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Gli italiani vogliono tornare a viaggiare

Circa la metà degli italiani sono fiduciosi nel 2022, confidando in un anno migliore, specie per l’economia del paese, e con più opportunità. In particolare, nonostante i cambiamenti – anche nelle abitudini di acquisto – portati dalla pandemia, i nostri connazionali aspirano a tornare a viaggiare. Il vero desiderio che accumuna circa 7 italiani su 10 è ovviamente la fine della pandemia, per ritornare a muoversi liberamente. A supportare i desideri e le possibilità di spesa degli italiani c’è sempre il credito al consumo, uno strumento ormai determinante per l’economia reale del Paese. Dal 2015 il volume di prestiti erogati non era mai stato così alto (€12 miliardi nel I sem. 2021). Si tratta di numeri importanti, confermati anche dalle previsioni sul giro d’affari, in aumento per oltre la metà dei convenzionati, che nel 2021 tra digitalizzazione e rinnovo dell’offerta in chiave “green” hanno mosso i primi passi verso la sostenibilità ambientale. È quanto emerge dall’ultima edizione dell’Osservatorio Compass, la ricerca dedicata alle aspettative di consumatori ed esercenti per il 2022, condotta dalla società del credito al consumo del Gruppo Mediobanca, con un focus proprio sul mercato dei prestiti. 

Si attendono miglioramenti

Più o meno per la metà  degli italiani (45%) il 2022 segnerà un miglioramento per l’economia del Paese. La fiducia cresce e riguarda anche la sfera personale, con circa un terzo del campione (30%) convinto che la situazione economica della propria famiglia migliorerà. Per molti il nuovo anno sarà l’occasione per mettersi alle spalle un 2021 dai due volti. Se è vero che la campagna vaccinale e l’aumento del Pil hanno dato fiducia ad alcuni sia nei confronti dell’economia italiana (migliorata nel 2021 per il 29% degli intervistati) che per quella famigliare (14%), sono ancora in tanti a contare i danni dell’anno passato (per il 30% c’è stato un peggioramento) e a doversi aggrappare al 2022 per un vero cambiamento. Per questo non sorprende che il 68% desideri solo che finisca la pandemia. Di sicuro agli italiani non manca la consapevolezza sui problemi più gravi della nostra epoca: infatti, completano il podio dei desideri per il 2022 il voler vivere in un mondo più rispettoso dell’ambiente e della natura (43%) e il contenimento della crisi economica (42%). 

Obiettivo: partire

Quello che sembra mancare è soprattutto un forte senso di libertà di movimento, non a caso il 51% ha in programma di fare un viaggio/vacanza e il 23% di acquistare un’auto/moto. Che sia viaggiare, comprare casa o un veicolo, ristrutturare casa, rifare l’arredamento o, più semplicemente, sposarsi, non importa: la notizia migliore è che quasi tutti gli italiani (88%) hanno ripreso a fare progetti. 

Gli ultimi 7 anni sono stati i più caldi. Record anche per CO2 e metano

Un record che non riguarda solo le temperature, ma anche le concentrazioni globali di anidride carbonica e metano. Secondo Copernicus Climate Change Service (C3S), il servizio implementato dal Centro Europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (Ecmwf), l’estate 2021 è stata la più calda mai registrata in Europa, e gli ultimi sette anni i più caldi in assoluto a livello globale. Inoltre, nel 2021 i livelli di anidride carbonica (CO2) hanno raggiunto un record globale annuale medio di circa 414 ppm (parti per milione), e il metano (CH4) un record di circa 1876 ppb (parti per miliardo). 

Dall’Africa alla Groenlandia sale la temperatura media annuale

A livello globale, la temperatura media annuale del 2021 è stata di 0,3°C superiore rispetto alla temperatura del periodo 1991-2020, e di 1,1-1,2°C superiore al livello del 1850-1900. In rapporto al periodo di riferimento di 30 anni le regioni con temperature più alte della media sono comprese in una fascia estesa dalla costa occidentale degli Stati Uniti al Canada nord-orientale fino alla Groenlandia, così come ampie parti dell’Africa centrale e settentrionale e del Medio Oriente. Temperature inferiori alla media sono state rilevate nella Siberia occidentale e orientale, Alaska, e Pacifico centrale e orientale, in concomitanza con avvenimenti come La Niña all’inizio e alla fine del 2021, così come nella maggior parte dell’Australia e in parti dell’Antartide.

L’estate europea

L’estate europea del 2021 è stata la più calda mai registrata, con giugno e luglio i secondi più caldi dei loro rispettivi mesi e agosto rimasto vicino alla media generale, ma con una notevole differenza tra temperature superiori alla media a sud e sotto la media a nord.
Numerosi gli episodi estremi con un impatto significativo. Luglio ha registrato episodi di precipitazioni molto intense nell’Europa centro-occidentale, mentre la regione mediterranea ha vissuto un’ondata di calore anche in parte di agosto, con temperature elevate soprattutto in Grecia, Spagna e Italia. Il record europeo di temperatura più elevata è stato superato in Sicilia (48,8°C), e condizioni di caldo e siccità hanno preceduto eventi di incendi intensi e prolungati, in particolare nel Mediterraneo orientale e centrale.

Aumentano le concentrazioni di anidride carbonica

L’analisi preliminare dei dati satellitari indica che la tendenza al progressivo aumento delle concentrazioni di anidride carbonica è proseguita nel 2021, riferisce Adnkronos. Il mese con la più elevata concentrazione è stato aprile 2021 con una media mensile globale di 416.1 ppm. L’analisi iniziale dei dati satellitari indica inoltre un aumento anche delle concentrazioni atmosferiche di metano, che raggiungono un valore massimo globale medio senza precedenti. Entrambi i tassi sono molto elevati rispetto ai tassi dei precedenti due decenni della raccolta dati satellitare. Tuttavia, al momento non si comprende pienamente perché questo avvenga. L’identificazione dell’origine di questo aumento è complessa, in quanto il metano conta molteplici fonti, tra cui alcune antropogeniche (lo sfruttamento di giacimenti di petrolio e gas) ma anche naturali o seminaturali (le zone umide).

Superbonus 110% e altre detrazioni per la casa: cosa succede nel 2022

Gli italiani hanno dimostrato i apprezzare i diversi bonus messi a disposizione del Governo per intervenire sulle proprie abitazioni, migliorandole, godendo allo stesso tempo di diverse facilitazioni fiscali. Ma cosa succede ora con la nuova legge di Bilancio e l’avvio dell’anno nuovo? A parte qualche piccola modifica, la gran parte delle misure messe in campo per la casa resta valida, a cominciare dal Superbonus 110% che consente di effettuare lavori importanti di efficientemente energetico (e non solo) a costo pressoché zero. Vediamo le novità introdotte e cosa prevede la legge per l’anno nuovo.

Il Suerbonus 110% resta anche nel 2022, senza limiti Isee

La questione più spinosa sul tavolo era il tetto Isee di 25mila euro previsto per le ville unifamiliari: bene, nell’ultima versione della legge questa voce è stata cancellata. In sostanza, quindi, il credito d’imposta al 110% rimane così come è, a condizione che alla data del 30 giugno 2022 siano stati effettuati lavori per almeno il 30 per cento dell’intervento complessivo. Le proroghe si applicano anche per la realizzazione degli interventi trainati. In generale il superbonus prevede delle scadenze differenziate in base al soggetto beneficiario. Per dare maggiore stabilità e certezza ai proprietari di abitazioni che decidono di cimentarsi nei lavori di restyling, precisa una nota di Adnkronos, viene introdotta la proroga di 3 anni (2022, 2023 e 2024) per poter usufruire delle detrazioni fiscali spettanti per le spese sostenute per interventi di efficienza energetica, di ristrutturazione edilizia, per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici. In alternativa sarà possibile cedere il credito d’imposta a banche e intermediari finanziari oppure per ottenere lo sconto in fattura. Per i mobili l’importo massimo detraibile nel 2022 è fissato in 10.000 euro, mentre scende a 5.000 euro per gli anni 2023 e 2024. Per i condomini e le persone fisiche, inoltre, il superbonus prevede una proroga al 2025 con una progressiva diminuzione della percentuale di detrazione (dal 110% per le spese sostenute entro il 31 dicembre 2023 fino al 65% per quelle sostenute nell’anno 2025). Si proroga la possibilità di avvalersi della misura per le cooperative di abitazione a proprietà indivisa (fino al 30 giugno 2023). Per gli stessi soggetti, qualora siano stati effettuati lavori (al 30 giugno 2023) per almeno il 60 per cento dell’intervento complessivo, la detrazione spetta anche per le spese sostenute entro il 31 dicembre 2023.

Gli altri bonus

Il bonus facciate, destinato al recupero o restauro della facciata esterna di specifiche categorie di edifici, viene esteso fino al 2022 (riducendo dal 90% al 60% lo sconto). Bonus anche per gli interventi finalizzati al superamento e all’eliminazione di barriere architettoniche, e si introduce un credito d’imposta per l’installazione di sistemi di accumulo integrati in impianti di produzione elettrica alimentati da fonti rinnovabili. Resta invece fino al 2024 l’agevolazione fiscale per la sistemazione ‘a verde’ di aree scoperte di immobili privati a uso abitativo. La detrazione dall’imposta lorda è del 36% della spesa sostenuta, nel limite di spesa di 5.000 euro annui e pertanto entro la somma massima detraibile di 1.800 euro.

L’identikit del camminatore

Qual è l’identikit del camminatore tipo? È donna, viene dal Nord Italia, ha un’età compresa tra i 50 e i 65 anni e preferisce camminare nei luoghi di mare. Si tratta della fotografia ‘scattata’ della Compagnia dei Cammini, l’associazione no profit che dal 2010 propone itinerari a piedi in Italia e in Europa. L’analisi è stata effettuata su un campione di 1.330 camminatori che hanno svolto almeno un viaggio a piedi nel corso del 2021. E durante quest’ultimo anno il 67,5% di donne ha partecipato ai viaggi a passo lento, e la fascia d’età prevalente è tra 50 e 65 anni (55%), seguita da 31 e 49 anni (26%). Non sono assenti però persone tra i 66 e gli 85 anni (13,5%), mentre a dimostrare meno interesse per i viaggi a piedi è la fascia tra 19 e 30 anni (1,7%).

Il 72% proviene dal Nord Italia

Quanto alle aree di provenienza, la parte del leone la fa il Nord Italia, con il 72% dei camminatori, seguito dal Centro (15%), e dal Sud e dalle isole (8%). Dall’estero arrivano invece il 3,61% dei camminatori, soprattutto da Svizzera, Francia, e Germania.
Per quanto riguarda le professioni, il 35% ha un lavoro dipendente, nel 17,5% dei casi sono liberi professionisti, il 15%, arriva dal settore sanitario, i pensionati sono il 14% e gli insegnanti il 7,5%. Molto basse le percentuali di operai (1,2%) e disoccupati (1%).

Le mete più ambite

Il 2021 si conferma come il secondo anno anomalo consecutivo anche per questo turismo di nicchia, con una stagione durata solo 8 mesi su 12, riporta Adnkronos. La difficoltà di viaggiare all’estero, inoltre, ha reso piuttosto rare le richieste di viaggi in altri Paesi. Il 95% delle persone appassionate di cammino ha percorso a piedi le strade italiane, mentre meno del 5% è riuscito a camminare in Europa.  Il 21% dei camminatori nel 2021 ha scelto di camminare sulle isole (Sicilia, Creta, Sardegna in particolare), mentre il 43,5% ha scelto il mare. A queste mete seguono i cammini più collinari o di bassa montagna, mentre solo il 21,5% ha preferito fare cammini in montagna. Un dato indicativo del cambiamento nella percezione del viaggio a piedi. Se un tempo si andava a piedi solo in montagna, ora si cerca altro.

Solo il 2,6% è un camminatore esperto

Ma che livello di difficoltà hanno scelto i camminatori quest’anno? La metà esatta del campione ha preferito viaggi a 2 orme, ovvero viaggi medio-facili, un altro quarto (26%) ha osato di più, scegliendo viaggi a 3 orme, quindi già più impegnativi, e il 15% ha scelto viaggi tranquilli, anche con base fissa e cammini a stella. I viaggi più difficili, in cui si cammina con grossi dislivelli, si portano zaini pesanti e si può anche dormire in tenda, attirano una fetta molto bassa di camminatori. Solo il 2,6% di loro infatti ha un profilo esperto.

Alle aziende si richiedono azioni concrete nei confronti della sostenibilità

Da uno studio di Opinion Matters condotto per conto di Ricoh su 250 decision maker di aziende italiane emerge che il 70% dei business leader italiani ritiene le imprese responsabili di reagire proattivamente alle sfide globali come il cambiamento climatico. Le organizzazioni avvertono infatti la pressione di investitori, clienti ed enti governativi che chiedono impegno e azioni concrete nei confronti della sostenibilità. Ma anche i dipendenti premono nella stessa direzione, e i lavoratori europei si aspettano che la propria azienda dia un contributo positivo alla collettività in relazione all’ambiente. A ciò si aggiungono le nuove normative e le nuove direttive sviluppate dall’Unione Europea, come il Green Deal Europeo e la Corporate Sustainability Reporting Directive, che richiederà alle grandi imprese europee di comunicare informazioni di carattere non finanziario. 

Trasformazione digitale: sì, ma è utile allo sviluppo sostenibile?

Nonostante le imprese italiane siano dunque consapevoli dell’importanza del proprio ruolo per uno sviluppo più sostenibile, la maggior parte (56%) non è disposta a investire in questo ambito, poiché ritiene necessario focalizzarsi su altre priorità di business. Solo il 33% ha incrementato i propri investimenti nella sostenibilità durante la pandemia. Se poi il 71% delle aziende punta alla trasformazione digitale, consolidando o addirittura incrementando gli investimenti, la maggior parte fatica a comprendere come possa portare benefici in termini di prestazioni ambientali, sociali e di governance (ESG).

I dubbi delle aziende

Solo il 38% del campione considera l’innovazione IT come un fattore abilitante per la sostenibilità, e il 70% delle aziende non crede che la digital transformation possa aiutarle a raggiungere obiettivi di sostenibilità a lungo termine. Inoltre, i manager considerano i miglioramenti all’infrastruttura IT come il modo meno efficace per una azienda per ridurre l’impatto sull’ambiente nel lungo periodo. Quasi la metà delle imprese coinvolte nella ricerca ha però introdotto tecnologie basate sul cloud (49%), modalità di lavoro ibride (44%) e soluzioni per la gestione dei big data (42%), tutte possibilità che ottimizzano l’efficienza energetica e consentono di raccogliere e analizzare dati ESG.

“Le aziende sanno che dovrebbero fare di più per migliorare i risultati ESG”

“Le aziende sanno che dovrebbero fare di più per migliorare i risultati ESG e il monitoraggio degli stessi – commenta David Mills, CEO di Ricoh Europe -. Trovare le risorse per raggiungere questo obiettivo è però sempre più difficile. Anche il fatto che vi siano nuove normative ancora in fase di definizione complica la questione. È importante ricordare come il successo del business e le performance ESG non si escludano a vicenda. La trasformazione digitale è un’area in cui i manager dovrebbero investire in quanto essa si traduce in risultati positivi sia per l’azienda che per la sostenibilità – aggiunge Mills -. Oltre a migliorare l’efficienza e l’impatto ambientale, l’innovazione IT rende il business a prova di futuro. Infine, essa semplifica la data analysis che sarà fondamentale non appena le nuove normative diventeranno effettive”.

Food&Beverage sui social: il 54% degli italiani segue i food influencer

Il settore del food lancia nuovi trend, e nuove celebrities allargano sempre più la propria platea di follower. Tanto che nell’ultimo anno si è assistito a un incremento del +57,4% dei post sui social a tema food, per un totale di 1,59 milioni di contenuti. Una crescita probabilmente determinata dal lockdown. che ha spinto gli utenti a dedicare più tempo alla cucina. Il 54% degli italiani, infatti, segue i food influencer per i consigli culinari. Sono alcuni dati emersi dalla ricerca condotta a livello globale da Buzzoole, martech company specializzata in tecnologie e servizi per l’Influencer Marketing, su oltre 2 milioni di profili e 250 milioni di contenuti monitorati dalla piattaforma Buzzoole Discovery su Instagram, Facebook, Youtube, Twitter e TikTok nel 2020.

Instagram, Facebook e Twitter sul podio

I food influencer hanno un’audience per il 66,70% femminile, e per il 56,53% di età compresa tra i 18 e i 34 anni. Il canale maggiormente utilizzato per condividere contenuti è Instagram (75,64%), seguito da Facebook e Twitter. TikTok, in coda, ma sempre più in crescita, ha raggiunto 11.800 post solo nell’ultimo anno. Se sui social spopolano i video di ricette ‘step by step’ da poter replicare in casa anche la sostenibilità è un tema molto sentito, infatti sono sempre più presenti consigli per evitare sprechi in cucina e  ricette per riutilizzare in modo creativo gli scarti alimentari.

Da 10mila a più di 500mila follower

Gli influencer coinvolti per le campagne di questo settore sono molto eterogenei per dimensione e tipologia, con follower base che vanno dai 10mila a più di 500mila follower includendo spesso le Celebrity.  All’interno della categoria si trovano, dunque, non soltanto chef o appassionati di ricette ma anche creator che riescono a toccare discipline quali sostenibilità, sport, arte e intrattenimento. La maggior parte dei creator italiani in ambito food sono donne (+60,57%) mentre gli uomini rappresentano circa un quarto del totale (39,43%). L’86% dei food influencer rientra nella categoria micro e medium (dai 10 mila ai 100 mila follower). Il resto del mercato è composto da social star e celebrità.

Beverage, il 56% dei contenuti ha come focus il vino

Nell’ultimo anno anche il settore Beverage ha riscontrato molto interesse: i contenuti generati hanno raggiunto quota 311mila, con un incremento del +36% rispetto all’anno precedente. In particolare, il 56% dei contenuti ha come focus il vino, tema in forte crescita con un incremento del +29,10%. I wine influencer in Italia sono così popolari da rappresentare il 68% del totale dei creator che trattano di beverage. In generale, gli influencer italiani che parlano di drink sono principalmente uomini (56%), mentre le donne rappresentano oltre il 40%. L’audience è per il 64% femminile con un’età compresa tra i 25 e i 44 anni, e suddividendo per fasce di follower, se i Novice e Micro creator (10-30mila follower) risultano più numerosi (69,12%), le Social Star (più di 200mila follower) rappresentano il 4,78%.

Connessi con il mondo e meno soli: ecco perché gli italiani si affidano ai social

La pandemia e i conseguenti lockdown ci hanno fatto sentire più soli e distanti, anche dal mondo che ci circonda: pare proprio che sia stata questa sensazione di isolamento a spingere un numero crescente di italiani ad affidarsi ai social network e agli influencer che li popolano. Negli ultimi mesi, segnala a questo proposito un recentissimo studio condotto da Kaspersky, si sono diffuse in maniera esponenziale le relazioni unilaterali, dette anche “parasociali”. In sintesi, ci siamo fatti degli amici virtuali. L’analisi rivela che circa la metà (43%) degli utenti italiani di social media, ritiene che gli influencer costituiscano “una fuga dalla realtà”. Il 19% degli italiani pensa di sentirsi “amico” degli influencer che segue e circa il 26% invia messaggi privati ai personaggi che segue sui social. Nonostante la natura in gran parte virtuale di queste relazioni, il 28% degli utenti italiani di social media ha affermato di aver incontrato alcuni influencer anche nella vita reale. 

L’utenza è soprattuto composta da giovani

La percentuale di quelli che si sono affidati ai social media per mantenere una connessione con il resto del mondo aumenta se se si guarda ai giovani di età compresa tra 18 e 34 anni, con il 74%. Rispetto agli altri Paesi europei, sono i tedeschi (66%) e gli spagnoli (62%), che come gli italiani, hanno dichiarato di aver trovato nei social media un modo per rimanere connessi con il mondo. Durante la pandemia, infatti, i social media hanno rappresentato una vera propria boccata d’aria per molti italiani: il 63%,, infatti, ha affermato che i social media hanno costituito per loro una “connessione vitale” in questo periodo difficile.

Attenzione all’eccessiva condivisione

Bisogna però imparare a bilanciare mondo reale e mondo virtuale, concedendo a quest’ultimo solo informazioni e dati consapevoli. Come precisa Morten Lehn, Managing Director Northen Europe di Kaspersky, “Nonostante il 22% degli italiani sia attivo sui social media da più di un decennio (il 56% se guardiamo al resto del mondo), molti di noi stanno ancora cercando di capire come bilanciare gli aspetti positivi dei social media con quelli negativi. Oggi ci troviamo in una nuova era in cui le relazioni virtuali stanno diventando la norma. Le relazioni unilaterali possono spesso portare a una condivisione eccessiva di contenuti sui social media, perché le persone cercano di far evolvere sempre di più questi rapporti. Si tratta di un comportamento che può portare a conseguenze negative e impreviste: tentativi di hacking e phishing, doxing e bullismo, shaming online, e molto altro ancora. È comprensibile che con i vari lockdown vissuti nell’ultimo anno le persone tendano ad instaurare relazioni online e parasociali per combattere solitudine e noia, ma è importante essere consapevoli delle conseguenze a cui l’eccessiva condivisione online può portare, e adottare un approccio più equilibrato”.

In viaggio per lavoro: sì, ma solo se c’è flessibilità

C’è voglia di tornare alla piena normalità, anche per quanto riguarda molti aspetti della vita professionale. E per i business traveller italiani il discorso è ancora più attuale: dopo diversi mesi di stop più o meno forzato, e comunque di tantissime limitazioni, ora si aprono le condizioni per tornare a viaggiare. Sì, ma con quali modalità? È il quesito che si è posto SAP Concur nella ricerca “Global Business Traveller and Travel Manager Survey 2021” commissionata tra aprile e maggio 2021 con l’obiettivo di mettere in evidenza l’entusiasmo dei viaggiatori d’affari italiani e globali nel rimettersi in viaggio. 

Pronti a partire il 95% dei viaggiatori d’affari

La ricerca evidenzia che il 95% dei viaggiatori d’affari italiani è disposto a viaggiare per lavoro nei prossimi 12 mesi, ma soddisfare le loro richieste di flessibilità potrebbe rivelarsi essenziale per il successo a lungo termine delle aziende. Parallelamente a questo desiderio, però, dalla survey emerge che il 78% dei viaggiatori d’affari italiani teme che la ridotta possibilità di viaggiare nei prossimi 12 mesi possa danneggiarli personalmente e professionalmente. Le principali preoccupazioni includono difficoltà nello sviluppo e nel mantenimento di relazioni commerciali (45%), minori guadagni (39%) e mancato avanzamento di carriera (27%). Sono inoltre preoccupati del fatto che la riduzione dei viaggi d’affari abbia portato la loro azienda a firmare un numero minore di nuovi accordi (39%), a rinnovare meno contratti (35%) e a rimanere indietro rispetto alla concorrenza (31%).

Le condizioni le faccio io

La voglia di tornare a viaggiare si muove però di pari passo alla volontà di poterlo fare alle proprie condizioni, e questa esigenza è particolarmente avvertita dai business traveller italiani. L’81% dei nostri connazionali (percentuale più alta tra tutti i mercati intervistati, che si riduce al 68% a livello globale) dichiara apertamente di voler tornare a viaggiare per lavoro ma alle proprie condizioni: in particolare, desidera avere maggiore controllo sull’itinerario con la flessibilità come fattore determinante per più di 2 viaggiatori su 3 (il 69%). Più di un terzo reputa poi essenziale la scelta delle proprie sistemazioni preferite (37%), così come la possibilità di prenotare i propri viaggi direttamente attraverso i siti web dei fornitori, come compagnie aeree o hotel (36%). A parte gli obiettivi aziendali, il desiderio di poter rimettersi in viaggio è motivato anche dalla possibilità di vedere posti nuovi (61%), prendersi una pausa dalla vita quotidiana (53%) e stabilire legami personali con clienti e colleghi (52%). Ci sono infine alcune precise richieste in merito alla sistemazione e alla tipologia di viaggio: gli italiani sono particolarmente interessati a soggiornare in hotel più grandi (38%), a evitare scali aeroportuali (34%), a prediligere le trasferte nazionali (34%) e quelle a breve distanza (34%).

Italiani e vacanze 2021, preferite le mete nazionali alla scoperta dei borghi

Durante l’estate 2021 saranno 33,5 milioni gli italiani che andranno in vacanza almeno per qualche giorno. Rispetto allo scorso anno, l’estate 2021 fa infatti registrare una sostanziale stabilità nelle partenze (-1%), anche se quest’anno in molti hanno scelto di ritardare il periodo vacanziero, concentrato nei mesi di luglio, e soprattutto di agosto. Anche le vacanze 2021 evidenziano una netta preferenza degli italiani verso le mete nazionali. Tanto che ben un italiano su tre, il 33%, in vacanza resterà all’interno della propria regione, e sono solo il 6% coloro che prevedono di andare all’estero

Spiaggia al primo posto, ma tiene il turismo in montagna e quello di prossimità

È quanto emerge da una analisi Coldiretti/Ixè, dalla quale si evidenzia che a pesare di più sulla scelta di andare in vacanza sono nell’ordine le difficoltà economiche, la paura del contagio e i timori per il futuro. A cambiare profondamente rispetto allo scorso anno è invece la presenza di turisti stranieri, con un balzo del 32% fra luglio e agosto secondo le proiezioni di Coldiretti su dati Isnart. Se la spiaggia resta la meta preferita degli italiani, spiega Coldiretti, tiene il turismo in montagna e quello di prossimità con la riscoperta dei piccoli borghi.

Ricerca del cibo e vino locali è la prima voce del budget di spesa

La maggioranza degli italiani in viaggio ha scelto di riaprire le seconde case di proprietà, o di alloggiare in quelle di parenti e amici o in affitto, ma nella classifica delle preferenze ci sono le pensioni e gli alberghi, e molto gettonati risultano anche gli agriturismi. Tra gli svaghi preferiti, secondo l’analisi di Coldiretti, c’è la ricerca del cibo e del vino locali, diventata la prima voce del budget delle vacanze Made in Italy nel 2021, con circa un terzo della spesa per consumi al ristorante, street food, ma anche per l’acquisto di souvenir.

L’Italia è leader mondiale incontrastato nel turismo enogastronomico

D’altronde, riporta una notizia Ansa, l’Italia è leader mondiale incontrastato nel turismo enogastronomico, grazie al primato dell’agricoltura più green d’Europa. Questo grazie a 315 specialità a indicazione geografica riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg, oltre a 5266 prodotti tradizionali regionali censiti lungo tutta la Penisola. E con più di 80 mila operatori biologici l’Italia e la più grande rete mondiale di mercati di agricoltori e fattorie aderenti alla rete nazionale Campagna Amica.

Nel 2020 le vendite di alimenti “free from” sfiorano 7 miliardi di euro

Per rispondere alle esigenze di chi soffre di allergie o intolleranze alimentari i clienti dei supermercati italiani possono oggi scegliere tra quasi 13.700 prodotti alimentari “free from” e oltre 10 mila formulati. Si tratta di un’offerta in continua crescita e diversificazione, per un business che nel 2020 ha visto le vendite di alimenti “free from” sfiorare i 7 miliardi di euro, e quelle di prodotti per intolleranti superare 4 miliardi di euro, in aumento rispettivamente del +3,3% e del +4,6% rispetto al 2019. Nel 2020 continua quindi la crescita dei prodotti senza glutine o lattosio, ma si affermano altri claim “senza”, come “senza antibiotici”, “senza polifosfati”, “senza glutammato”, “senza latte” e “non fritto”. A monitorare l’andamento del mercato è la nona edizione l’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, che ha preso in esame i risultati di vendita di oltre 120 mila prodotti di largo consumo, pari all’82,6% del fatturato di supermercati e ipermercati in Italia.

Tutti i claim “senza” registrano performance in crescita rispetto al 2019

Il paniere più consistente è quello dei prodotti alimentari “free from”, che nel 2020 incide per il 18,0% sul totale dei prodotti monitorati dall’Osservatorio, e per il 25,0% sul giro d’affari complessivo. Tutti i 17 claim rilevati hanno registrato performance in crescita rispetto al 2019, grazie soprattutto alla componente della domanda (+6,1%), con aumenti che vanno dal +1,2% di “senza conservanti” (5,8% dei prodotti), a +41,3% di “senza antibiotici” (0,2%). Il 2020 è stato un anno di crescita anche del comparto dei prodotti rivolti a chi soffre di allergie o intolleranze alimentari, che ha contribuito per il 14,4% alle vendite totali del paniere food. La performance è stata sostenuta da una domanda positiva (+8,3%) e un’offerta arrivata al 13,4% del paniere complessivo rilevato.

Il segmento più dinamico è quello dei prodotti “senza lattosio”

Il segmento più importante, sia come valore delle vendite sia come numero di referenze, è quello del gluten free, a cui appartengono il claim “senza glutine” (+5,0% di vendite) e il marchio Spiga Barrata rilasciato dall’Associazione italiana celiachia (+3,9%). Il segmento più dinamico del 2020 è stato quello dei prodotti “senza lattosio”, arrivati a quota 2.141 referenze per un aumento del +6,7% del giro d’affari. All’area valoriale del “lactose free” appartiene il claim emergente “senza latte”, rilevato su 478 prodotti, che hanno chiuso il 2020 con un aumento di +11,4% delle vendite.

Accelerano le vendite di etichette “senza polifosfati” e “senza glutammato” 

Sono altri due i claim affacciati in etichetta e intercettati dall’Osservatorio: “senza lievito” (+3,7% di vendite), e “senza uova”, che hanno visto salire il sell-out del +0,1% rispetto al 2019. Da rilevare anche l’accelerazione nelle vendite di prodotti alimentari presentati in etichetta come “senza polifosfati” (+12,6%), “senza glutammato” (+10,5%), “senza aspartame” (+10,0%), e di quelli con il claim “non fritto” (+10,5%).