Archivi autore: Gino Buzzanga

Cresce l’uso di applicazioni cloud all’interno delle aziende: ma i dati potrebbero essere a rischio

Più di 1 utente su 5 (22%) carica, crea, condivide o archivia dati in applicazioni e istanze personali: Gmail, WhatsApp, Google Drive, Facebook, WeTransfer e LinkedIn sono classificate come le applicazioni e le istanze personali più utilizzate. Lo rivela il nuovo report “Netskope Cloud and Threat Report: Cloud Data Sprawl”, condotto da Netskope, che segnala che l’uso di applicazioni cloud all’interno delle organizzazioni continua a crescere: dall’inizio del 2022 è già aumentato del 35%. Un’azienda media tra i 500 e i 2.000 utenti carica, crea, condivide o archivia dati in 138 applicazioni diverse e utilizza una media di 1.558 applicazioni cloud distinte ogni mese. Ma l’uso di queste applicazioni produce una proliferazione dei dati che crea rischi per le organizzazioni in tutto il mondo.

I rischi per le aziende

Il report evidenzia inoltre una continua tendenza al rischio che proviene dall’interno dell’azienda (insider risk): il report ha rivelato che 1 utente su 5 (20%) carica una quantità insolitamente elevata di dati nelle applicazioni personali (come Gmail, WhatsApp, Google Drive, Facebook, WeTransfer e LinkedIn) nei 30 giorni che precedono la fuoriuscita da un’organizzazione, dato che segna un aumento del 33% per lo stesso periodo rispetto all’anno scorso.
“Le applicazioni cloud hanno contribuito ad aumentare la produttività e a consentire il lavoro ibrido, ma hanno anche causato una crescente proliferazione di dati che mette a rischio informazioni sensibili”, ha affermato Ray Canzanese, Threat Research Director, Netskope Threat Labs. “Le applicazioni e le istanze personali sono particolarmente preoccupanti, dal momento che gli utenti mantengono l’accesso ai dati archiviati in quelle istanze anche molto tempo dopo aver lasciato l’organizzazione. Le misure di sicurezza proattive, in particolare i controlli delle policy che limitano l’accesso ai dati sensibili solo agli utenti e ai dispositivi autorizzati e impediscono il caricamento di dati sensibili su applicazioni e istanze personali, possono aiutare a ridurre i rischi di perdita o esposizione di dati sensibili”.

Le applicazioni più utilizzate

Sempre più utenti stanno caricando, creando, condividendo o archiviando dati in applicazioni cloud: la percentuale di utenti con attività di dati nelle applicazioni cloud è aumentata dal 65% al 79% nei primi cinque mesi del 2022. Le categorie di applicazioni cloud più utilizzate all’interno delle organizzazioni sono quelle di Cloud Storage, Collaboration e Webmail.
Le organizzazioni utilizzano molte applicazioni con funzionalità che si sovrappongono: delle 138 applicazioni usate da un’organizzazione con 500–2.000 utenti per caricare, creare, condividere o archiviare dati, si contano in media 4 applicazioni Webmail, 7 applicazioni di archiviazione cloud e 17 applicazioni di collaborazione. Questa sovrapposizione può portare a problemi di sicurezza, come configurazioni errate, perdita di efficacia delle policy, e policy di accesso incoerenti.

Assicurazione auto: gli italiani puntano al risparmio

Le conseguenze del rialzo generalizzato dei prezzi si possono toccare con mano anche nella cosiddetta ‘economia reale’: la difficoltà a risparmiare è sempre più crescente per molti italiani. La difficile congiuntura economica, il rialzo dell’inflazione e i pesanti rincari sull’energia stanno infatti mettendo a dura prova la capacità di spesa delle famiglie. Ma se per contenere la spesa mensile generale molti tendono a tagliare beni e servizi considerati superflui, esistono alcuni costi fissi con cui è necessario continuare a confrontarsi. È il caso dell’assicurazione auto, in Italia obbligatoria per tutti coloro che possiedono un mezzo a motore, anche se non usato regolarmente. Per cercare di ridurre l’entità di questa spesa, gli automobilisti si stanno quindi rivolgendo alla rete per individuare le polizze caratterizzate dal miglior rapporto qualità-prezzo.

Come risparmiare grazie al web

Il web offre un grande aiuto nella gestione delle spese, soprattutto grazie alle possibilità offerte dai portali di comparazione. Un esempio è 6sicuro, realtà di riferimento nel settore attiva dal 2000, che propone un servizio a 360 gradi, affidabile e gratuito. Più in dettaglio, ogni assicurazione auto su 6sicuro viene selezionata guardando esclusivamente alle proposte più interessanti formulate dalle principali compagnie del settore. Il tutto con la possibilità di poter stipulare direttamente la polizza online. E questo si traduce in un risparmio ulteriore sui costi, poiché evita di dover passare per un intermediario ‘fisico’.

Le coperture accessorie più richieste

In Italia vige l’obbligo di assicurare il proprio mezzo a motore: tale stipula copre l’intestatario contro i danni derivati in caso di sinistro, tuttavia esistono anche altre garanzie, chiamate coperture accessorie, che possono essere molto utili, e in alcuni casi, anche fortemente raccomandate. È il caso della polizza contro furto e incendio, che tutela il contraente in forma diversa a seconda della tipologia di contratto che si decide di attivare. L’utente, ad esempio, può scegliere di sottoscrivere una copertura solo parziale, per cui la compagnia assicurativa risarcisce solo per un determinato importo. Il costo, ovvero il cosiddetto premio assicurativo, dipende da molte variabili, fra cui spicca il valore vero e proprio dell’auto.

La Kasko

Un’altra copertura accessoria molto richiesta è senza dubbio la Kasko, che tutela l’intestatario anche qualora sia responsabile dei danni provocati. Essa, inoltre, copre tutti gli incidenti che possono riguardare il veicolo, nonché i danneggiamenti accidentali.
Si può anche decidere di assicurare solo alcune parti dell’auto, magari quelle più fragili e più esposte agli incidenti. È il caso della polizza cristalli, che assicura i vetri della macchina qualora siano soggetti a un incidente o a un danneggiamento accidentale, come ad esempio la caduta fortuita di un oggetto.
Molti utenti, poi, in particolare quelli che fanno largo uso della vettura o che per lavoro devono guidare per molte ore, scelgono di sottoscrivere l’assicurazione che prevede l’assistenza in caso di guasto. In questo caso, il sottoscrittore potrà richiedere l’intervento di un carro attrezzi che recuperi l’auto rotta senza costi aggiuntivi.

I deepfake attaccano le aziende

Sono sempre di più le aziende che hanno segnalato all’Fbi la presenza di persone candidate per un posto di lavoro utilizzando i deepfake. Gli impostori utilizzano video, immagini, registrazioni e identità rubate fingendosi qualcun altro per ottenere una posizione IT da remoto. Può sembrare uno scherzo, ma l’assunzione di un deepfake può portare a seri problemi, come l’accesso a informazioni aziendali e sui clienti. Questo non solo può rappresentare una minaccia per la sicurezza dei dati aziendali, ma in caso di violazione, l’azienda probabilmente non avrà la possibilità di consegnare il truffatore alla giustizia. Il caso citato non è però l’unico modo in cui i truffatori utilizzano i deepfake per trarre vantaggio da un’azienda.

L’obiettivo è sempre il furto di denaro o informazioni sensibili
Con l’evoluzione della tecnologia, gli attaccanti possono utilizzare questo nuovo metodo per raggirare i test biometrici utilizzati dalle banche e dagli scambi di criptovalute per verificare l’identità degli utenti, al fine del riciclaggio di denaro. Secondo il report di Sensity, nove dei 10 principali fornitori di servizi Know Your Customer (KYC) sono molto vulnerabili agli attacchi deepfake. I deepfake sono utilizzati poi anche per lo spear o phishing mirato: il cybercriminale si finge una persona fidata o affidabile facendo leva su meccanismi psicologici. L’obiettivo finale è sempre il furto di denaro o informazioni sensibili. Gli attaccanti possono infatti fingersi dirigenti di un’azienda per ottenere la fiducia di una persona e indurla a consegnare dati sensibili, denaro o accesso all’infrastruttura dell’organizzazione.

Comprendere il pericolo è metà dell’opera
“Comprendere il pericolo è metà dell’opera. Educate i vostri dipendenti e informateli sui nuovi metodi fraudolenti. Un deepfake di alta qualità richiede molta competenza e impegno, mentre i fake usati per le truffe o per l’interazione sincrona durante un colloquio sarebbero probabilmente di bassa qualità. Tra i segni di un deepfake, ci sono movimenti innaturali delle labbra, capelli mal resi, forme del viso non corrispondenti – afferma Vladislav Tushkanov, Lead Data Scientist di Kaspersky -. Tuttavia, gli attaccanti potrebbero intenzionalmente abbassare la qualità del video per nascondere questi artefatti”.

Utilizzare soluzioni di cybersecurity affidabili
“Per ridurre al minimo la possibilità di assumere un dipendente falso, suddividete i colloqui di lavoro in più fasi, coinvolgendo non solo i responsabili delle risorse umane ma anche le persone che lavoreranno con il nuovo dipendente – continua Tushkanov -. In questo modo aumenteranno le possibilità di individuare qualcosa di insolito”.
Anche le tecnologie sono un valido aiuto nella lotta ai deepfake, una soluzione di cybersecurity affidabile garantirà assistenza nel caso in cui un deepfake di alta qualità convinca un dipendente a scaricare file o programmi dannosi o a visitare link sospetti o siti web di phishing. La soluzione antifrode che fornisce l’analisi del comportamento degli utenti e il monitoraggio delle transazioni finanziarie può essere poi una buona opzione per le aziende che utilizzano il KYC, fornendo un ulteriore livello di protezione.

Da settembre 2022 il 35% dei dispositivi Android non sarà più supportato

Lo confermano gli esperti di Bitdefender, società di cybersecurity che ha analizzato i dispositivi che eseguono Bitdefender Mobile Security su Android per capire la distribuzione del sistema operativo sull’intera gamma di smartphone, e il livello di effettiva sicurezza informatica. Il più vecchio Android ancora supportato da Google è la versione numero 10, che raggiungerà la fine del suo ciclo di vita a settembre 2022. A quel punto, il 35% dei dispositivi con tale software sarà sprovvisto di aggiornamenti. In pratica, dal prossimo settembre, quasi un terzo degli smartphone con sistema operativo Android sarà a rischio sicurezza. Oggi i terminali con sistema operativo Android rappresentano circa il 70% del mercato globale mobile, ma quando le versioni iniziano a diventare obsolete gli hacker possono approfittarne per ‘bucare’ le difese, riporta Ansa.

Google supporta solo le ultime tre versioni

Fra pochi mesi quindi aumenterà il numero dei dispositivi non sicuri che si connettono a Internet. Uno dei problemi del sistema operativo Android è la frammentazione, in quanto Google ha rilasciato molte versioni di Android negli ultimi 14 anni e continua a supportare solo le ultime tre. A differenza di iOS, sono ancora in uso dispositivi con versioni Android lanciate anche dieci anni fa e sono molto più diffusi di quanto si possa immaginare. Gli utenti raramente considerano il supporto software quando acquistano uno smartphone e, in generale, finché non si guasta e ‘fa quello che deve’ il dispositivo non viene rottamato. A conti fatti, i vecchi dispositivi rappresentano una comoda porta di accesso per i malintenzionati.

Dispositivi obsoleti a cui le aziende non applicano più le patch

“Quando gli utenti scelgono un nuovo smartphone di solito considerano le dimensioni dello schermo, la facilità d’uso, la potenza di elaborazione, la qualità delle immagini e molte altre caratteristiche – spiegano gli esperti di Bitdefender -. Purtroppo, la durata del supporto del software in termini di sicurezza è raramente un fattore decisivo nella scelta. Se un produttore interrompe il supporto per un dispositivo, l’utente è libero di utilizzarlo, ma quando viene scoperta una vulnerabilità, l’azienda non applicherà più le patch, e sebbene il telefonino svolga ancora le sue funzioni, diventa estremamente vulnerabile. I dispositivi obsoleti e non supportati sono tra i migliori amici dei criminali informatici, soprattutto quelli ancora in uso”.

I dispositivi datati sono una risorsa per gli hacker

Il dispositivo datato è una delle migliori risorse per il malintenzionato, in quanto non riceve più le patch di sicurezza dal produttore e chi li utilizza di solito non perde tempo ad aggiornare il sistema operativo e le app installate.
A parte considerare sempre il periodo di supporto per qualsiasi dispositivo al momento dell’acquisto, è buona norma controllare se uno qualsiasi dei dispositivi intelligenti presenti nella smart home esegue software non più supportato. Come riferisce Tuttoandroid.net, installare l’app Bitdefender Mobile Security sui dispositivi meno recenti è una buona idea, ma è sempre meglio passare a un dispositivo che riceve ancora le patch di sicurezza.

Come riconoscere i Deepfake?

I Deepfake sono registrazioni vocali, video, foto o ‘false’ realizzate con reti neurali profonde. L’uso del deep learning, al posto delle tradizionali tecniche di editing delle immagini, riduce drasticamente lo sforzo e l’abilità necessari per creare un falso convincente. Secondo alcune stime, il 96% di tutti i Deepfake è pornografico. Da qui, le preoccupazioni legate al loro uso per abusi, estorsioni e casi di pubblica umiliazione.
“I Deepfake sono un esempio lampante di come una tecnologia si sviluppi più velocemente del tempo necessario a comprenderla e a imparare a gestirne i rischi – spiega Vladislav Tushkanov, lead data scientist di Kaspersky -. Per questo motivo viene percepita sia come uno strumento in più a beneficio degli artisti, sia come nuovo strumento di disinformazione, che mette in discussione diversi aspetti della nostra vita quotidiana”.

Il regolamento UE sull’AI potrebbe includere una clausola su questa tecnologia

Google ha bandito gli algoritmi di Deepfake da Google Colaboratory, il servizio di calcolo gratuito con accesso alle GPU. E se diversi stati americani hanno leggi che li regolamentano un progetto di legge cinese richiede l’identificazione dei dati generati al computer. Inoltre, il futuro regolamento UE sull’AI potrebbe includere una clausola su questa tecnologia. Questa tecnologia potrebbe infatti aiutare i criminali informatici. Gli algoritmi commerciali di rilevamento della vivacità, utilizzati dalle istituzioni finanziarie nelle procedure KYC, potrebbero essere ingannati da Deepfake creati a partire da fototessere, creando nuovi vettori di attacco e rendendo i documenti d’identità trapelati un problema ancora più grave.

Un’ulteriore proliferazione della disinformazione su Internet

Di fatto i Deepfake minano la fiducia degli utenti rispetto ai contenuti audio e video, in quanto potrebbero essere utilizzati per scopi malevoli. E diversi esperti e istituzioni, come Europol, avvertono che la crescente disponibilità di Deepfake può portare a un’ulteriore proliferazione della disinformazione su Internet. Ovviamente non esistono solo aspetti negativi. La CGI (computer-generated imagery) esiste da decenni, e viene utilizzata in diverse occasioni. Ad esempio, un algoritmo Deepfake è stato utilizzato anche per creare una serie virale su TikTok con protagonista un finto Tom Cruise. E alcune startup stanno cercando nuovi modi per utilizzarne la tecnologia, ad esempio, per generare avatar realistici nel metaverso.

Quelli utilizzati per le truffe tendono a essere di bassa qualità

I Deepfake potrebbero quindi essere difficili da riconoscere. Quelli utilizzati per le truffe tendono ancora a essere di bassa qualità, e possono essere individuati notando movimenti innaturali delle labbra, capelli non propriamente realistici, forme del viso non corrispondenti e così via. Anche gli errori nella resa dei vestiti possono rivelare un Deepfake amatoriale. Nel caso in cui un personaggio famoso faccia affermazioni azzardate o offerte troppo belle per essere vere, anche se il video risultasse convincente, meglio fare un controllo incrociato delle informazioni, consultando fonti attendibili. Ma i truffatori possono intenzionalmente codificare i video per nascondere i difetti dei Deepfake creati, per cui osservare il video alla ricerca di indizi potrebbe non essere la strategia migliore.

La Gen Z e il denaro: quali opportunità per il mondo finanziario?

Si parla molto di Generazione Z, e più si analizzano i risultati delle ricerche sui nati tra il 1995 e il 2010 più i ‘miti’ su questa generazione appaiono per quel che sono: miti, appunto. Eumetra ha analizzato il rapporto della Gen Z con il mondo finanziario in uno studio condotto in 5 Paesi, Italia, UK, Francia, Germania, Spagna. E ha scoperto forti differenze sia all’interno della Gen Z stessa sia tra Paese e Paese. Nel rapporto con la scolarizzazione e il lavoro, ad esempio, italiani e spagnoli studiano a lungo e ottengono titoli di studio mediamente più alti, ma il loro accesso al lavoro full time è risibile: 11% per gli italiani contro 31% in UK, 35% in Germania e 28% in Francia. Anche l’accesso al reddito è diverso: solo il 4% degli italiani e il 6% degli spagnoli dichiara di accedere a più di 1.500 euro al mese, a fronte del 28% in UK e 20% in Germania.

Non bamboccioni, ma differenti forme di indipendenza economica

Insomma, non bamboccioni ma con differenti forme di indipendenza economica. Ma come possono collocarsi le banche in tale contesto? Ci sono elementi di opportunità e fattori di rischio. Tra le opportunità, i giovanissimi tendono a risparmiare perché hanno, o dichiarano di avere, una progettualità di vita. Quanto ai rischi, i giovanissimi dichiarano di non conoscere particolarmente bene il settore bancario. La ‘consapevole ignoranza’ implica un ruolo di maggior rilevanza della cerchia di influenzatori (famiglia, amici…), che risultano più ‘influenti’ in Italia, Spagna e Francia, dove meno del 30% dichiara di essere autonomo nell’acquisto di prodotti finanziari. Al contrario, tedeschi e inglesi mostrano maggiore indipendenza.

I giovani ‘iperdigitalizzati’ usano ancora il contante

I giovani italiani ‘iperdigitalizzati’ però usano ancora il contante (1 su 2) e la carta di credito (43%) seguita da PayPal (42%). Le app come Apple Pay o Samsung Pay convincono solo un giovane su 5. Di fatto, gli acquisti finanziari sono influenzati dai genitori. Inoltre, i giovanissimi italiani ammettono di conoscere poco i brand, e 4 su 10 dichiarano di essere a conoscenza di 3 big player come Unicredit, Intesa Sanpaolo e Poste. Tra i brand su cui i giovani dichiarano meno ignoranza fanno capolino sia banche con una spiccata immagine ‘conversazionale’, come BPER e Banco Mediolanum, sia player come Satispay.

Come farsi conoscere dai giovanissimi

Quindi, come farsi conoscere dai giovanissimi? Il passaparola, fisico e digitale, di genitori e amici è la prima fonte di informazione. La conoscenza del sistema di influenza è quindi centrale per intercettarli. I mezzi da cui attendono comunicazione sono prevalentemente online, ma non necessariamente social, che piacciono ma non discriminano per categoria merceologica. Quanto ai contenuti di comunicazione attesi invece devono mostrare il vantaggio economico e mostrare quali risultati si possono ottenere. In altre parole, non dimentichiamo che sono una generazione pragmatica e razionale, più di quanto agli adulti, più emotivi e impulsivi, piace ammettere.

Assunzioni, le aziende devono curare annunci e candidature

Le candidature sono la chiave di volta affinché le aziende possano trovare le persone giuste per le posizioni aperte e richieste. W per centrare l’obiettivo, è fondamentale che tutto il meccanismo della selezione del personale sia perfettamente oliato. Uno studio effettuato alcuni anni fa da Lever, una società che realizza e gestisce un software per la ricerca e la selezione del personale, ha dimostrato che in media un’impresa con meno di 200 dipendenti deve analizzare 86 candidature prima di trovare il candidato adatto all’assunzione.

Più è grande l’azienda, più è difficile la ricerca

il dato è ancora più alto nel caso di aziende più grandi (con oltre 200 dipendenti),  che in media devono passare in rassegna 100 persone prima di trovare il candidato giusto. Bisogna poi sottolineare il fatto che solitamente viene contattato per un colloquio solamente il 17% dei candidati, ma anche che il 31% delle persone che ricevono un’offerta di lavoro finisce per rifiutarla (le percentuali sono particolarmente alte nel caso di ingegneri e manager). Insomma, il lavoro di ricerca e di selezione del personale è mediamente lungo, gravoso e irto di ostacoli. Le aziende, nel momento in cui desiderano inserire un nuovo talento, devono quindi prepararsi mentalmente e non solo a dover analizzare molte persone per un’unica offerta di lavoro, senza meravigliarsi troppo di dover interagire con tantissimi candidati prima di considerare chiusa la ricerca.

Le strade possibili

Naturalmente tale ricerca non deve essere necessariamente così. Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, società internazionale di head hunting, spiega che le cose possono andare diversamente. “È fondamentale prima di tutto organizzare al meglio la ricerca, a partire dalla realizzazione di un annuncio di lavoro particolarmente dettagliato, che vada quindi a richiamare l’attenzione delle sole persone che realmente possono ricoprire quel ruolo. Un dettaglio omesso in un annuncio può trasformarsi in una valanga di curricula non desiderati”. Ma c’è di più. I processi di ricerca e selezione del personale efficaci partono molto prima dell’effettivo bisogno di una risorsa “Un’azienda che può vantare un buon employer brand, e che quindi negli anni ha costruito e sviluppato una buona strategia per risaltare le proprie qualità come datore di lavoro” spiega l’head hunter “avrà meno difficoltà nel trovare il talento perfetto da assumere”. Tra l’altro, non sempre il candidato ideale è alla ricerca di una nuovo lavoro. Precisa Adami: “Molto spesso la persona che si cerca rientra nell’enorme gruppo dei candidati passivi, ovvero tra le persone che non stanno cercando attivamente un lavoro. Anche per questo motivo affidarsi a una società di head hunting permette di aumentare le probabilità di trovare la figura perfetta da inserire nel team”. 

Pollo e burro gli alimenti più rincarati

L’indagine condotta da Unioncamere, con la collaborazione di BMTI e REF Ricerche, nel bimestre aprile-maggio prospetta una ulteriore intensificazione dell’inflazione. Si attendono quindi aumenti del +3,5% per la media di 46 prodotti alimentari rispetto al bimestre precedente, e una crescita su base annua che potrebbe arrampicarsi fino al +12,7%. Le rilevazioni sui prezzi pagati all’industria alimentare dalle Centrali di Acquisto della Gdo per la media dei 46 prodotti alimentari maggiormente consumati, mostrano un aumento del +2,1% nel mese di marzo, con una crescita che si porta al +10,9% rispetto a marzo 2021. E tra i prodotti che a marzo hanno registrato variazioni rispetto al mese precedente spicca l’aumento del pollo fresco (+4,3%), a causa di un’offerta ridimensionata per l’influenza aviaria e per l’aumento dei costi dei mangimi. E quello del burro (+3,8%), segnato dalla riduzione delle disponibilità a livello continentale.

Aumenti anche nei prodotti cerealicoli e derivati

Diffusi ed elevati aumenti anche nei prodotti cerealicoli e derivati (pasta di semola +3,7%, riso +3,7%, biscotti +3,6%, pane +3,4%), per effetto dei rincari delle materie prime, come grano duro e grano tenero, e dell’energia, già in atto nel 2021. L’inflazione per il mese di marzo, secondo i dati di preconsuntivo forniti dalle Centrali di Acquisto, subisce una vistosa accelerazione al +10,9%, con i rincari maggiori per la carne di pollo (+34,8%), e l’olio di semi vari (+30,5%), complice la carenza di approvvigionamenti di olio di girasole dal Mar Nero: Russia e Ucraina sono infatti due maggiori produttori di olio di girasole al mondo. Ma anche per la pasta di semola (+22,5%).

Ad aprile e maggio aumenti stimati in media del +3,5

Le indicazioni fornite dalle Centrali di Acquisto della GDO, riporta Agi, preconizzano significativi aumenti anche per il bimestre aprile-maggio: in media per i 46 prodotti alimentari monitorati l’aumento si attesta al +3,5%, trainato soprattutto dai prodotti derivati dei cereali, e in particolar modo dalla pasta di semola (+6,6%) e dal pane (+6,5%). Ma sono attesi aumenti significativi anche per il burro (+5,6%).

La previsione per il 2022 ora è al +6,1%

La filiera risicola nazionale è segnata negli ultimi mesi da un’offerta disponibile inferiore alla domanda delle riserie, da timori legati all’impatto sulle prossime semine delle condizioni siccitose registrate in Nord Italia, e dagli elevati costi di produzione, a cominciare da energia e fertilizzanti.
Le anticipazioni raccolte sui prezzi pagati all’industria alimentare dalle Centrali d’Acquisto suggeriscono una ulteriore accelerazione dell’inflazione alimentare al consumo nei mesi estivi, verso valori superiori al 7%. Per la media dell’anno 2022 la previsione è al +6,1%.

Consumatori italiani, più attenti al benessere ma preoccupati per l’inflazione

Qual è il sentiment dei consumatori italiani adesso che l’emergenza sanitaria è sempre meno stringente? Quali sono i comportamenti dei nostri connazionali verso una vita, a tutti i livelli, che sta tornando a una piena normalità? A questa e ad altre domande risponde il Consumer Tracker di Deloitte, che fotografa il pensiero degli italiani dopo due anni di pandemia. Il 45% dei consumatori ha dichiarato di essere alla ricerca di un cambiamento personale e il 41% vuole dare priorità al proprio benessere. Mentre i consumi fuori casa cominciano a risalire, il 75% è preoccupato per l’aumento dei prezzi.

Molto è cambiato

“In due anni di pandemia le priorità e le abitudini dei consumatori italiani sono molto cambiate: benessere personale, sostenibilità ambientale e ricerca di una nuova quotidianità improntata al work-life balance sono sempre più importanti per gli italiani. La diffusione del lavoro da remoto, invece, ha spostato molte attività di consumo in casa e ha creato nuove abitudini che potrebbero rimanere anche dopo la pandemia. Sullo sfondo, molto significativa la preoccupazione per i prezzi in crescita: mentre gli italiani stanno progressivamente tornando alla socialità pre-Covid, la paura dell’inflazione riguarda ben 3 italiani su quattro. Per le aziende che operano in ambito consumer è importante comprendere e intercettare questi cambiamenti per potere essere proattive nell’implementare soluzioni che rispondano ai nuovi bisogni dei consumatori”. Lo afferma Andrea Laurenza, Consumer Industry Leader di Deloitte, nel commentare gli ultimi dati del rapporto, rilevati a febbraio 2022. Con un monitoraggio permanente sulle principali abitudini dei consumatori, il Consumer Tracker di Deloitte indaga le abitudini di consumo di più di 20.000 consumatori in 23 paesi nel mondo.

Obiettivo benessere 

Quando è stato chiesto agli italiani di riflettere sull’ultimo anno, la stragrande maggioranza ha dichiarato di sentirsi molto più concentrata sui cambiamenti in atto nella sfera personale. Secondo i dati del Consumer Tracker, infatti, il 45% degli intervistati ha dichiarato di essere alla ricerca di un cambiamento personale, dando priorità al proprio benessere (41%). In linea con questo nuovo atteggiamento, il 45% degli italiani dichiara che negli ultimi 12 mesi ha preferito ridurre gli oggetti e beni materiali in proprio possesso. Inoltre, per il 33% è molto importante trovare più tempo per vivere il presente, a fronte di meno ore di lavoro straordinario. Un cambiamento che attraversa tutte le fasce di reddito, ma che è concentrato soprattutto tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni.

La centralità della casa

In base ai dati raccolti, si scopre che gli italiani lavorano da casa mediamente 2,4 giorni a settimana, un valore al di sotto della media globale. Tuttavia, già oggi circa il 55% degli intervistati del nostro Paese dichiara di poter lavorare dalla propria abitazione e, potendo scegliere, preferirebbe poter restare lontano dagli uffici per buona parte della settimana (in media fino a 3,4 giorni). Così, la nuova centralità della casa ha un impatto significativo da una parte sulle bollette e spese per la casa di vario genere, dall’altro sul giro di affari di bar e ristoranti. Nelle prossime quattro settimane, infatti, l’80% degli italiani pianifica di spendere per affitto, mutuo e bollette tra i 100 e i 750 euro, mentre l’86% spenderà fino a 225€ per internet e servizi di streaming. Il 70% invece è intenzionato a spendere per cenare in ristoranti o ordinare cibo da asporto, ma con una spesa massima di 100 euro. 

Come scoprire i furti dei dipendenti in azienda?

Oggi non è raro che vengano alle cronache episodi di dipendenti infedeli che hanno sottratto indebitamente materiale o altri preziosi dal luogo di lavoro. Questo è un problema non indifferente in quanto rappresenta una perdita stimabile in diverse centinaia di milioni di euro ogni anno per le aziende italiane. Si tratta di un fenomeno che è per questo necessario riuscire ad arginare al fine di trovare rimedio ad un malcostume purtroppo largamente diffuso anche nel nostro paese.

Certamente oggi la tecnologia aiuta notevolmente quanti dirigono un’azienda o un ufficio, in quanto telecamere e sistemi di sicurezza digitali consentono di monitorare in maniera più efficace i beni che rappresentano il patrimonio aziendale.

Nonostante ciò, delle volte questo non è sufficiente e si verificano ugualmente dei furti in azienda o presso il punto vendita.

I tipici furti che avvengono in azienda

Tipicamente i beni che vengono sottratti in maniera indebita dai dipendenti infedeli sono i contanti dalla cassa, dispositivi informatici o strumenti di alto valore, merce quali capi di abbigliamento, oggettistica o qualsiasi altro tipo di bene in vendita che sia facile da nascondere e sottrarre.

Chiaramente tutto ciò rappresenta una perdita notevole per l’azienda, nonchè il venir meno del rapporto di fiducia con il proprio dipendente o i propri dipendenti che hanno deciso di portare avanti questo tipo di azione.

Tra le soluzioni a disposizione dei datori di lavoro per risolvere questo tipo di problema vi è anche la possibilità di rivolgersi ad un esperto in investigazioni private. Un investigatore privato infatti, è in grado di portare avanti delle indagini senza che i dipendenti possano sospettare nulla di tutto ciò.

Le prove inconfutabili

Egli può quindi riuscire ad individuare con precisione quale sia il dipendente che ultimamente ha sottratto indebitamente della merce, in modo da ottenere anche delle prove che siano inconfutabili per poter formulare una accusa ponderata.

Per prove inconfutabili, solitamente si intende del materiale fotografico, che possono essere non soltanto delle fotografie ma anche dei video, i quali mostrano chiaramente il dipendente o i dipendenti in questione rubare della merce o sottrarre del denaro senza alcuna autorizzazione.

Questo tipo di prove possono essere adoperate anche in sede legale per chiedere il giusto risarcimento e per avviare le procedure di licenziamento per giusta causa, dato che con gli episodi di furto viene meno la fiducia dell’azienda nei confronti del dipendente.

Le perdite economiche per l’azienda

Una azienda che subisce dei furti da parte di uno o più dipendenti va incontro a dei danni economici che sono certamente rilevanti. Basti pensare infatti ai contanti che possono essere sottratti indebitamente dalla cassa dai dipendenti infedeli, anche ogni giorno. Lo stesso dicasi per tutta quella merce che può essere sottratta senza autorizzazione in maniera ripetuta nel corso dell’anno.

Questo avviene soprattutto con capi di abbigliamento pregiati, dunque di un certo valore, ma anche con dispositivi tecnologici che possono avere un costo non indifferente come ad esempio strumenti informatici, dispositivi mobili e simili.

È facile considerare che sommando tutti questi piccoli furti che possono avvenire nel corso dell’anno, un’azienda può andare facilmente incontro a danni per diverse migliaia di euro, il che può essere un problema anche per la continuità aziendale stessa.

Conclusione

Dunque, nel caso in cui un’azienda debba avere il dubbio che uno o più furti possano essere stati messi a segno all’interno dei locali o punti vendita, fa bene a tutelarsi usufruendo dei servizi di un investigatore privato, il quale potrà fare luce sui furti commessi individuando i responsabili in maniera inequivocabile.