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Connessi con il mondo e meno soli: ecco perché gli italiani si affidano ai social

La pandemia e i conseguenti lockdown ci hanno fatto sentire più soli e distanti, anche dal mondo che ci circonda: pare proprio che sia stata questa sensazione di isolamento a spingere un numero crescente di italiani ad affidarsi ai social network e agli influencer che li popolano. Negli ultimi mesi, segnala a questo proposito un recentissimo studio condotto da Kaspersky, si sono diffuse in maniera esponenziale le relazioni unilaterali, dette anche “parasociali”. In sintesi, ci siamo fatti degli amici virtuali. L’analisi rivela che circa la metà (43%) degli utenti italiani di social media, ritiene che gli influencer costituiscano “una fuga dalla realtà”. Il 19% degli italiani pensa di sentirsi “amico” degli influencer che segue e circa il 26% invia messaggi privati ai personaggi che segue sui social. Nonostante la natura in gran parte virtuale di queste relazioni, il 28% degli utenti italiani di social media ha affermato di aver incontrato alcuni influencer anche nella vita reale. 

L’utenza è soprattuto composta da giovani

La percentuale di quelli che si sono affidati ai social media per mantenere una connessione con il resto del mondo aumenta se se si guarda ai giovani di età compresa tra 18 e 34 anni, con il 74%. Rispetto agli altri Paesi europei, sono i tedeschi (66%) e gli spagnoli (62%), che come gli italiani, hanno dichiarato di aver trovato nei social media un modo per rimanere connessi con il mondo. Durante la pandemia, infatti, i social media hanno rappresentato una vera propria boccata d’aria per molti italiani: il 63%,, infatti, ha affermato che i social media hanno costituito per loro una “connessione vitale” in questo periodo difficile.

Attenzione all’eccessiva condivisione

Bisogna però imparare a bilanciare mondo reale e mondo virtuale, concedendo a quest’ultimo solo informazioni e dati consapevoli. Come precisa Morten Lehn, Managing Director Northen Europe di Kaspersky, “Nonostante il 22% degli italiani sia attivo sui social media da più di un decennio (il 56% se guardiamo al resto del mondo), molti di noi stanno ancora cercando di capire come bilanciare gli aspetti positivi dei social media con quelli negativi. Oggi ci troviamo in una nuova era in cui le relazioni virtuali stanno diventando la norma. Le relazioni unilaterali possono spesso portare a una condivisione eccessiva di contenuti sui social media, perché le persone cercano di far evolvere sempre di più questi rapporti. Si tratta di un comportamento che può portare a conseguenze negative e impreviste: tentativi di hacking e phishing, doxing e bullismo, shaming online, e molto altro ancora. È comprensibile che con i vari lockdown vissuti nell’ultimo anno le persone tendano ad instaurare relazioni online e parasociali per combattere solitudine e noia, ma è importante essere consapevoli delle conseguenze a cui l’eccessiva condivisione online può portare, e adottare un approccio più equilibrato”.

In viaggio per lavoro: sì, ma solo se c’è flessibilità

C’è voglia di tornare alla piena normalità, anche per quanto riguarda molti aspetti della vita professionale. E per i business traveller italiani il discorso è ancora più attuale: dopo diversi mesi di stop più o meno forzato, e comunque di tantissime limitazioni, ora si aprono le condizioni per tornare a viaggiare. Sì, ma con quali modalità? È il quesito che si è posto SAP Concur nella ricerca “Global Business Traveller and Travel Manager Survey 2021” commissionata tra aprile e maggio 2021 con l’obiettivo di mettere in evidenza l’entusiasmo dei viaggiatori d’affari italiani e globali nel rimettersi in viaggio. 

Pronti a partire il 95% dei viaggiatori d’affari

La ricerca evidenzia che il 95% dei viaggiatori d’affari italiani è disposto a viaggiare per lavoro nei prossimi 12 mesi, ma soddisfare le loro richieste di flessibilità potrebbe rivelarsi essenziale per il successo a lungo termine delle aziende. Parallelamente a questo desiderio, però, dalla survey emerge che il 78% dei viaggiatori d’affari italiani teme che la ridotta possibilità di viaggiare nei prossimi 12 mesi possa danneggiarli personalmente e professionalmente. Le principali preoccupazioni includono difficoltà nello sviluppo e nel mantenimento di relazioni commerciali (45%), minori guadagni (39%) e mancato avanzamento di carriera (27%). Sono inoltre preoccupati del fatto che la riduzione dei viaggi d’affari abbia portato la loro azienda a firmare un numero minore di nuovi accordi (39%), a rinnovare meno contratti (35%) e a rimanere indietro rispetto alla concorrenza (31%).

Le condizioni le faccio io

La voglia di tornare a viaggiare si muove però di pari passo alla volontà di poterlo fare alle proprie condizioni, e questa esigenza è particolarmente avvertita dai business traveller italiani. L’81% dei nostri connazionali (percentuale più alta tra tutti i mercati intervistati, che si riduce al 68% a livello globale) dichiara apertamente di voler tornare a viaggiare per lavoro ma alle proprie condizioni: in particolare, desidera avere maggiore controllo sull’itinerario con la flessibilità come fattore determinante per più di 2 viaggiatori su 3 (il 69%). Più di un terzo reputa poi essenziale la scelta delle proprie sistemazioni preferite (37%), così come la possibilità di prenotare i propri viaggi direttamente attraverso i siti web dei fornitori, come compagnie aeree o hotel (36%). A parte gli obiettivi aziendali, il desiderio di poter rimettersi in viaggio è motivato anche dalla possibilità di vedere posti nuovi (61%), prendersi una pausa dalla vita quotidiana (53%) e stabilire legami personali con clienti e colleghi (52%). Ci sono infine alcune precise richieste in merito alla sistemazione e alla tipologia di viaggio: gli italiani sono particolarmente interessati a soggiornare in hotel più grandi (38%), a evitare scali aeroportuali (34%), a prediligere le trasferte nazionali (34%) e quelle a breve distanza (34%).

Italiani e vacanze 2021, preferite le mete nazionali alla scoperta dei borghi

Durante l’estate 2021 saranno 33,5 milioni gli italiani che andranno in vacanza almeno per qualche giorno. Rispetto allo scorso anno, l’estate 2021 fa infatti registrare una sostanziale stabilità nelle partenze (-1%), anche se quest’anno in molti hanno scelto di ritardare il periodo vacanziero, concentrato nei mesi di luglio, e soprattutto di agosto. Anche le vacanze 2021 evidenziano una netta preferenza degli italiani verso le mete nazionali. Tanto che ben un italiano su tre, il 33%, in vacanza resterà all’interno della propria regione, e sono solo il 6% coloro che prevedono di andare all’estero

Spiaggia al primo posto, ma tiene il turismo in montagna e quello di prossimità

È quanto emerge da una analisi Coldiretti/Ixè, dalla quale si evidenzia che a pesare di più sulla scelta di andare in vacanza sono nell’ordine le difficoltà economiche, la paura del contagio e i timori per il futuro. A cambiare profondamente rispetto allo scorso anno è invece la presenza di turisti stranieri, con un balzo del 32% fra luglio e agosto secondo le proiezioni di Coldiretti su dati Isnart. Se la spiaggia resta la meta preferita degli italiani, spiega Coldiretti, tiene il turismo in montagna e quello di prossimità con la riscoperta dei piccoli borghi.

Ricerca del cibo e vino locali è la prima voce del budget di spesa

La maggioranza degli italiani in viaggio ha scelto di riaprire le seconde case di proprietà, o di alloggiare in quelle di parenti e amici o in affitto, ma nella classifica delle preferenze ci sono le pensioni e gli alberghi, e molto gettonati risultano anche gli agriturismi. Tra gli svaghi preferiti, secondo l’analisi di Coldiretti, c’è la ricerca del cibo e del vino locali, diventata la prima voce del budget delle vacanze Made in Italy nel 2021, con circa un terzo della spesa per consumi al ristorante, street food, ma anche per l’acquisto di souvenir.

L’Italia è leader mondiale incontrastato nel turismo enogastronomico

D’altronde, riporta una notizia Ansa, l’Italia è leader mondiale incontrastato nel turismo enogastronomico, grazie al primato dell’agricoltura più green d’Europa. Questo grazie a 315 specialità a indicazione geografica riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, oltre a 5266 prodotti tradizionali regionali censiti lungo tutta la Penisola. E con più di 80 mila operatori biologici l’Italia e la più grande rete mondiale di mercati di agricoltori e fattorie aderenti alla rete nazionale Campagna Amica.

Nel 2020 le vendite di alimenti “free from” sfiorano 7 miliardi di euro

Per rispondere alle esigenze di chi soffre di allergie o intolleranze alimentari i clienti dei supermercati italiani possono oggi scegliere tra quasi 13.700 prodotti alimentari “free from” e oltre 10 mila formulati. Si tratta di un’offerta in continua crescita e diversificazione, per un business che nel 2020 ha visto le vendite di alimenti “free from” sfiorare i 7 miliardi di euro, e quelle di prodotti per intolleranti superare 4 miliardi di euro, in aumento rispettivamente del +3,3% e del +4,6% rispetto al 2019. Nel 2020 continua quindi la crescita dei prodotti senza glutine o lattosio, ma si affermano altri claim “senza”, come “senza antibiotici”, “senza polifosfati”, “senza glutammato”, “senza latte” e “non fritto”. A monitorare l’andamento del mercato è la nona edizione l’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, che ha preso in esame i risultati di vendita di oltre 120 mila prodotti di largo consumo, pari all’82,6% del fatturato di supermercati e ipermercati in Italia.

Tutti i claim “senza” registrano performance in crescita rispetto al 2019

Il paniere più consistente è quello dei prodotti alimentari “free from”, che nel 2020 incide per il 18,0% sul totale dei prodotti monitorati dall’Osservatorio, e per il 25,0% sul giro d’affari complessivo. Tutti i 17 claim rilevati hanno registrato performance in crescita rispetto al 2019, grazie soprattutto alla componente della domanda (+6,1%), con aumenti che vanno dal +1,2% di “senza conservanti” (5,8% dei prodotti), a +41,3% di “senza antibiotici” (0,2%). Il 2020 è stato un anno di crescita anche del comparto dei prodotti rivolti a chi soffre di allergie o intolleranze alimentari, che ha contribuito per il 14,4% alle vendite totali del paniere food. La performance è stata sostenuta da una domanda positiva (+8,3%) e un’offerta arrivata al 13,4% del paniere complessivo rilevato.

Il segmento più dinamico è quello dei prodotti “senza lattosio”

Il segmento più importante, sia come valore delle vendite sia come numero di referenze, è quello del gluten free, a cui appartengono il claim “senza glutine” (+5,0% di vendite) e il marchio Spiga Barrata rilasciato dall’Associazione italiana celiachia (+3,9%). Il segmento più dinamico del 2020 è stato quello dei prodotti “senza lattosio”, arrivati a quota 2.141 referenze per un aumento del +6,7% del giro d’affari. All’area valoriale del “lactose free” appartiene il claim emergente “senza latte”, rilevato su 478 prodotti, che hanno chiuso il 2020 con un aumento di +11,4% delle vendite.

Accelerano le vendite di etichette “senza polifosfati” e “senza glutammato” 

Sono altri due i claim affacciati in etichetta e intercettati dall’Osservatorio: “senza lievito” (+3,7% di vendite), e “senza uova”, che hanno visto salire il sell-out del +0,1% rispetto al 2019. Da rilevare anche l’accelerazione nelle vendite di prodotti alimentari presentati in etichetta come “senza polifosfati” (+12,6%), “senza glutammato” (+10,5%), “senza aspartame” (+10,0%), e di quelli con il claim “non fritto” (+10,5%).

Per la Generazione Z la priorità è recuperare il tempo perduto

Nell’aria si respira un cauto ma discreto ottimismo, e con l’allentamento delle misure di sicurezza sono soprattutto le generazioni più giovani a iniziare a pianificare come poter recuperare il tempo trascorso in quarantena, ovvero, il tempo ‘perduto’.  Uno studio condotto da Pinterest evidenzia come nel mondo post-pandemia, grazie anche a prospettive più positive, i giovani desiderino fare tutto ciò a cui hanno dovuto rinunciare per mesi, cercando attivamente l’ispirazione per tornare a viaggiare, organizzare feste, e sfruttare occasioni future in cui poter sfoggiare look e make up audaci. E la generazione Z, ovvero i nati fra il 1997 e il 2010, è il segmento di pubblico che più degli altri è alla guida delle ultime tendenze.

Obiettivo vacanze, le ricerche aumentano

Non è un caso che le ricerche di questa fascia di utenti su Pinterest siano quasi raddoppiate rispetto all’anno scorso (+96%), mentre quelle per utente sono aumentate del 31%. Le ricerche riflettono infatti il desiderio dei giovani di ‘cogliere l’attimo’ e tornare a vivere. Tra gli utenti della generazione Z, le ricerche di “destinazioni vacanze da sogno” sono infatti aumentate di 13 volte, quelle di “vacanze di lusso” di 6 volte e quelle di “consigli per fare le valigie” sono quadruplicate. Che sia per il breve o per il lungo termine, i più giovani stanno pianificando la prossima vacanza e anche l’acquisto di prodotti come “zainetti carini” (+2x) e “look da viaggio per ragazza” (+20x).

Organizzare una festa indimenticabile

Tra le persone c’è tanta voglia di socialità, e la generazione Z, in particolare, sta cercando nuovi modi per divertirsi con gli amici e organizzare feste memorabili. Gli utenti di questa fascia di età investono tempo ed energie in feste a tema, come “idee festa a tema Euphoria” (+43x), “feste a tema eccezionali” (+8x), e “festa cena con delitto” (+7x).
Cercano anche idee di outfit per ogni occasione. Le ricerche di “outfit per cena romantica” sono aumentate di 30 volte, quelle di “outfit appuntamento al bar” di 9 volte, e quelle di “acconciature per feste” di 6 volte.

Cosa indossare al posto della tuta e make up audace

Mentre si fa sempre più concreta la possibilità di superare la pandemia, gli utenti della generazione Z esprimono tutta la gioia e la positività attraverso il look. Durante il lockdown, hanno avuto modo di scoprire il proprio vero stile, ma adesso mostrano di voler trasformare le idee in realtà. Tra le ricerche che vanno per la maggiore, riferisce Ansa, ci sono articoli di moda come “pantaloni zebrati” (+14x), “gonna scozzese” (+12x) e “gioielli hippie” (+16x). La bellezza è da sempre una delle categorie più popolari di Pinterest e la generazione Z non fa eccezione. I suoi utenti sono alla ricerca di idee e prodotti per dare vita a make up che non passino inosservati. Le ricerche di “makeup e-girl” sono aumentate di 45 volte, quelle di “trucco alternativo” di 60 volte, e quelle di “makeup occhi creativo” di 24 volte.

Italiani e spesa online, i prodotti più acquistati nel 2020

Come sono cambiati i comportamenti di consumo degli italiani nell’anno della pandemia da Covid-19? Secondo i dati della seconda edizione del Report Annuale di Everli, il marketplace della spesa online, il 2020 ha registrato un incremento a tripla cifra (+208%) degli acquisti online rispetto al 2019, e nella top 10 dei prodotti più acquistati al primo posto sale la categoria frutta e verdura, spodestando formaggi, salumi e gastronomia, scesi in quarta posizione. Seguono i prodotti per colazione, dolciumi e snack (2°), e al 3° latte, burro e yogurt. Mentre nelle retrovie si trovano surgelati e gelati (9°), insieme ai prodotti per la cura e l’igiene personale (10°), che perdono entrambi una posizione rispetto al ranking dell’anno precedente.

L’impatto del Covid-19 sul carrello

Complice l’emergenza sanitaria, durante il 2020 Everli evidenzia un’impennata a quattro cifre degli acquisti online di guanti e prodotti per la pulizia della casa, insieme a preparati per pane e pizza fatti in casa (+5046%), e ai prodotti per la cura delle mani (+4615%). Il volume maggiore di acquisti si è concentrato soprattutto nei mesi di aprile e maggio, con una flessione nel periodo da luglio a settembre, per poi tornare a crescere nuovamente in concomitanza con la seconda ondata dell’emergenza tra novembre e dicembre. Gli italiani però si confermano abitudinari: seppure con piccole differenze nel corso dei 12 mesi, il lunedì mattina rimane il momento preferito per dedicarsi alla spesa, soprattutto tra le 10 e le 11.

Bolzano al primo posto per acquisti di frutta e verdura

Quanto alla classifica che incrocia le province italiane e le categorie di prodotti, Bolzano si posiziona al primo posto tra le 10 province italiane per il volume di acquisti di frutta e verdura. Negli ultimi dodici mesi il 90% delle spese online della provincia ha riguardato proprio i prodotti di questa categoria. Nel 2020 però è l’Emilia Romagna a confermarsi come la regione più sana d’Italia con 4 province in classifica. Forlì-Cesena e Modena, sul podio rispettivamente al 2° e 3° posto, Bologna (6°) e Parma, che scende in picchiata di sette posizioni rispetto al 2019, classificandosi ottava.

Rovigo al top per dolci e alcolici, Lodi per carne e pesce

Rovigo si aggiudica invece il primato come provincia più golosa e per l’acquisto di alcolici online: più di 8 carrelli su 10 hanno contenuto almeno un dolce (85%), e quasi 1 su 2 (47%) vino, birra e altre bevande alcoliche. Il podio goloso procede con Livorno (2°) e Forlì-Cesena (3°), mentre quello alcolico vede in seconda posizione Mantova, seguita da Livorno. Quanto agli acquisti più significativi di carne e pesce sono stati registrati in Lombardia. In particolare a Lodi (1°), con il 36% della spesa complessiva annuale locale. A farle compagnia, al secondo posto, Pavia (35%), a pari merito con Rovigo. Chiude il podio a un solo punto percentuale di distanza la città di Parma.

Per gli italiani la ripresa deve affrontare la crisi climatica

Per il 60% degli italiani la ripresa economica post-pandemica deve tenere conto dell’emergenza climatica. È quanto rilevato dall’indagine della Bei sul clima, che misura gli atteggiamenti e le opinioni dei cittadini europei sui cambiamenti climatici. In particolare, il 68% degli italiani afferma che la pandemia di Covid-19 sia la sfida maggiore che l’Italia deve affrontare, ma il 92% sostiene che i cambiamenti climatici incidano sulla propria vita quotidiana, e l’80% si dichiara a favore di misure governative più stringenti di contrasto ai cambiamenti climatici.

La classifica delle preoccupazioni

La crisi causata dal Covid-19 scompiglia quindi l’ordine di importanza delle sfide. L’indagine rileva che al centro dell’attenzione degli italiani ci sono le conseguenze economiche della crisi causata dal Covid-19. La classifica delle preoccupazioni vede pertanto dopo la pandemia, la disoccupazione (63%), la crisi finanziaria (47%) e i cambiamenti climatici (32%), scesi però di nove punti rispetto al 2019. Per il 92% degli italiani, comunque, i cambiamenti climatici incidono nella vita quotidiana, una percentuale superiore del 17% rispetto alla media europea (75%). Questa opinione sembra prevalere in particolare tra la popolazione femminile (94%) della fascia di età compresa tra i 15 e i 29 anni (97%), riporta Adnkronos.

Il governo dovrebbe promuovere una crescita a basso impatto di CO2

La maggior parte degli italiani ritiene comunque che l’azione per il clima sia essenziale per la ripresa economica post-pandemia di Covid-19.

Prevalgono coloro che considerano la ripresa economica post-pandemica strettamente legata all’emergenza climatica, e ritengono che il governo dovrebbe promuovere una crescita a basso impatto di CO2 e resiliente sotto il profilo climatico. Si tratta di una percentuale (60%) di tre punti superiore alla media europea (57%). Il 40% degli intervistati italiani afferma inoltre che il governo dovrebbe usare qualsiasi mezzo per stimolare l’economia nell’interesse di una rapida crescita economica.

L’80% degli italiani è favorevole a misure governative più stringenti

Insomma, gli italiani si aspettano che il loro Paese si impegni di più nella lotta contro i cambiamenti climatici. L’80% degli italiani, contro il 70% della media degli europei, è favorevole a misure governative più stringenti e correttive dei comportamenti individuali per contrastare i cambiamenti climatici. Solo il 35% degli italiani ritiene che l’Italia sia in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici, una percentuale di sei punti inferiore alla media europea (41%). Viceversa, il 57% degli italiani crede che l’Ue europea svolga un ruolo di primo piano nella lotta contro i cambiamenti climatici, una percentuale più bassa di quasi 10 percentuali della media europea (66%).

L’economia del benessere al tempo del Covid

Nell’ultimo anno il valore complessivo della spesa degli italiani per prodotti e servizi per il benessere ammonta a 37 miliardi di euro, con un calo del 14% rispetto ai 43 miliardi registrati nel 2018. Ma a diminuire è stata anche la spesa pro-capite: se nel 2018 si spendevano all’incirca 1300 euro l’anno nel 2020 si è scesi a 1200 euro annui (-7%). Queste alcune evidenze emerse dal secondo Rapporto sull’Economia del Benessere 2020, realizzato a giugno 2020 da BVA Doxa per Philips. La ripartizione del paniere di spesa per il benessere però è in linea con quanto rilevato nella prima edizione del Rapporto: il 40% è costituito da spese per la sana alimentazione (41% nel 2018), il 23%, invece, viene dedicato alla cura del corpo (24% nel 2018), e il 19% all’attività fisica (20% nel 2018).

Il paniere della salute

Ma i numeri in termini assoluti fanno emergere un quadro sostanzialmente diverso. La spesa in sana alimentazione registra una contrazione del 15%, così come quella per la cura del corpo (8,6 miliardi di euro contro 10,2 miliardi nel 2018), mentre riguardo all’attività fisica la contrazione è stata del 17%. Dopo gli ultimi mesi di isolamento, in cui gli italiani sono stati soggetti a elevati livelli di tensione e incertezza, la voce di spesa dedicata alla gestione dello stress è rimasta invariata (4,8 miliardi contro 4,9 miliardi nel 2018), mentre la spesa per il sonno è salita a 2,1 miliardi di euro (+16% rispetto al 2018).

Le ripercussioni sulla  prevenzione

Sebbene la percentuale di quanti valutano positivamente il proprio stato di salute (81%) sia rimasta invariata rispetto alla precedente rilevazione, l’emergenza Covid-19 ha avuto significative ripercussioni sulle pratiche orientate alla prevenzione. Com’era lecito attendersi, è diminuita la frequenza con cui ci si è rivolti di persona al medico di famiglia e si sono eseguiti esami e accertamenti. Queste consuetudini sono state parzialmente sostituite da consulti a distanza e online, a cui hanno fatto ricorso il 56% degli italiani per quanto riguarda i medici di famiglia, mentre il 35% si è rivolto a specialisti.

L’emergenza rallenta i settori cura del corpo e attività fisica

Il settore della cura del corpo è tra quelli che più duramente ha subito il contraccolpo, registrando un calo del -15%. I soli centri estetici hanno perso 1,2 miliardi di euro rispetto al 2018, mentre una contrazione più contenuta (-5%) ha riguardato la spesa per i dispositivi per la cura della persona. L’emergenza Covid-19 ha poi bloccato anche l’espansione della pratica sportiva, causando una contrazione della spesa del -17%. Soffre soprattutto il mondo palestre e piscine (-850 milioni di euro) e il settore abbigliamento e attrezzature sportive (-300 milioni di euro), mentre rimane invariata la spesa per device tecnologici per lo sport. In deciso aumento invece l’utilizzo di supporti digitali e il ricorso a personal trainer (20% vs 10% 2018), anche grazie alle lezioni a distanza, alle quali fa ricorso il 10% degli sportivi.

L’esperienza nel lavoro conta, ma non sempre

Quanto è utile essere in possesso di esperienze di lavoro precedenti per essere selezionati dalle aziende? È una domanda che tutti i candidati a una determinata posizione lavorativa si pongono, provando a stilare un CV competitivo.

Chi vuole trovare lavoro lo sa, la prima cosa da fare è compilare un buon CV. Ovvero, cercare di inserire le competenze utili per essere competitivi, mettere in atto alcune strategie comunicative e di impaginazione per richiamare l’attenzione, e inserire le esperienze pregresse, soprattutto nel settore per il quale si compete.

Le aziende preferiscono assumere personale che abbia già le competenze necessarie

Secondo un sondaggio condotto da LinkedIn, alla domanda “quanto è importante l’ultima posizione lavorativa inserita in un CV per ottenere un nuovo impiego nel posto desiderato?” il 62% ha risposto moltissimo, mentre solo l’8% ha affermato che non conta niente. Il 31% invece sostiene che dipende dalla situazione. In generale, gli utenti di LinkedIn sostengono che, soprattutto in seguito alla crisi innescata dalla pandemia, le aziende preferiscono assumere personale che presenti già le competenze necessarie e che dunque non abbia bisogno di un’adeguata formazione.

Più attenzione al coraggio di accettare nuove sfide

“Per quanto osservo – scrive un utente sul social network – la situazione Covid ha avuto una ricaduta sul lavoro significativa, ma ancora parziale. Molte libere professioni e imprese o già in difficoltà o operanti in settori direttamente colpiti (turismo e ristorazione ad esempio) ne hanno risentito pesantemente. Per altri nei prossimi mesi, e in particolare dopo l’autunno/inverno, avremo un quadro più chiaro e probabilmente critico”. Scrive un altro utente: “Le competenze cosiddette ‘tecniche’ si acquisiscono, si sviluppano, si migliorano, ma ciò su cui il mondo del lavoro oggi dovrebbe porre maggiore attenzione è alla passione, alla voglia di rimettersi in gioco, al coraggio di accettare nuove sfide, alla determinazione a portare avanti un progetto”.

Potenzialità ed esperienza, i due elementi determinanti per la selezione

E c’è chi, infine, considera importante il quadro generale che si può comprendere da un CV, e quindi non solo dalle posizioni ricoperte in passato.

“Si suppone, erroneamente, che l’ultima posizione ricoperta sia apicale rispetto a un processo di crescita costante durante tutto il corso della propria vita professionale – scrive un utente -. Ma non funziona così. Non c’è HR Manager o Executive che non sappia che esistono due elementi dirimenti nella selezione di un candidato: la sua potenzialità e il complesso delle esperienze/competenze acquisite nel tempo. L’approccio sistemico nella valutazione del potenziale ancora inespresso fanno di un candidato quello giusto a ricoprire una (futura) posizione potendo esprimere quello che ancora non ha espresso fino a quel momento. Altrimenti, è un inerme attardarsi su cose già note”.

Troppo noiosi per essere hackerati: quali la metà dei Millennial italiani la pensa così

Sappiamo tutti benissimo che dovremmo migliorare i livelli di sicurezza informatica, così da proteggere i nostri dati più sensibili. Eppure, non lo facciamo o non lo facciamo abbastanza. Per pigrizia, per inesperienza e qualcuno anche per… noia. Proprio così: in particolare i giovani italiani, i cosiddetti Millennial, si reputano talmente poco interessanti da non poter finire nelle grinfie dei criminali informatici. A dirlo è una nuova indagine di Kaspersky, che ha indagato su come gli utenti stiano modificando le proprie abitudini per sentirsi più a loro agio riguardo al ruolo che la tecnologia riveste nella loro vita.

Intenzioni contro azioni

Il report analizzai in particolare il fatto che i Millennial dichiarino di voler alzare i loro livelli di protezione online, però si comportano in maniera molto diversa. Come a dire che alle intenzioni non corrispondono le azioni. Infatti circa la metà dei giovani italiani (43%per i Millennial nostrani contro il 37% a livello globale) è convinta di non costituire un bersaglio abbastanza interessante per i criminali informatici. Tuttavia, il 38% di loro (36% a livello globale) afferma di essere consapevole che la sicurezza informatica sia un fattore da dover prendere in seria considerazione ma ammette, al tempo stesso, che questo buon proposito finisce alla fine della lista delle cose da mettere in pratica.

Più tempo online restando a casa

A causa del lockdown prima e della diffusione sempre più massiccia dello smart working, dall’inizio dell’anno i Millennial italiani trascorrono online 1,4 ore in più al giorno,con una media giornaliera di tempo trascorso online di quasi 7 ore. Il dato è allineato alla tendenza mondiale: 1,8 ore al giorno,con una giornaliera di poco più di 7 ore. Quasi la metà degli utenti di questa generazione (45% per l’Italia, 49% del campione totale) ha dichiarato che trascorrere più tempo online ha aumentato la loro consapevolezza circa l’importanza della sicurezza digitale. “I Millennial italiani passano la maggior parte del loro tempo sui social media, ma il 67% (61% a livello globale),ha dichiarato che l’aumento del numero di online dating rispetto agli appuntamenti al di fuori del mondo digitale,rappresenta un fattore di preoccupazione per la loro sicurezza digitale” dice il report. Per mettersi al riparo dai guai, il 60% Millennial italiani (contro il 52% a livello globale) dichiara di utilizzare solo applicazioni affidabili provenienti da store ufficiali come Apple Store e Google Play mentre per proteggersi, il 52%di loro (49% a livello globale),esegue regolarmente scansioni antivirus su ogni dispositivo. C’è però una piccola percentuale – 8% – che sceglie comunque di avventurarsi su percorsi più rischiosi come, ad esempio, usare il wi-fi dei vicini a loro insaputa.