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A giugno i tributi “sopravvissuti” al coronavirus faranno cassa per 30 miliardi

La cancellazione della rata Irap di giugno, decisa dal governo per aiutare le imprese in difficoltà a causa della crisi, fa sperare che a essa si aggiungano molti altri tributi. E il gettito stimato proveniente dai tributi “sopravvissuti” al coronavirus, cioè quelli che a differenza dell’imposta regionale sulle attività produttive, non sono stati cancellati, rinviati o congelati dall’ultimo decreto, si avvicina ai 30 miliardi di euro. Si tratta dei proventi derivanti dal pagamento di Irpef, Ires e cedolare secca sugli affitti, che di conseguenza, dovranno essere pagati entro il 30 giugno. L’unico aiuto previsto introdotto con il decreto legge liquidità per i contribuenti è il metodo di calcolo per la quota relativa agli acconti, che quest’anno è previsionale per l’anno in corso.

Unica novità il metodo di calcolo, basato sulla stima del giro d’affari per l’anno in corso

Al momento, l’imposta sul reddito delle persone fisiche, sul reddito delle società, e sugli affitti restano infatti nel calendario delle scadenze fiscali.

La scadenza di giugno prevede il versamento del saldo 2019 e dell’acconto 2020, ma la novità di quest’anno consente di utilizzare un metodo di calcolo che si basa sulla stima del giro d’affari per l’anno in corso, mentre normalmente l’importo viene fissato in base all’andamento dell’anno precedente. Inoltre, i contribuenti avranno un margine d’errore del 20%. Per non incorrere in sanzioni dovranno versare l’80% dell’imposta che effettivamente, alla fine dell’anno, risulterà dovuta all’erario.

Entro il 30 giugno andrà presentata anche la dichiarazione dell’Iva

Nonostante il tentativo messo in campo dall’esecutivo per aiutare i contribuenti, alcuni esperti fanno notare che potrebbe rivelarsi difficile effettuare una stima su come andranno gli affari quest’anno e azzeccare il risultato senza incorrere in sanzioni. Occorre inoltre ricordare che entro la scadenza del 30 giugno andrà presentata anche la dichiarazione dell’Iva. Ma, ricorda l’Adnkronos, tra le scadenze del mese c’è anche il pagamento dei tributi locali.

Cancellato l’acconto Imu, ma solo per le attività che pagano il tributo come imprese

L’ultimo decreto legge approvato cancella l’acconto Imu del prossimo mese, ma solo per gli alberghi, gli stabilimenti balneari, i centri commerciali, e in generale le attività che pagano il tributo come imprese.

Ma per tutti gli altri la scadenza entro cui versare l’imposta municipale propria sul patrimonio immobiliare resta al 16 giugno. La stessa data entro cui dovrà essere versata anche la Tasi, la tassa per i servizi indivisibili.

Italiani e smart working, il 33% lo vuole anche dopo il Covid-19

La formula per cui un dipendente svolge le proprie mansioni da casa è un’opzione adottata per i lavoratori che possono permetterselo, e che svolgono la propria mansione tramite un computer connesso a internet o telefonicamente.

Tante aziende ed enti italiani si sono ritrovati a dover far fronte all’emergenza sanitaria adottando il lavoro agile, più comunemente noto come smart working, una pratica fino a oggi poco usata, ma ora resa necessaria dal  Dpcm del 1° marzo 2020, che ne ha facilitato la procedura burocratica all’avviamento.

Lavorare a casa in queste settimane è perciò diventata una consuetudine per gran parte degli italiani. Ma cosa pensano i nostri connazionali dello smart working? Sono soddisfatti o rimpiangono i ritmi e i tempi del lavoro in ufficio?

E se venisse data loro la possibilità di continuare a svolgere la propria mansione da casa, cosa sceglierebbero?

Il 33% vorrebbe continuare a lavorare il più possibile da casa

A meno di una settimana dall’avvio, sono già oltre 1.000 i cittadini italiani ad aver aderito all’indagine sullo smart working promossa da Euromobility, il 64% dei quali donne e il 36% uomini. Il 43% risiede e lavora nel nord del Paese, il 40% nelle regioni centrali e il 17% al sud o nelle isole E dai primi risultati della ricerca emerge che al termine dell’emergenza sanitaria il 33% degli italiani vorrebbe continuare a lavorare il più possibile in smart working, perché migliora la qualità della vita. Il 54% degli italiani intervistati vorrebbe continuare a lavorare da casa, ma in maniera limitata, e solo il 13% non sarebbe disposto a continuare il lavoro agile una volta che ci saremo liberati del coronavirus.

Il 45% degli italiani è molto soddisfatto dell’esperienza di lavoro agile

Sempre dai primi dati che emergono dall’indagine di Euromobility sullo smart working in Italia nel periodo del coronavirus, il 45% degli italiani si dichiara molto soddisfatto dell’esperienza di lavoro agile, e il 47% abbastanza soddisfatto. Solo l’8% è poco o per niente soddisfatto. Se si considera poi che il 63% dei rispondenti ha dichiarato di utilizzare normalmente l’automobile per recarsi al lavoro, se non si perderà l’occasione questo periodo potrà permettere di avere città meno congestionate dal traffico, e una migliore qualità del nostro tempo, riporta Adnkronos.

“Questa sperimentazione forzata non può e non deve terminare con l’emergenza sanitaria”

Una volta che l’emergenza coronavirus sarà rientrata Euromobility propone di proseguire ed estendere l’esperienza dello smart working in Italia.

“Questa sperimentazione forzata non può e non deve terminare quando l’emergenza sanitaria sarà rientrata – sottolinea Lorenzo Bertuccio, Presidente di Euromobility -. I primi dati confermano, se mai ce ne fosse stato bisogno, il gradimento da parte dei lavoratori e delle aziende, e il contributo che lo smart working può dare per ridurre la congestione e migliorare la qualità della vita nelle nostre città”.

Il mercato del lavoro nel 2019 secondo l’Istat

Il 2019 nel complesso è caratterizzato da un nuovo aumento dell’occupazione e da un calo della disoccupazione, associato alla diminuzione del numero di inattivi. Il quadro occupazionale mostra però un progressivo indebolimento nella seconda metà dell’anno. Secondo l’Istat nel quarto trimestre 2019, infatti, l’input di lavoro misurato dalle ore lavorate registra una diminuzione rispetto al trimestre precedente (-0,3%), e un lieve aumento in termini tendenziali (+0,3%).

Dinamiche coerenti, queste, con la fase di rallentamento dell’attività economica, che nell’ultimo trimestre è confermata dalla variazione congiunturale negativa registrata dal Pil (-0,3%).

Nel quarto trimestre il numero di occupati rimane invariato in termini congiunturali

Dal lato dell’offerta di lavoro, nel quarto trimestre del 2019 il numero di persone occupate rimane sostanzialmente invariato in termini congiunturali, a sintesi dell’aumento dei dipendenti e del calo degli indipendenti. Il tasso di occupazione è infatti pari al 59,2%, con una variazione nulla rispetto al terzo trimestre. Ma nei dati di gennaio 2020, al netto della stagionalità, il tasso di occupazione e il numero di occupati mostrano un calo rispetto al mese precedente. Nell’andamento tendenziale, prosegue la crescita del numero di occupati (+0,9%, +207 mila in un anno) per effetto dell’aumento dei lavoratori dipendenti, sia permanenti sia a termine, a fronte del calo degli indipendenti.

Al contempo l’incidenza dei dipendenti a termine sul totale dei dipendenti sale al 17,2% (+0,1 punti in un anno).

Tra i giovani di 15-34 anni l’occupazione continua a crescere

Dopo aver subito un rallentamento della crescita fino a registrare un calo nel terzo trimestre, gli occupati a tempo pieno aumentano lievemente, mentre gli occupati a tempo parziale continuano a crescere a ritmo sostenuto. Per il 63,9% (-0,5 punti) di questi lavoratori si tratta di part time involontario. Tra i giovani di 15-34 anni continua invece a crescere l’occupazione e il relativo tasso in termini tendenziali e congiunturali. Nel confronto annuo, per l’undicesimo trimestre consecutivo, e con maggiore intensità, si riduce poi il numero di persone in cerca di prima o nuova occupazione (-237 mila in un anno, -8,4%).

Il tasso di disoccupazione è in diminuzione

Benché a ritmi dimezzati, in confronto allo scorso trimestre continua a diminuire anche il numero di inattivi di 15-64 anni (-82 mila in un anno, -0,6%), e il tasso di disoccupazione è in diminuzione sia rispetto al trimestre precedente sia in confronto a un anno prima. Tale andamento si associa alla stabilità congiunturale e alla lieve diminuzione tendenziale del tasso di inattività delle persone con 15-64 anni. Nel mese di gennaio 2020, inoltre, il tasso di disoccupazione è stabile in confronto a dicembre 2019 e quello di inattività in lieve crescita.

 

Difficile reperimento per il 32,8% delle assunzioni previste

Gli imprenditori continuano a trovare difficoltà nel reperire personale. Di fatto, dall’elaborazione effettuata dall’Ufficio studi della Cgia, sui risultati emersi dall’indagine condotta sulle entrate programmate dagli imprenditori a gennaio 2020 dall’Unioncamere-ANPAL, Sistema informativo Excelsior, risulta che il 32,8% delle assunzioni previste sono di difficile reperimento. Su poco meno di 500mila assunzioni previste a gennaio di quest’anno, gli imprenditori segnalano che probabilmente troveranno molte difficoltà a “coprire” poco più di 151.300 posti di lavoro, di cui il 15,7% a causa della mancanza di candidati (poco meno di 72.500) e un altro 13,8%o per la scarsa preparazione (circa 63.700).

Al Nord-Est la difficoltà è maggiore

A livello provinciale le situazioni più problematiche emergono a Nord-Est. Se nella provincia di Gorizia il personale di difficile reperimento incide per il 48,1% sul numero delle assunzioni previste, a Trieste è il 45,5%, a Vicenza il 44,6%, a Pordenone il 44,2%, a Reggio Emilia il 42,7%, a Treviso il 42,3% e a Piacenza il 40,5%. Sebbene al Sud la difficoltà di “coprire” le opportunità lavorative offerte dalle aziende è inferiore a quella presente nel Centro-Nord, la percentuale media di difficile reperimento è comunque al 27,5%, con punte del 35,7% a Chieti, del 34,4% a Teramo, del 32,5% a Siracusa, del 32,2% a Potenza, del 31,7% a Taranto, del 31,6% a L’Aquila e del 30,6% a Cagliari.

Al Nord mancano tecnici informatici al Sud autotrasportatori

Le figure professionali maggiormente richieste al Nord che la domanda non riesce a soddisfare sono i tecnici informatici, gli addetti alla vendita e gli esperti in marketing, i progettisti, gli ingegneri, i cuochi, i camerieri, gli operai metalmeccanici ed elettromeccanici Analizzando l’elenco delle professioni di difficile reperimento al Sud, emerge che in tutte le principali province del Meridione le imprese faticano a trovare sul mercato cuochi, camerieri, altre professioni dei servizi turistici e, in particolar modo, conduttori di mezzi di trasporto, ovvero gli autotrasportatori.

Un mercato del lavoro polarizzato e paradossale

“L’offerta di lavoro si sta polarizzando, da un lato gli imprenditori cercano sempre più personale altamente qualificato, dall’altro figure caratterizzate da bassi livelli di competenze e specializzazione”, afferma il coordinatore dell’Ufficio studi Cgia Paolo Zabeo. Se per i primi le difficoltà di reperimento sono strutturali, anche per lo scollamento tra la scuola e il mondo del lavoro, i secondi sono profili spesso rifiutati dai giovani, e solo in parte coperti dagli stranieri.

Più in generale, comunque, il nostro mercato del lavoro presenta un grande paradosso che non è riscontrabile tra i nostri principali competitor europei. Pur avendo un numero di diplomati e di laureati tra i più bassi di tutti i paesi UE, gli occupati sovraistruiti presenti in Italia sono poco meno di 6 milioni, il 24,2%o degli occupati totali e il 35% degli occupati diplomati e laureati.

Imprese e giovani, difficile reperimento per gli under 29

Cercasi con urgenza figure professionali. Le imprese non trovano under 29 da assumere, e nei prossimi tre anni faranno fatica a selezionarne 1 su 2. Questo a causa di un’offerta formativa carente, soprattutto per le competenze scientifiche e tecniche medio alte. Secondo le previsioni frutto di elaborazioni dell’Area Lavoro, Welfare e Capitale Umano di Confindustria, sulla base di dati Istat e Unioncamere, nel prossimo triennio saranno circa 200mila i posti di lavoro a disposizione nei settori della meccanica, dell’ICT, dell’alimentare, del tessile, della chimica e del legno-arredo.

È quanto emerge dalla XXVI giornata di Orientagiovani promossa da Confindustria e Luiss con il sostegno di Umana e la partecipazione di Unindustria.

Saranno 67mila i nuovi posti di lavoro nel settore della meccanica

Nello specifico, le previsioni indicano che saranno 67mila i nuovi posti di lavoro nel settore della meccanica. Di questi, circa un terzo saranno disponibili per professioni manageriali, scientifiche e di elevata specializzazione (ingegneri, progettisti e specialisti in scienze informatiche) e per professioni tecniche (addetti alla gestione dei processi produttivi, specie legati al digitale). Sia i macro-settori della chimica che dell’ICT si caratterizzano per una forte domanda di nuovi posti di lavoro che prescindono dal turn-over dei lavoratori che andranno in pensione. Nei settori della chimica, della farmaceutica e della fabbricazione di prodotti in gomma e plastica, si prevede una domanda di lavoro pari a circa 16mila addetti. In questo settore, le professioni tecniche, scientifiche e di elevata specializzazione rappresenteranno dalla metà ai due terzi delle figure professionali richieste, con una significativa domanda anche di dottori di ricerca.

40mila figure professionali per le imprese ICT nei prossimi tre anni

La domanda di lavoro delle imprese dell’ICT è stimata sui 40mila individui, e in prospettiva le figure più richieste saranno il programmatore, il progettista/sviluppatore di software e app, il data-scientist il progettista di apparecchiature informatiche e loro periferiche e il progettista di impianti per le telecomunicazioni. È il caso anche del settore alimentare, in cui gli ingressi complessivi entro il 2020 saranno circa 45mila, con una crescita di quasi +15mila rispetto allo scorso anno, e una forte domanda di giovani under 29.

Supera l’80% la difficoltà di reperimento nel tessile

Significativa inoltre la crescita del fabbisogno del settore tessile, che si attesterà sulle 25mila persone, caratterizzata inoltre da punte di difficoltà di reperimento che superano l’80% per figure tecniche fondamentali come i modellisti, riporta Askanews. Nel legno-arredo invece, la domanda di lavoro consisterà di quasi 12mila nuovi ingressi con una forte domanda di designer e operai specializzati nella lavorazione del legno.

In Italia si celebrano più matrimoni, ma sempre più tardi

Negli anni più recenti, ovvero nel biennio 2015-2016, si assiste a un lieve aumento dei matrimoni, anche dovuto agli effetti del Decreto legge 132/2014, sull’introduzione dell’iter extra-giudiziale per separazioni e divorzi consensuali, e della Legge 55/2015 sul cosiddetto Divorzio breve, che hanno semplificato e velocizzato la possibilità di porre fine al matrimonio in essere, consentendo a un numero maggiore di coppie rispetto al passato, di potersi risposare. Secondo i dati contenuti nel Report dell’Istat su Matrimoni e Unioni civili 2018, la diminuzione dei primi matrimoni, per i quali cresce l’età in cui vengono celebrati, è invece da mettere in relazione in parte con la progressiva diffusione delle libere unioni.

Nel 2018 +4.500 “sì”, il 19,9% sono seconde nozze

Nel 2018 in Italia sono stati celebrati 195.778 matrimoni, circa 4.500 in più rispetto all’anno precedente (+2,3%). Cresce però l’età del fatidico sì. E attualmente gli sposi al primo matrimonio hanno in media 33,7 anni e le spose 31,5, rispettivamente 1,6 e 2,1 anni in più rispetto al 2008. Le seconde nozze, o successive, dopo una fase di crescita rilevata negli ultimi anni, dovuta anche all’introduzione del “divorzio breve”, rimangono stabili rispetto all’anno precedente. E la loro incidenza sul totale dei matrimoni raggiunge il 19,9%.

Quadruplicano le unioni civili, e aumento le convivenze prematrimoniali

Dal biennio 1997-1998 al 2017-2018 le unioni civili sono più che quadruplicate, passando da circa 329 mila a 1 milione 368 mila. L’incremento è dipeso prevalentemente dalla crescita delle libere unioni di celibi e nubili, passate da 122 mila a 830 mila circa. Accanto alla scelta delle libere unioni come modalità alternativa al matrimonio, sono in continuo aumento le convivenze prematrimoniali, le quali possono avere un effetto sul rinvio delle nozze a età più mature (posticipazione del primo matrimonio). Ma è soprattutto la protratta permanenza dei giovani nella famiglia di origine a determinare il rinvio delle prime nozze.

Nozze con stranieri e tra sposi dello stesso sesso

Nel 2018 sono state celebrate 33.933 nozze con almeno uno sposo straniero, il 17,3% del totale dei matrimoni, una proporzione in leggero aumento rispetto all’anno precedente. Nel 2018 sono state costituite 2.808 unioni civili tra coppie dello stesso sesso presso gli Uffici di Stato civile dei comuni italiani. Queste si vanno a sommare a quelle già costituite nel corso del secondo semestre 2016 (2.336), anno di entrata in vigore della Legge 20 maggio 2016, n. 76, e dell’anno 2017 (4.376). Come nelle attese, dopo il picco avutosi subito dopo l’entrata in vigore della nuova legge il fenomeno si sta ora stabilizzando.

Italiani i più longevi, ma fanno meno figli

In 10 anni gli over 65 sono aumentati di 1,8 milioni. E con il 22,8% di anziani l’Italia si colloca sul podio europeo per longevità, seguita da Grecia (21,9%), Portogallo (21,7%), Finlandia (21,6%) e Germania (21,5%). Nello stesso periodo però i giovani under 35 sono diminuiti di 1,5 milioni. Una tendenza all’invecchiamento, quindi, che aumenterà progressivamente. Le previsioni per il 2051 annunciano infatti che dagli attuali 13,7 milioni di anziani si passerà a 19,6 milioni, per un’incidenza sul totale della popolazione pari al 33,2%, e un incremento del +42,4%. Lo conferma il primo Rapporto Censis-Tender Capital, secondo il quale il calo delle nascite nel nostro Paese registra un vero e proprio crollo: -23,7%.

Il numero dei centenari dal 2001 aumenta del +129%

Ma non è tutto. Salgono in maniera esponenziale gli ultra 80enni, che nel 2019 sono 4,3 milioni e rappresentano il 7,2% della popolazione (+74,9% dal 2001).

Gli ultranovantenni, invece, sono 774.528, e dal 2001 (+94,5%), e cresce anche il numero dei centenari, arrivati a 14.456: +129% dal 2001, quando erano 6.313.

Il problema però è che il 20,7% degli anziani, oltre 2,8 milioni di persone, non è autosufficiente, e oltre gli ottant’anni la quota di non autosufficienti supera il 40%. Il fabbisogno assistenziale fino a oggi è stato coperto soprattutto dalle famiglie, che garantiscono assistenza diretta in almeno 7 casi su 10, e dalle badanti (circa 1 milione), con una spesa per le famiglie stimata in circa 9 miliardi di euro.

Circa 1 milione di anziani non beneficia di assistenza sanitaria domiciliare

Il modello italiano di welfare familiare e privato a copertura delle esigenze di assistenza degli anziani non autosufficienti inizia a mostrare segni di cedimento. Circa 1 milione di anziani presenta gravi limitazioni funzionali e non beneficia di assistenza sanitaria domiciliare.

“Oltre 2,7 milioni vivono in abitazioni non adeguate alla condizione di ridotta mobilità – si legge nel Rapporto -. Dati che allarmano, anche perché non bastano i 12,4 miliardi di spesa pubblica per l’assistenza a lungo termine, di cui 2,4 miliardi finalizzati alle cure domiciliari, pari al 10,8% della spesa sanitaria complessiva, comunque inferiore al dato Ue del 15,4%”.

I numeri della silver economy

Se i dati relativi gli anziani non autosufficienti sono allarmanti, gli over 65 al contrario sono considerati “generatori di benessere”, hanno una quota di ricchezza media più alta del 13,5% rispetto alla ricchezza media degli italiani, e spendono molto di più in cultura, svago e viaggi.

La situazione è diametralmente opposta per i Millennials, la cui ricchezza risulta inferiore del 54,6%. Un gap di reddito che spiega anche come mai in 25 anni si sia ridotta la spesa dei consumi familiari (-14%), mentre è aumentata quella degli anziani (+23%).

 

Sviluppo Sostenibile, Italia in ritardo sugli obiettivi

L’Italia è molto lontana dai 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, e la distanza dagli altri Paesi rischia di allargarsi. Sul fronte del cambiamento climatico e sul tema delle rinnovabili sono stati fatti passi importanti, ma peggiorano gli ecosistemi e terrestri non si riesce ancora a definire una legge sul consumo di suolo. Non è perciò un quadro incoraggiante quello tratteggiato in occasione della presentazione del Rapporto ASviS 2019, che analizza l’andamento del Paese rispetto agli Obiettivi dell’Agenda 2030, ovvero il programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità, sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’Onu.

I dati del Rapporto ASviS 2019

Il rapporto evidenzia evidenti ritardi in settori cruciali per la transizione verso un modello sostenibile sul piano economico, sociale e ambientale, e forti disuguaglianze, comprese quelle territoriali. Se nel suo percorso verso i 17 Obiettivi l’Italia migliora in alcuni campi, tra come salute, uguaglianza di genere, condizione economica e occupazionale, innovazione, disuguaglianze, condizioni delle città, modelli sostenibili di produzione e consumo, qualità della governance e cooperazione internazionale, peggiora in altri, come povertà, alimentazione e agricoltura sostenibili, acqua e strutture igienico-sanitarie, sistema energetico, condizione dei mari ed ecosistemi terrestri. Ed è stabile per l’educazione e la lotta al cambiamento climatico.

Aumentano povertà assoluta e relativa

In particolare, tra le aree in cui il nostro Paese peggiora c’è il contrasto alla povertà (Obiettivo 1: Porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo), il cui indicatore, dopo un andamento stazionario nel periodo 2012-2014, registra un netto peggioramento nel corso degli anni successivi. Nel biennio 2016-2017, la dinamica negativa è dovuta a un aumento della povertà assoluta e della povertà relativa, che registrano entrambe il valore più alto di tutta la serie storica osservata, rispettivamente 8,4% e 15,6% della popolazione. Tra gli individui in povertà assoluta si stima che i giovani di 18-34 anni siano 1 milione e 112mila, il valore più elevato dal 2005. E se nel 2017 si registra una diminuzione dell’indice di grave deprivazione materiale, resta comunque superiore di 3,5 punti rispetto alla media europea.

Crescita economica in lieve ripresa, +8 punti indice di abusivismo edilizio

Sul fronte della crescita economica (Obiettivo 8: Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti), l’indicatore peggiora fino al 2014, a causa dell’andamento sfavorevole del Pil, dell’aumento della disoccupazione e della quota dei giovani Neet (la più alta dei Paesi UE), mentre nel triennio 2015-2017 si registra un lento recupero. A pesare sul segno negativo dell’Obiettivo 11 (Rendere la città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili), è invece l’indice di abusivismo edilizio, che cresce di otto punti percentuali rispetto al 2010, riporta Adnkronos

Gli italiani sono agli ultimi posti dei G7 per ricchezza netta pro capite

Nella classifica dei Paesi del G7 gli italiani si collocano agli ultimi posti per ricchezza. La ricchezza netta procapite dei nostri connazionali ammonta infatti a 160.600 euro, e se solo i tedeschi stanno peggio di noi, fermandosi a 151.900 euro, tutti gli altri “big” possono vantare risultati migliori. A partire dagli Stati Uniti, con 304.200 euro a persona, il Canada, con 191.800 euro, il Regno Unito, con 184.900 euro, e il Giappone, con 170.700 euro. I dati, elaborati dall’Adnkronos, sono contenuti nel rapporto Istat e Banca d’Italia, e si riferiscono al 2017.

Nel 2007 l’Italia si posizionava al terzo posto della classifica

In un passato non molto lontano l’Italia poteva vantare una posizione decisamente migliore. Nel 2007, infatti, con 158.800 euro di ricchezza netta pro capite, il nostro Paese occupava  la terza posizione. Al primo posto si posizionavano sempre gli Stati Uniti, con 179.800 euro, seguiti dal Regno Unito, con 172.300 euro. Dietro gli italiani nel 2007 si collocavano i francesi, con 145.400 euro, i giapponesi, con 120.800 euro, i canadesi con 114.900 euro, e ultimi, sempre i tedeschi, con 104.700 euro.

In 10 anni gli italiani hanno aumentato la loro ricchezza solo dell’1,1%

In 10 anni, quindi, gli italiani hanno aumentato la loro ricchezza solo di 1.800 euro, pari a un misero +1,1%, mentre gli abitanti degli altri Paesi sono riusciti a mettere “molto più fieno in cascina”. A partire dagli americani, che hanno visto crescere le loro attività (finanziarie e non) di 124.400 euro, registrando un +69,9% in 10 anni. Hanno potuto festeggiare anche i canadesi che, nello stesso periodo, hanno visto crescere i propri beni di 76.900 euro, per un aumento pari a +66,9%.

Per quasi tutti gli altri Paesi aumenti percentuali a due cifre

Proseguendo nel confronto con il 2007 anche i tedeschi, che in entrambe le classifiche occupano l’ultimo posto, possono ritenersi soddisfatti: la loro ricchezza è aumentata di 47.100 euro (+45,1%). La Germania in termini assoluti viene superata dai giapponesi, con 49.900 euro in più, ma in termini percentuali in questo caso l’incremento risulta leggermente inferiore: i giapponesi hanno accresciuto la propria ricchezza del 41,3%. Aumenti meno importanti, ma comunque quasi sempre a due cifre, sono quelli registrati dai francesi, dove la ricchezza è aumentata di 24.000 euro (+16,5%). Mentre gli inglesi si devono accontentare solo di 12.500 euro in più (+7,3%). In ogni caso, sempre meglio degli italiani.

Casa, quanto ci costi

In un paese dove circa l’83% delle persone vive sotto un tetto di proprietà, la casa è l’asset più importante nel patrimonio delle famiglie, ma rappresenta anche la principale voce di spesa nel budget mensile. Per la casa in media gli italiani spendono 942 euro al mese, ovvero, 11.304 euro all’anno per proprietà e gestione dell’abitazione principale, come le rate del mutuo, le utenze domestiche, le spese condominiali, le manutenzioni, e la tassa rifiuti. Ma le cifre differiscono sensibilmente sul territorio: a parità di caratteristiche dell’immobile, al Nord le famiglie pagano mediamente il 20% in più che al Sud e nelle Isole, mentre a livello di singole città, è Roma a guidare la classifica, con 1.219 euro al mese, ossia 14.628 euro annui.

In media 128.227 euro di finanziamenti erogati nel 2018 per l’acquisto

È quanto emerge da uno studio condotto da Facile.it e da Mutui.it, basato su dati Istat e Dipartimento delle finanze. Ai fini dell’elaborazione, riporta Adnkronos, è stato preso come riferimento un appartamento standard di circa 100 metri quadrati, situato in una zona intermedia del contesto abitativo. Di fatto, il taglio medio dei finanziamenti erogati nel 2018 per l’acquisto della casa è pari a 128.227 euro. Tuttavia, le differenze su base territoriale sono piuttosto elevate. Una famiglia perciò spende in media 864 euro di mutuo al mese a Roma, 753 euro a Milano, a Firenze 777 euro e a Bologna 770 euro. I costi per la proprietà immobiliare più bassi si registrano invece a Napoli (487 euro) e Palermo (430 euro).

Peso medio delle spese più basso al Sud e nelle periferie

A livello di aree geografiche, è al Nordest che i costi per l’acquisto della casa sono maggiori (623 euro mese), seguito dal Nordovest (599 euro) e dal Centro (646 euro). Il peso medio dei mutui delle famiglie che vivono nella periferia delle aree urbane, però, è inferiore di circa 10 punti percentuali rispetto a quello di chi abita entro i confini comunali, ed è pari a 777 euro al mese nell’hinterland della capitale e a 678 euro nel circondario milanese. Ma un’altra voce significativa è data dalle spese di gestione dell’immobile, dalle utenze per luce, gas e acqua alle spese condominiali, dalla manutenzione ordinaria a quella straordinaria. Anche qui i valori rimangono più alti nelle regioni settentrionali (+35% rispetto al Sud e alle Isole). Ed è Torino a guidare la classifica dei costi di forniture domestiche e manutenzioni, con 381 euro al mese, seguita a poca distanza da Bologna e Firenze (358 euro) e da Milano (351 euro).

Tassa rifiuti, situazione ribaltata a favore del Nord

Per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti la situazione si ribalta. Sebbene a livello nazionale il prelievo medio per famiglia sia di circa 320 euro all’anno, le differenze territoriali sono molto più marcate, stavolta a sfavore del Sud. Mentre a Bologna o a Firenze il costo annuale non supera i 288 o i 240 euro, a Napoli e Cagliari i nuclei familiari sborsano in media 444 euro e 504 euro.

Al variare del numero di occupanti l’immobile cambiano naturalmente anche le relative spese di gestione e la tassa rifiuti, ma l’oscillazione non è proporzionale. La bolletta del gas di una famiglia di quattro persone non è infatti il quadruplo di quella di un single.