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Italiani e spesa online, i prodotti più acquistati nel 2020

Come sono cambiati i comportamenti di consumo degli italiani nell’anno della pandemia da Covid-19? Secondo i dati della seconda edizione del Report Annuale di Everli, il marketplace della spesa online, il 2020 ha registrato un incremento a tripla cifra (+208%) degli acquisti online rispetto al 2019, e nella top 10 dei prodotti più acquistati al primo posto sale la categoria frutta e verdura, spodestando formaggi, salumi e gastronomia, scesi in quarta posizione. Seguono i prodotti per colazione, dolciumi e snack (2°), e al 3° latte, burro e yogurt. Mentre nelle retrovie si trovano surgelati e gelati (9°), insieme ai prodotti per la cura e l’igiene personale (10°), che perdono entrambi una posizione rispetto al ranking dell’anno precedente.

L’impatto del Covid-19 sul carrello

Complice l’emergenza sanitaria, durante il 2020 Everli evidenzia un’impennata a quattro cifre degli acquisti online di guanti e prodotti per la pulizia della casa, insieme a preparati per pane e pizza fatti in casa (+5046%), e ai prodotti per la cura delle mani (+4615%). Il volume maggiore di acquisti si è concentrato soprattutto nei mesi di aprile e maggio, con una flessione nel periodo da luglio a settembre, per poi tornare a crescere nuovamente in concomitanza con la seconda ondata dell’emergenza tra novembre e dicembre. Gli italiani però si confermano abitudinari: seppure con piccole differenze nel corso dei 12 mesi, il lunedì mattina rimane il momento preferito per dedicarsi alla spesa, soprattutto tra le 10 e le 11.

Bolzano al primo posto per acquisti di frutta e verdura

Quanto alla classifica che incrocia le province italiane e le categorie di prodotti, Bolzano si posiziona al primo posto tra le 10 province italiane per il volume di acquisti di frutta e verdura. Negli ultimi dodici mesi il 90% delle spese online della provincia ha riguardato proprio i prodotti di questa categoria. Nel 2020 però è l’Emilia Romagna a confermarsi come la regione più sana d’Italia con 4 province in classifica. Forlì-Cesena e Modena, sul podio rispettivamente al 2° e 3° posto, Bologna (6°) e Parma, che scende in picchiata di sette posizioni rispetto al 2019, classificandosi ottava.

Rovigo al top per dolci e alcolici, Lodi per carne e pesce

Rovigo si aggiudica invece il primato come provincia più golosa e per l’acquisto di alcolici online: più di 8 carrelli su 10 hanno contenuto almeno un dolce (85%), e quasi 1 su 2 (47%) vino, birra e altre bevande alcoliche. Il podio goloso procede con Livorno (2°) e Forlì-Cesena (3°), mentre quello alcolico vede in seconda posizione Mantova, seguita da Livorno. Quanto agli acquisti più significativi di carne e pesce sono stati registrati in Lombardia. In particolare a Lodi (1°), con il 36% della spesa complessiva annuale locale. A farle compagnia, al secondo posto, Pavia (35%), a pari merito con Rovigo. Chiude il podio a un solo punto percentuale di distanza la città di Parma.

Per gli italiani la ripresa deve affrontare la crisi climatica

Per il 60% degli italiani la ripresa economica post-pandemica deve tenere conto dell’emergenza climatica. È quanto rilevato dall’indagine della Bei sul clima, che misura gli atteggiamenti e le opinioni dei cittadini europei sui cambiamenti climatici. In particolare, il 68% degli italiani afferma che la pandemia di Covid-19 sia la sfida maggiore che l’Italia deve affrontare, ma il 92% sostiene che i cambiamenti climatici incidano sulla propria vita quotidiana, e l’80% si dichiara a favore di misure governative più stringenti di contrasto ai cambiamenti climatici.

La classifica delle preoccupazioni

La crisi causata dal Covid-19 scompiglia quindi l’ordine di importanza delle sfide. L’indagine rileva che al centro dell’attenzione degli italiani ci sono le conseguenze economiche della crisi causata dal Covid-19. La classifica delle preoccupazioni vede pertanto dopo la pandemia, la disoccupazione (63%), la crisi finanziaria (47%) e i cambiamenti climatici (32%), scesi però di nove punti rispetto al 2019. Per il 92% degli italiani, comunque, i cambiamenti climatici incidono nella vita quotidiana, una percentuale superiore del 17% rispetto alla media europea (75%). Questa opinione sembra prevalere in particolare tra la popolazione femminile (94%) della fascia di età compresa tra i 15 e i 29 anni (97%), riporta Adnkronos.

Il governo dovrebbe promuovere una crescita a basso impatto di CO2

La maggior parte degli italiani ritiene comunque che l’azione per il clima sia essenziale per la ripresa economica post-pandemia di Covid-19.

Prevalgono coloro che considerano la ripresa economica post-pandemica strettamente legata all’emergenza climatica, e ritengono che il governo dovrebbe promuovere una crescita a basso impatto di CO2 e resiliente sotto il profilo climatico. Si tratta di una percentuale (60%) di tre punti superiore alla media europea (57%). Il 40% degli intervistati italiani afferma inoltre che il governo dovrebbe usare qualsiasi mezzo per stimolare l’economia nell’interesse di una rapida crescita economica.

L’80% degli italiani è favorevole a misure governative più stringenti

Insomma, gli italiani si aspettano che il loro Paese si impegni di più nella lotta contro i cambiamenti climatici. L’80% degli italiani, contro il 70% della media degli europei, è favorevole a misure governative più stringenti e correttive dei comportamenti individuali per contrastare i cambiamenti climatici. Solo il 35% degli italiani ritiene che l’Italia sia in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici, una percentuale di sei punti inferiore alla media europea (41%). Viceversa, il 57% degli italiani crede che l’Ue europea svolga un ruolo di primo piano nella lotta contro i cambiamenti climatici, una percentuale più bassa di quasi 10 percentuali della media europea (66%).

L’economia del benessere al tempo del Covid

Nell’ultimo anno il valore complessivo della spesa degli italiani per prodotti e servizi per il benessere ammonta a 37 miliardi di euro, con un calo del 14% rispetto ai 43 miliardi registrati nel 2018. Ma a diminuire è stata anche la spesa pro-capite: se nel 2018 si spendevano all’incirca 1300 euro l’anno nel 2020 si è scesi a 1200 euro annui (-7%). Queste alcune evidenze emerse dal secondo Rapporto sull’Economia del Benessere 2020, realizzato a giugno 2020 da BVA Doxa per Philips. La ripartizione del paniere di spesa per il benessere però è in linea con quanto rilevato nella prima edizione del Rapporto: il 40% è costituito da spese per la sana alimentazione (41% nel 2018), il 23%, invece, viene dedicato alla cura del corpo (24% nel 2018), e il 19% all’attività fisica (20% nel 2018).

Il paniere della salute

Ma i numeri in termini assoluti fanno emergere un quadro sostanzialmente diverso. La spesa in sana alimentazione registra una contrazione del 15%, così come quella per la cura del corpo (8,6 miliardi di euro contro 10,2 miliardi nel 2018), mentre riguardo all’attività fisica la contrazione è stata del 17%. Dopo gli ultimi mesi di isolamento, in cui gli italiani sono stati soggetti a elevati livelli di tensione e incertezza, la voce di spesa dedicata alla gestione dello stress è rimasta invariata (4,8 miliardi contro 4,9 miliardi nel 2018), mentre la spesa per il sonno è salita a 2,1 miliardi di euro (+16% rispetto al 2018).

Le ripercussioni sulla  prevenzione

Sebbene la percentuale di quanti valutano positivamente il proprio stato di salute (81%) sia rimasta invariata rispetto alla precedente rilevazione, l’emergenza Covid-19 ha avuto significative ripercussioni sulle pratiche orientate alla prevenzione. Com’era lecito attendersi, è diminuita la frequenza con cui ci si è rivolti di persona al medico di famiglia e si sono eseguiti esami e accertamenti. Queste consuetudini sono state parzialmente sostituite da consulti a distanza e online, a cui hanno fatto ricorso il 56% degli italiani per quanto riguarda i medici di famiglia, mentre il 35% si è rivolto a specialisti.

L’emergenza rallenta i settori cura del corpo e attività fisica

Il settore della cura del corpo è tra quelli che più duramente ha subito il contraccolpo, registrando un calo del -15%. I soli centri estetici hanno perso 1,2 miliardi di euro rispetto al 2018, mentre una contrazione più contenuta (-5%) ha riguardato la spesa per i dispositivi per la cura della persona. L’emergenza Covid-19 ha poi bloccato anche l’espansione della pratica sportiva, causando una contrazione della spesa del -17%. Soffre soprattutto il mondo palestre e piscine (-850 milioni di euro) e il settore abbigliamento e attrezzature sportive (-300 milioni di euro), mentre rimane invariata la spesa per device tecnologici per lo sport. In deciso aumento invece l’utilizzo di supporti digitali e il ricorso a personal trainer (20% vs 10% 2018), anche grazie alle lezioni a distanza, alle quali fa ricorso il 10% degli sportivi.

L’esperienza nel lavoro conta, ma non sempre

Quanto è utile essere in possesso di esperienze di lavoro precedenti per essere selezionati dalle aziende? È una domanda che tutti i candidati a una determinata posizione lavorativa si pongono, provando a stilare un CV competitivo.

Chi vuole trovare lavoro lo sa, la prima cosa da fare è compilare un buon CV. Ovvero, cercare di inserire le competenze utili per essere competitivi, mettere in atto alcune strategie comunicative e di impaginazione per richiamare l’attenzione, e inserire le esperienze pregresse, soprattutto nel settore per il quale si compete.

Le aziende preferiscono assumere personale che abbia già le competenze necessarie

Secondo un sondaggio condotto da LinkedIn, alla domanda “quanto è importante l’ultima posizione lavorativa inserita in un CV per ottenere un nuovo impiego nel posto desiderato?” il 62% ha risposto moltissimo, mentre solo l’8% ha affermato che non conta niente. Il 31% invece sostiene che dipende dalla situazione. In generale, gli utenti di LinkedIn sostengono che, soprattutto in seguito alla crisi innescata dalla pandemia, le aziende preferiscono assumere personale che presenti già le competenze necessarie e che dunque non abbia bisogno di un’adeguata formazione.

Più attenzione al coraggio di accettare nuove sfide

“Per quanto osservo – scrive un utente sul social network – la situazione Covid ha avuto una ricaduta sul lavoro significativa, ma ancora parziale. Molte libere professioni e imprese o già in difficoltà o operanti in settori direttamente colpiti (turismo e ristorazione ad esempio) ne hanno risentito pesantemente. Per altri nei prossimi mesi, e in particolare dopo l’autunno/inverno, avremo un quadro più chiaro e probabilmente critico”. Scrive un altro utente: “Le competenze cosiddette ‘tecniche’ si acquisiscono, si sviluppano, si migliorano, ma ciò su cui il mondo del lavoro oggi dovrebbe porre maggiore attenzione è alla passione, alla voglia di rimettersi in gioco, al coraggio di accettare nuove sfide, alla determinazione a portare avanti un progetto”.

Potenzialità ed esperienza, i due elementi determinanti per la selezione

E c’è chi, infine, considera importante il quadro generale che si può comprendere da un CV, e quindi non solo dalle posizioni ricoperte in passato.

“Si suppone, erroneamente, che l’ultima posizione ricoperta sia apicale rispetto a un processo di crescita costante durante tutto il corso della propria vita professionale – scrive un utente -. Ma non funziona così. Non c’è HR Manager o Executive che non sappia che esistono due elementi dirimenti nella selezione di un candidato: la sua potenzialità e il complesso delle esperienze/competenze acquisite nel tempo. L’approccio sistemico nella valutazione del potenziale ancora inespresso fanno di un candidato quello giusto a ricoprire una (futura) posizione potendo esprimere quello che ancora non ha espresso fino a quel momento. Altrimenti, è un inerme attardarsi su cose già note”.

Troppo noiosi per essere hackerati: quali la metà dei Millennial italiani la pensa così

Sappiamo tutti benissimo che dovremmo migliorare i livelli di sicurezza informatica, così da proteggere i nostri dati più sensibili. Eppure, non lo facciamo o non lo facciamo abbastanza. Per pigrizia, per inesperienza e qualcuno anche per… noia. Proprio così: in particolare i giovani italiani, i cosiddetti Millennial, si reputano talmente poco interessanti da non poter finire nelle grinfie dei criminali informatici. A dirlo è una nuova indagine di Kaspersky, che ha indagato su come gli utenti stiano modificando le proprie abitudini per sentirsi più a loro agio riguardo al ruolo che la tecnologia riveste nella loro vita.

Intenzioni contro azioni

Il report analizzai in particolare il fatto che i Millennial dichiarino di voler alzare i loro livelli di protezione online, però si comportano in maniera molto diversa. Come a dire che alle intenzioni non corrispondono le azioni. Infatti circa la metà dei giovani italiani (43%per i Millennial nostrani contro il 37% a livello globale) è convinta di non costituire un bersaglio abbastanza interessante per i criminali informatici. Tuttavia, il 38% di loro (36% a livello globale) afferma di essere consapevole che la sicurezza informatica sia un fattore da dover prendere in seria considerazione ma ammette, al tempo stesso, che questo buon proposito finisce alla fine della lista delle cose da mettere in pratica.

Più tempo online restando a casa

A causa del lockdown prima e della diffusione sempre più massiccia dello smart working, dall’inizio dell’anno i Millennial italiani trascorrono online 1,4 ore in più al giorno,con una media giornaliera di tempo trascorso online di quasi 7 ore. Il dato è allineato alla tendenza mondiale: 1,8 ore al giorno,con una giornaliera di poco più di 7 ore. Quasi la metà degli utenti di questa generazione (45% per l’Italia, 49% del campione totale) ha dichiarato che trascorrere più tempo online ha aumentato la loro consapevolezza circa l’importanza della sicurezza digitale. “I Millennial italiani passano la maggior parte del loro tempo sui social media, ma il 67% (61% a livello globale),ha dichiarato che l’aumento del numero di online dating rispetto agli appuntamenti al di fuori del mondo digitale,rappresenta un fattore di preoccupazione per la loro sicurezza digitale” dice il report. Per mettersi al riparo dai guai, il 60% Millennial italiani (contro il 52% a livello globale) dichiara di utilizzare solo applicazioni affidabili provenienti da store ufficiali come Apple Store e Google Play mentre per proteggersi, il 52%di loro (49% a livello globale),esegue regolarmente scansioni antivirus su ogni dispositivo. C’è però una piccola percentuale – 8% – che sceglie comunque di avventurarsi su percorsi più rischiosi come, ad esempio, usare il wi-fi dei vicini a loro insaputa.

A giugno i tributi “sopravvissuti” al coronavirus faranno cassa per 30 miliardi

La cancellazione della rata Irap di giugno, decisa dal governo per aiutare le imprese in difficoltà a causa della crisi, fa sperare che a essa si aggiungano molti altri tributi. E il gettito stimato proveniente dai tributi “sopravvissuti” al coronavirus, cioè quelli che a differenza dell’imposta regionale sulle attività produttive, non sono stati cancellati, rinviati o congelati dall’ultimo decreto, si avvicina ai 30 miliardi di euro. Si tratta dei proventi derivanti dal pagamento di Irpef, Ires e cedolare secca sugli affitti, che di conseguenza, dovranno essere pagati entro il 30 giugno. L’unico aiuto previsto introdotto con il decreto legge liquidità per i contribuenti è il metodo di calcolo per la quota relativa agli acconti, che quest’anno è previsionale per l’anno in corso.

Unica novità il metodo di calcolo, basato sulla stima del giro d’affari per l’anno in corso

Al momento, l’imposta sul reddito delle persone fisiche, sul reddito delle società, e sugli affitti restano infatti nel calendario delle scadenze fiscali.

La scadenza di giugno prevede il versamento del saldo 2019 e dell’acconto 2020, ma la novità di quest’anno consente di utilizzare un metodo di calcolo che si basa sulla stima del giro d’affari per l’anno in corso, mentre normalmente l’importo viene fissato in base all’andamento dell’anno precedente. Inoltre, i contribuenti avranno un margine d’errore del 20%. Per non incorrere in sanzioni dovranno versare l’80% dell’imposta che effettivamente, alla fine dell’anno, risulterà dovuta all’erario.

Entro il 30 giugno andrà presentata anche la dichiarazione dell’Iva

Nonostante il tentativo messo in campo dall’esecutivo per aiutare i contribuenti, alcuni esperti fanno notare che potrebbe rivelarsi difficile effettuare una stima su come andranno gli affari quest’anno e azzeccare il risultato senza incorrere in sanzioni. Occorre inoltre ricordare che entro la scadenza del 30 giugno andrà presentata anche la dichiarazione dell’Iva. Ma, ricorda l’Adnkronos, tra le scadenze del mese c’è anche il pagamento dei tributi locali.

Cancellato l’acconto Imu, ma solo per le attività che pagano il tributo come imprese

L’ultimo decreto legge approvato cancella l’acconto Imu del prossimo mese, ma solo per gli alberghi, gli stabilimenti balneari, i centri commerciali, e in generale le attività che pagano il tributo come imprese.

Ma per tutti gli altri la scadenza entro cui versare l’imposta municipale propria sul patrimonio immobiliare resta al 16 giugno. La stessa data entro cui dovrà essere versata anche la Tasi, la tassa per i servizi indivisibili.

Italiani e smart working, il 33% lo vuole anche dopo il Covid-19

La formula per cui un dipendente svolge le proprie mansioni da casa è un’opzione adottata per i lavoratori che possono permetterselo, e che svolgono la propria mansione tramite un computer connesso a internet o telefonicamente.

Tante aziende ed enti italiani si sono ritrovati a dover far fronte all’emergenza sanitaria adottando il lavoro agile, più comunemente noto come smart working, una pratica fino a oggi poco usata, ma ora resa necessaria dal  Dpcm del 1° marzo 2020, che ne ha facilitato la procedura burocratica all’avviamento.

Lavorare a casa in queste settimane è perciò diventata una consuetudine per gran parte degli italiani. Ma cosa pensano i nostri connazionali dello smart working? Sono soddisfatti o rimpiangono i ritmi e i tempi del lavoro in ufficio?

E se venisse data loro la possibilità di continuare a svolgere la propria mansione da casa, cosa sceglierebbero?

Il 33% vorrebbe continuare a lavorare il più possibile da casa

A meno di una settimana dall’avvio, sono già oltre 1.000 i cittadini italiani ad aver aderito all’indagine sullo smart working promossa da Euromobility, il 64% dei quali donne e il 36% uomini. Il 43% risiede e lavora nel nord del Paese, il 40% nelle regioni centrali e il 17% al sud o nelle isole E dai primi risultati della ricerca emerge che al termine dell’emergenza sanitaria il 33% degli italiani vorrebbe continuare a lavorare il più possibile in smart working, perché migliora la qualità della vita. Il 54% degli italiani intervistati vorrebbe continuare a lavorare da casa, ma in maniera limitata, e solo il 13% non sarebbe disposto a continuare il lavoro agile una volta che ci saremo liberati del coronavirus.

Il 45% degli italiani è molto soddisfatto dell’esperienza di lavoro agile

Sempre dai primi dati che emergono dall’indagine di Euromobility sullo smart working in Italia nel periodo del coronavirus, il 45% degli italiani si dichiara molto soddisfatto dell’esperienza di lavoro agile, e il 47% abbastanza soddisfatto. Solo l’8% è poco o per niente soddisfatto. Se si considera poi che il 63% dei rispondenti ha dichiarato di utilizzare normalmente l’automobile per recarsi al lavoro, se non si perderà l’occasione questo periodo potrà permettere di avere città meno congestionate dal traffico, e una migliore qualità del nostro tempo, riporta Adnkronos.

“Questa sperimentazione forzata non può e non deve terminare con l’emergenza sanitaria”

Una volta che l’emergenza coronavirus sarà rientrata Euromobility propone di proseguire ed estendere l’esperienza dello smart working in Italia.

“Questa sperimentazione forzata non può e non deve terminare quando l’emergenza sanitaria sarà rientrata – sottolinea Lorenzo Bertuccio, Presidente di Euromobility -. I primi dati confermano, se mai ce ne fosse stato bisogno, il gradimento da parte dei lavoratori e delle aziende, e il contributo che lo smart working può dare per ridurre la congestione e migliorare la qualità della vita nelle nostre città”.

Il mercato del lavoro nel 2019 secondo l’Istat

Il 2019 nel complesso è caratterizzato da un nuovo aumento dell’occupazione e da un calo della disoccupazione, associato alla diminuzione del numero di inattivi. Il quadro occupazionale mostra però un progressivo indebolimento nella seconda metà dell’anno. Secondo l’Istat nel quarto trimestre 2019, infatti, l’input di lavoro misurato dalle ore lavorate registra una diminuzione rispetto al trimestre precedente (-0,3%), e un lieve aumento in termini tendenziali (+0,3%).

Dinamiche coerenti, queste, con la fase di rallentamento dell’attività economica, che nell’ultimo trimestre è confermata dalla variazione congiunturale negativa registrata dal Pil (-0,3%).

Nel quarto trimestre il numero di occupati rimane invariato in termini congiunturali

Dal lato dell’offerta di lavoro, nel quarto trimestre del 2019 il numero di persone occupate rimane sostanzialmente invariato in termini congiunturali, a sintesi dell’aumento dei dipendenti e del calo degli indipendenti. Il tasso di occupazione è infatti pari al 59,2%, con una variazione nulla rispetto al terzo trimestre. Ma nei dati di gennaio 2020, al netto della stagionalità, il tasso di occupazione e il numero di occupati mostrano un calo rispetto al mese precedente. Nell’andamento tendenziale, prosegue la crescita del numero di occupati (+0,9%, +207 mila in un anno) per effetto dell’aumento dei lavoratori dipendenti, sia permanenti sia a termine, a fronte del calo degli indipendenti.

Al contempo l’incidenza dei dipendenti a termine sul totale dei dipendenti sale al 17,2% (+0,1 punti in un anno).

Tra i giovani di 15-34 anni l’occupazione continua a crescere

Dopo aver subito un rallentamento della crescita fino a registrare un calo nel terzo trimestre, gli occupati a tempo pieno aumentano lievemente, mentre gli occupati a tempo parziale continuano a crescere a ritmo sostenuto. Per il 63,9% (-0,5 punti) di questi lavoratori si tratta di part time involontario. Tra i giovani di 15-34 anni continua invece a crescere l’occupazione e il relativo tasso in termini tendenziali e congiunturali. Nel confronto annuo, per l’undicesimo trimestre consecutivo, e con maggiore intensità, si riduce poi il numero di persone in cerca di prima o nuova occupazione (-237 mila in un anno, -8,4%).

Il tasso di disoccupazione è in diminuzione

Benché a ritmi dimezzati, in confronto allo scorso trimestre continua a diminuire anche il numero di inattivi di 15-64 anni (-82 mila in un anno, -0,6%), e il tasso di disoccupazione è in diminuzione sia rispetto al trimestre precedente sia in confronto a un anno prima. Tale andamento si associa alla stabilità congiunturale e alla lieve diminuzione tendenziale del tasso di inattività delle persone con 15-64 anni. Nel mese di gennaio 2020, inoltre, il tasso di disoccupazione è stabile in confronto a dicembre 2019 e quello di inattività in lieve crescita.

 

Difficile reperimento per il 32,8% delle assunzioni previste

Gli imprenditori continuano a trovare difficoltà nel reperire personale. Di fatto, dall’elaborazione effettuata dall’Ufficio studi della Cgia, sui risultati emersi dall’indagine condotta sulle entrate programmate dagli imprenditori a gennaio 2020 dall’Unioncamere-ANPAL, Sistema informativo Excelsior, risulta che il 32,8% delle assunzioni previste sono di difficile reperimento. Su poco meno di 500mila assunzioni previste a gennaio di quest’anno, gli imprenditori segnalano che probabilmente troveranno molte difficoltà a “coprire” poco più di 151.300 posti di lavoro, di cui il 15,7% a causa della mancanza di candidati (poco meno di 72.500) e un altro 13,8%o per la scarsa preparazione (circa 63.700).

Al Nord-Est la difficoltà è maggiore

A livello provinciale le situazioni più problematiche emergono a Nord-Est. Se nella provincia di Gorizia il personale di difficile reperimento incide per il 48,1% sul numero delle assunzioni previste, a Trieste è il 45,5%, a Vicenza il 44,6%, a Pordenone il 44,2%, a Reggio Emilia il 42,7%, a Treviso il 42,3% e a Piacenza il 40,5%. Sebbene al Sud la difficoltà di “coprire” le opportunità lavorative offerte dalle aziende è inferiore a quella presente nel Centro-Nord, la percentuale media di difficile reperimento è comunque al 27,5%, con punte del 35,7% a Chieti, del 34,4% a Teramo, del 32,5% a Siracusa, del 32,2% a Potenza, del 31,7% a Taranto, del 31,6% a L’Aquila e del 30,6% a Cagliari.

Al Nord mancano tecnici informatici al Sud autotrasportatori

Le figure professionali maggiormente richieste al Nord che la domanda non riesce a soddisfare sono i tecnici informatici, gli addetti alla vendita e gli esperti in marketing, i progettisti, gli ingegneri, i cuochi, i camerieri, gli operai metalmeccanici ed elettromeccanici Analizzando l’elenco delle professioni di difficile reperimento al Sud, emerge che in tutte le principali province del Meridione le imprese faticano a trovare sul mercato cuochi, camerieri, altre professioni dei servizi turistici e, in particolar modo, conduttori di mezzi di trasporto, ovvero gli autotrasportatori.

Un mercato del lavoro polarizzato e paradossale

“L’offerta di lavoro si sta polarizzando, da un lato gli imprenditori cercano sempre più personale altamente qualificato, dall’altro figure caratterizzate da bassi livelli di competenze e specializzazione”, afferma il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia Paolo Zabeo. Se per i primi le difficoltà di reperimento sono strutturali, anche per lo scollamento tra la scuola e il mondo del lavoro, i secondi sono profili spesso rifiutati dai giovani, e solo in parte coperti dagli stranieri.

Più in generale, comunque, il nostro mercato del lavoro presenta un grande paradosso che non è riscontrabile tra i nostri principali competitor europei. Pur avendo un numero di diplomati e di laureati tra i più bassi di tutti i paesi UE, gli occupati sovraistruiti presenti in Italia sono poco meno di 6 milioni, il 24,2%o degli occupati totali e il 35% degli occupati diplomati e laureati.

Imprese e giovani, difficile reperimento per gli under 29

Cercasi con urgenza figure professionali. Le imprese non trovano under 29 da assumere, e nei prossimi tre anni faranno fatica a selezionarne 1 su 2. Questo a causa di un’offerta formativa carente, soprattutto per le competenze scientifiche e tecniche medio alte. Secondo le previsioni frutto di elaborazioni dell’Area Lavoro, Welfare e Capitale Umano di Confindustria, sulla base di dati Istat e Unioncamere, nel prossimo triennio saranno circa 200mila i posti di lavoro a disposizione nei settori della meccanica, dell’ICT, dell’alimentare, del tessile, della chimica e del legno-arredo.

È quanto emerge dalla XXVI giornata di Orientagiovani promossa da Confindustria e Luiss con il sostegno di Umana e la partecipazione di Unindustria.

Saranno 67mila i nuovi posti di lavoro nel settore della meccanica

Nello specifico, le previsioni indicano che saranno 67mila i nuovi posti di lavoro nel settore della meccanica. Di questi, circa un terzo saranno disponibili per professioni manageriali, scientifiche e di elevata specializzazione (ingegneri, progettisti e specialisti in scienze informatiche) e per professioni tecniche (addetti alla gestione dei processi produttivi, specie legati al digitale). Sia i macro-settori della chimica che dell’ICT si caratterizzano per una forte domanda di nuovi posti di lavoro che prescindono dal turn-over dei lavoratori che andranno in pensione. Nei settori della chimica, della farmaceutica e della fabbricazione di prodotti in gomma e plastica, si prevede una domanda di lavoro pari a circa 16mila addetti. In questo settore, le professioni tecniche, scientifiche e di elevata specializzazione rappresenteranno dalla metà ai due terzi delle figure professionali richieste, con una significativa domanda anche di dottori di ricerca.

40mila figure professionali per le imprese ICT nei prossimi tre anni

La domanda di lavoro delle imprese dell’ICT è stimata sui 40mila individui, e in prospettiva le figure più richieste saranno il programmatore, il progettista/sviluppatore di software e app, il data-scientist il progettista di apparecchiature informatiche e loro periferiche e il progettista di impianti per le telecomunicazioni. È il caso anche del settore alimentare, in cui gli ingressi complessivi entro il 2020 saranno circa 45mila, con una crescita di quasi +15mila rispetto allo scorso anno, e una forte domanda di giovani under 29.

Supera l’80% la difficoltà di reperimento nel tessile

Significativa inoltre la crescita del fabbisogno del settore tessile, che si attesterà sulle 25mila persone, caratterizzata inoltre da punte di difficoltà di reperimento che superano l’80% per figure tecniche fondamentali come i modellisti, riporta Askanews. Nel legno-arredo invece, la domanda di lavoro consisterà di quasi 12mila nuovi ingressi con una forte domanda di designer e operai specializzati nella lavorazione del legno.