punte di difficoltà di reperimento che superano l’80% per figure tecniche fondamentali come i modellisti, riporta Askanews. Nel legno-arredo invece, la domanda di lavoro consisterà di quasi 12mila nuovi ingressi con una forte domanda di designer e operai specializzati nella lavorazione del legno.

Facebook, fuga di informazioni: online i dati di 267 milioni di utenti

Facebook potrebbe essere nei pasticci? O meglio, potrebbero esserlo milioni di suoi utenti? Forse sì. Il colosso informatico sta infatti indagando su una potenziale fuga di dati personali di 267 milioni di utenti. L’ha riferito un esperto di cybersicurezza, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa France Presse.

“Stiamo analizzando il problema, ma pensiamo che si tratti di informazioni ottenute prima delle modifiche effettuate negli ultimi anni per proteggere meglio i dati delle persone”, ha dichiarato un portavoce del social network. Secondo il ricercatore Bob Diachenko e il sito internet Comparitech, i nickname, i nomi e i numeri di telefono di 267 milioni di utenti, per lo più statunitensi, sono finiti sul dark web, dove sono stati utilizzati in diverse e varie operazioni di spam. Ancora più grave è che questi dati potevano essere consultati liberamente in rete, senza nemmeno la necessità di dover ricorrere a qualche sistema di autenticazione.  Il database è rimasto online per circa due settimane, dal 4 al 19 dicembre, ed è risultato scaricabile anche tramite un forum hacker. Solo dopo questo lasso di tempo il provider che lo ospitava lo ha rimosso, sopratutto dopo segnalazioni pressanti dei ricercatori.

Operazione di scraping?

Anche se non è sicuro come questo data base sia stato violato, il sito Comparitech da delle ipotesi attendibili. Come scrive anche l’Ansa, i dati potrebbero essere stati estrapolati dalla piattaforma legata gli sviluppatori di applicazioni (API). Oppure il data base potrebbe esser stato attaccato attraverso una operazione di scraping. Lo scraping è una specifica tecnica del web, che permette di attingere e di estrarre dei dati da un sito utilizzando dei software specifici. Nell’archivio erano contenute informazioni sensibili come lo ‘user ID’, che identifica l’utente, nome e numero di telefono.

Non è il primo “incidente” di questo tipo

Per Facebook non si tratta di una prima volta. Tutti ricordiamo lo scandalo legato a Cambridge Analytica, ma già a settembre scorso era capitato un caso analogo, addirittura peggiore di quest’ultimo. Un ricercatore ha infatti fatto emergere un database enorme: 419 milioni di dati collegati agli account del social network.

Un nuovo sistema operativo per il social?

Forse anche per mettersi al riparo da questo tipo di pericoli, il social – oltre a invitare i suoi utenti a utilizzare i sistemi di privacy messi a disposizione – starebbe lavorando alla creazione di un suo sistema operativo totalmente “made in Facebook”.

In Italia si celebrano più matrimoni, ma sempre più tardi

Negli anni più recenti, ovvero nel biennio 2015-2016, si assiste a un lieve aumento dei matrimoni, anche dovuto agli effetti del Decreto legge 132/2014, sull’introduzione dell’iter extra-giudiziale per separazioni e divorzi consensuali, e della Legge 55/2015 sul cosiddetto Divorzio breve, che hanno semplificato e velocizzato la possibilità di porre fine al matrimonio in essere, consentendo a un numero maggiore di coppie rispetto al passato, di potersi risposare. Secondo i dati contenuti nel Report dell’Istat su Matrimoni e Unioni civili 2018, la diminuzione dei primi matrimoni, per i quali cresce l’età in cui vengono celebrati, è invece da mettere in relazione in parte con la progressiva diffusione delle libere unioni.

Nel 2018 +4.500 “sì”, il 19,9% sono seconde nozze

Nel 2018 in Italia sono stati celebrati 195.778 matrimoni, circa 4.500 in più rispetto all’anno precedente (+2,3%). Cresce però l’età del fatidico sì. E attualmente gli sposi al primo matrimonio hanno in media 33,7 anni e le spose 31,5, rispettivamente 1,6 e 2,1 anni in più rispetto al 2008. Le seconde nozze, o successive, dopo una fase di crescita rilevata negli ultimi anni, dovuta anche all’introduzione del “divorzio breve”, rimangono stabili rispetto all’anno precedente. E la loro incidenza sul totale dei matrimoni raggiunge il 19,9%.

Quadruplicano le unioni civili, e aumento le convivenze prematrimoniali

Dal biennio 1997-1998 al 2017-2018 le unioni civili sono più che quadruplicate, passando da circa 329 mila a 1 milione 368 mila. L’incremento è dipeso prevalentemente dalla crescita delle libere unioni di celibi e nubili, passate da 122 mila a 830 mila circa. Accanto alla scelta delle libere unioni come modalità alternativa al matrimonio, sono in continuo aumento le convivenze prematrimoniali, le quali possono avere un effetto sul rinvio delle nozze a età più mature (posticipazione del primo matrimonio). Ma è soprattutto la protratta permanenza dei giovani nella famiglia di origine a determinare il rinvio delle prime nozze.

Nozze con stranieri e tra sposi dello stesso sesso

Nel 2018 sono state celebrate 33.933 nozze con almeno uno sposo straniero, il 17,3% del totale dei matrimoni, una proporzione in leggero aumento rispetto all’anno precedente. Nel 2018 sono state costituite 2.808 unioni civili tra coppie dello stesso sesso presso gli Uffici di Stato civile dei comuni italiani. Queste si vanno a sommare a quelle già costituite nel corso del secondo semestre 2016 (2.336), anno di entrata in vigore della Legge 20 maggio 2016, n. 76, e dell’anno 2017 (4.376). Come nelle attese, dopo il picco avutosi subito dopo l’entrata in vigore della nuova legge il fenomeno si sta ora stabilizzando.

Italiani i più longevi, ma fanno meno figli

In 10 anni gli over 65 sono aumentati di 1,8 milioni. E con il 22,8% di anziani l’Italia si colloca sul podio europeo per longevità, seguita da Grecia (21,9%), Portogallo (21,7%), Finlandia (21,6%) e Germania (21,5%). Nello stesso periodo però i giovani under 35 sono diminuiti di 1,5 milioni. Una tendenza all’invecchiamento, quindi, che aumenterà progressivamente. Le previsioni per il 2051 annunciano infatti che dagli attuali 13,7 milioni di anziani si passerà a 19,6 milioni, per un’incidenza sul totale della popolazione pari al 33,2%, e un incremento del +42,4%. Lo conferma il primo Rapporto Censis-Tender Capital, secondo il quale il calo delle nascite nel nostro Paese registra un vero e proprio crollo: -23,7%.

Il numero dei centenari dal 2001 aumenta del +129%

Ma non è tutto. Salgono in maniera esponenziale gli ultra 80enni, che nel 2019 sono 4,3 milioni e rappresentano il 7,2% della popolazione (+74,9% dal 2001).

Gli ultranovantenni, invece, sono 774.528, e dal 2001 (+94,5%), e cresce anche il numero dei centenari, arrivati a 14.456: +129% dal 2001, quando erano 6.313.

Il problema però è che il 20,7% degli anziani, oltre 2,8 milioni di persone, non è autosufficiente, e oltre gli ottant’anni la quota di non autosufficienti supera il 40%. Il fabbisogno assistenziale fino a oggi è stato coperto soprattutto dalle famiglie, che garantiscono assistenza diretta in almeno 7 casi su 10, e dalle badanti (circa 1 milione), con una spesa per le famiglie stimata in circa 9 miliardi di euro.

Circa 1 milione di anziani non beneficia di assistenza sanitaria domiciliare

Il modello italiano di welfare familiare e privato a copertura delle esigenze di assistenza degli anziani non autosufficienti inizia a mostrare segni di cedimento. Circa 1 milione di anziani presenta gravi limitazioni funzionali e non beneficia di assistenza sanitaria domiciliare.

“Oltre 2,7 milioni vivono in abitazioni non adeguate alla condizione di ridotta mobilità – si legge nel Rapporto -. Dati che allarmano, anche perché non bastano i 12,4 miliardi di spesa pubblica per l’assistenza a lungo termine, di cui 2,4 miliardi finalizzati alle cure domiciliari, pari al 10,8% della spesa sanitaria complessiva, comunque inferiore al dato Ue del 15,4%”.

I numeri della silver economy

Se i dati relativi gli anziani non autosufficienti sono allarmanti, gli over 65 al contrario sono considerati “generatori di benessere”, hanno una quota di ricchezza media più alta del 13,5% rispetto alla ricchezza media degli italiani, e spendono molto di più in cultura, svago e viaggi.

La situazione è diametralmente opposta per i Millennials, la cui ricchezza risulta inferiore del 54,6%. Un gap di reddito che spiega anche come mai in 25 anni si sia ridotta la spesa dei consumi familiari (-14%), mentre è aumentata quella degli anziani (+23%).