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Videogames, l’avanzata non si arresta: 15,5 milioni i giocatori italiani

I videogiochi continuano a essere un passione (e non solo un passatempo) degli italiani? Pare proprio di sì stando ai numeri diffusi da Iidea, l’Associazione che rappresenta l’industria dei videogiochi in Italia. L’analisi sui dati sul consumo di videogiochi nel nostro paese nel 2021 mostra che questo amore non si spegne, anzi. 

Numeri da record anche nel 2021

Se il 2020 è stato un anno da record, complice la pandemia, il settore continua a registrare numeri positivi con un giro d’affari di 2 miliardi e 243 milioni di euro, in crescita del 2,9% rispetto alla precedente rilevazione. Il numero dei videogiocatori appare in leggera diminuzione con 15,5 milioni di persone, ovvero il 35% della popolazione italiana compresa tra i 6 e i 64 anni, che hanno trascorso parte del loro tempo libero videogiocando. A crescere è stato, però, il coinvolgimento nei confronti del medium: sono state dedicate ai videogiochi in media 8,7 ore a settimana, in particolare su console, ben mezz’ora in più rispetto all’analisi precedente. Per quanto riguarda il giro d’affari del 2021, il segmento software si riconferma il più forte del mercato con un valore pari a 1,8 miliardi di euro, grazie all’ottima performance del digitale e delle app. Sul fronte hardware, vista la straordinaria performance delle console next gen che registrano un incremento del 21,6%, il comparto console registra un fatturato di 443 milioni di euro con una crescita del 12,1%. 

La Top 20 dei videogames

La Top 20 aggregata (tutte le piattaforme, fisico e digitale) dei videogiochi più venduti nel 2021 è guidata da FIFA 22, seguito da Grand Theft Auto V e FIFA 21. I generi di videogiochi più venduti nel 2021 sono stati action, giochi di sport e GdR per quanto riguarda i titoli campioni d’incasso su console, mentre strategia e azione/avventura guidano la top 10 relativa ai videogiochi più venduti su PC. Il 73,4% dei videogiochi rilasciati sul mercato italiano e il 65,8% dei giochi venduti in Italia nel 2021 è adatto a un pubblico tra i 3 e i 12 anni.Nel 2021 il numero dei videogiocatori ha fatto registrare una leggera flessione rispetto all’anno precedente, con 15,5 milioni di persone che si sono cimentate con i videogiochi nel corso dell’anno, ovvero il 35% della popolazione italiana compresa tra i 6 e i 64 anni, di cui il 56% uomini e il 44% donne. Le fasce d’età in cui si videogioca di più sono quelle tra i 15-24 anni e tra i 45-64 anni che registrano rispettivamente 3,7 milioni di videogiocatori al loro interno. Il tempo dedicato ai videogiochi continua a crescere anno su anno, mostrando un coinvolgimento maggiore che in passato degli italiani nei confronti del medium videoludico. Nel corso del 2021 sono state dedicate a videogiocare in media 8,7 ore a settimana su tutti i dispositivi, con una notevole crescita del tempo dedicato soprattutto alle console (circa un’ora in più in media alla settimana), mentre il tempo destinato al gioco su smartphone e tablet ha fatto registrare una leggera decrescita rispetto al 2020. 

Smartphone e tablet i device più utilizzati 

Per quanto riguarda le piattaforme di gioco più utilizzate, i dispositivi mobile come smartphone e tablet vanno per la maggiore, con 9 milioni di videogiocatori italiani a utilizzarli, tra cui 4,2 milioni di donne. Seguono PC e console domestiche con 6,9 milioni di utenti. Resiste il segmento delle console portatili, utilizzate da 1,4 milioni di persone. I videogiocatori italiani si informano parlando con parenti e amici (34%), da siti della stampa generalista (24%) e specializzata (12%), da TV (24%) e social media (22%). Le piattaforme social preferite per parlare di videogiochi sono WhatsApp e Facebook (scelte dal 20% degli intervistati), seguite da YouTube (14%).”Nel 2020, spinti dalle restrizioni dovute alla pandemia, i consumi di videogiochi in Italia avevano registrato un record storico superando per la prima volta i 2 miliardi di euro. 

L’agricoltura lombarda cresce, ma i costi mettono a rischio la redditività

Per l’agroalimentare lombardo nel 2021 si stima un incremento del valore della produzione di oltre il 10% rispetto al 2020, grazie alla crescita dei prezzi dei principali prodotti agricoli a fronte di una stazionarietà delle quantità prodotte. Anche l’export ha fornito una spinta importante, con una variazione nei primi nove mesi del 2021 pari al +10,9%, consentendo agli scambi di raggiungere un nuovo massimo storico. L’indagine congiunturale e le prime stime dell’annata agraria 2021 di Regione Lombardia e Unioncamere confermano però la preoccupazione degli imprenditori per la crescita dei costi. I rincari hanno infatti colpito tutti i settori agricoli, ma soprattutto gli allevamenti, che hanno visto una progressiva erosione dei margini di redditività.

Dinamica positiva del fatturato anche a livello congiunturale

Ai risultati positivi nel 2021 ha corrisposto un aumento percentuale superiore del valore dei consumi intermedi tra il +12,3% e il +12,5%, risultante da un limitato incremento quantitativo e da un rilevante incremento dei prezzi. L’indagine congiunturale conferma poi una dinamica positiva del fatturato.
Tutti gli intervistati da Unioncamere hanno però manifestato forte preoccupazione per la crescita dei costi produttivi, iniziata nel primo semestre 2021 con le commodities cerealicole, e divenuta particolarmente rilevante nella seconda parte dell’anno, con incrementi dei prezzi di petrolio ed energia, seguiti dai rincari degli imballaggi. L’indice relativo ai costi produttivi rilevato nell’indagine ha infatti raggiunto nel quarto trimestre il massimo della serie storica.

Differenze tra i settori

Nonostante ciò, le valutazioni sull’andamento degli affari sono prevalentemente positive, grazie alla crescita delle quotazioni dei principali prodotti agroalimentari lombardi, anche se la diversa evoluzione di prezzi e costi ha generato differenze importanti tra un settore e l’altro. In particolare, i cereali hanno beneficiato di quotazioni record, il vino ha mostrato un deciso miglioramento dopo la crisi del 2020, il comparto lattiero-caseario e le carni sono stati favoriti dalla dinamica delle quotazioni, a seguito del calo di alcune importanti produzioni estere. Tuttavia sono gli allevamenti ad aver risentito in misura maggiore della crescita dei costi, soprattutto suinicoltura e avicoltura, trattandosi di sistemi produttivi ad alto consumo di energia e mais nella razione degli animali.

La filiera lattiero casearia

Il settore lattiero-caseario gioca un ruolo di primo piano all’interno dell’agricoltura lombarda, ma è particolarmente esposto alle dinamiche globali dei prezzi, dovendosi confrontare con la competizione dei prezzi internazionali e il potere contrattuale degli attori a monte e a valle della filiera
Il rischio di mercato riguarda la volatilità dei prezzi agricoli, sia dal lato dei prodotti venduti sia di quelli acquistati, che si traduce nella difficoltà a programmare correttamente gli investimenti e nei rischi per la redditività aziendale. La zootecnia da latte lombarda deve quindi trovare soluzioni nelle singole iniziative aziendali e attraverso una strategia di settore. Come? Puntando a una crescita sostenibile della produzione di latte, salvaguardare i redditi dei produttori, mantenere/migliorare la valorizzazione dei prodotti e rafforzare e razionalizzare le filiere.

Il bullismo è anche al lavoro, e si chiama workplace bullying

Il workplace bullying è un comportamento sociale violento, e ripetuto nel tempo, attuato nei confronti di colleghi e collaboratori. Secondo il portale d’informazione americano HR Executive, che riprende i dati del Workplace Bullying Institute, oltre 7 dipendenti su 10 (75%) dichiarano di essere stati bersagli o di aver assistito ad atti di bullismo sul posto di lavoro, per un totale di oltre 79 milioni persone coinvolte solo negli Stati Uniti. Si parla di bullismo e cyber bullismo in relazione ai giovani, ma quasi mai in relazione al lavoro. Eppure proprio all’interno degli ambienti lavorativi si sta diffondendo questa nuova forma di vessazione. La conferma arriva dall’approfondimento condotto da Espresso Communication per Great Place to Work Italia.

Non è un fenomeno che riguarda solo gli Stati Uniti

Questo fenomeno, che può includere abusi verbali, condotte offensive, intimidazioni o aggressioni, può causare sia danni fisici sia un crescente stato di angoscia mentale, nonché un alto tasso di assenteismo e rotazione dei dipendenti, bassa produttività, e di conseguenza, danni alla reputazione di un’azienda. Il workplace bullying non è però un fenomeno che riguarda solo gli Stati Uniti, ma anche l’Europa. In Italia non ci sono studi con dati statistici, ma questo non significa che non sia diffuso. In Uk, secondo il portale britannico People Management, più di un quarto dei collaboratori coinvolti in un sondaggio afferma di essere stato vittima di vessazioni all’interno del proprio workplace. E secondo l’Irish Times il 9% dei lavoratori irlandesi ha subito atti di bullismo.

Su Instagram oltre 19mila contenuti con l’hashtag #workplacebullying

Gli effetti psicologici correlati a queste esperienze negative risultano devastanti: i professionisti coinvolti hanno maggiori probabilità di avvertire problemi di salute mentale, come ansia e depressione.
All’interno di questo scenario è nata la figura del responsabile d’azienda, chiamato ad ascoltare il proprio team operativo per trovare soluzioni mirate a mantenere ottimale il benessere organizzativo dell’ambiente di lavoro.
Del resto, il bullismo sul lavoro risulta un topic d’interesse anche sui social: l’hashtag #workplacebullying conta oltre 19 mila contenuti pubblicati su Instagram per raccontare questo problema attraverso il web.

Le aziende devono impegnarsi a sostenere i dipendenti

“La pandemia ha ulteriormente rafforzato una problematica già esistente – afferma Beniamino Bedusa, presidente Great Place to Work Italia -. All’interno di ogni workplace è fondamentale avere, anzi percepire, un clima aziendale e organizzativo produttivo e stimolante. Per questo motivo, i capi d’azienda sono e saranno sempre più importanti. I collaboratori necessitano di essere ascoltati: solo così è possibile trovare soluzioni mirate, tempestive ed efficaci per contrastare un fenomeno che si sta diffondendo a macchia d’olio in buona parte dell’universo professionale e lavorativo. A tal proposito – aggiunge Bedusa – sono numerosi gli esempi di aziende virtuose che si impegnano quotidianamente per contrastare la problematica: queste imprese, oltre ad ascoltare le singole persone, le supportano all’interno degli ambienti di lavoro e creano iniziative, policy e benefit per occuparsi del loro benessere”.

Gli italiani vogliono tornare a viaggiare

Circa la metà degli italiani sono fiduciosi nel 2022, confidando in un anno migliore, specie per l’economia del paese, e con più opportunità. In particolare, nonostante i cambiamenti – anche nelle abitudini di acquisto – portati dalla pandemia, i nostri connazionali aspirano a tornare a viaggiare. Il vero desiderio che accumuna circa 7 italiani su 10 è ovviamente la fine della pandemia, per ritornare a muoversi liberamente. A supportare i desideri e le possibilità di spesa degli italiani c’è sempre il credito al consumo, uno strumento ormai determinante per l’economia reale del Paese. Dal 2015 il volume di prestiti erogati non era mai stato così alto (€12 miliardi nel I sem. 2021). Si tratta di numeri importanti, confermati anche dalle previsioni sul giro d’affari, in aumento per oltre la metà dei convenzionati, che nel 2021 tra digitalizzazione e rinnovo dell’offerta in chiave “green” hanno mosso i primi passi verso la sostenibilità ambientale. È quanto emerge dall’ultima edizione dell’Osservatorio Compass, la ricerca dedicata alle aspettative di consumatori ed esercenti per il 2022, condotta dalla società del credito al consumo del Gruppo Mediobanca, con un focus proprio sul mercato dei prestiti. 

Si attendono miglioramenti

Più o meno per la metà  degli italiani (45%) il 2022 segnerà un miglioramento per l’economia del Paese. La fiducia cresce e riguarda anche la sfera personale, con circa un terzo del campione (30%) convinto che la situazione economica della propria famiglia migliorerà. Per molti il nuovo anno sarà l’occasione per mettersi alle spalle un 2021 dai due volti. Se è vero che la campagna vaccinale e l’aumento del Pil hanno dato fiducia ad alcuni sia nei confronti dell’economia italiana (migliorata nel 2021 per il 29% degli intervistati) che per quella famigliare (14%), sono ancora in tanti a contare i danni dell’anno passato (per il 30% c’è stato un peggioramento) e a doversi aggrappare al 2022 per un vero cambiamento. Per questo non sorprende che il 68% desideri solo che finisca la pandemia. Di sicuro agli italiani non manca la consapevolezza sui problemi più gravi della nostra epoca: infatti, completano il podio dei desideri per il 2022 il voler vivere in un mondo più rispettoso dell’ambiente e della natura (43%) e il contenimento della crisi economica (42%). 

Obiettivo: partire

Quello che sembra mancare è soprattutto un forte senso di libertà di movimento, non a caso il 51% ha in programma di fare un viaggio/vacanza e il 23% di acquistare un’auto/moto. Che sia viaggiare, comprare casa o un veicolo, ristrutturare casa, rifare l’arredamento o, più semplicemente, sposarsi, non importa: la notizia migliore è che quasi tutti gli italiani (88%) hanno ripreso a fare progetti. 

Gli ultimi 7 anni sono stati i più caldi. Record anche per CO2 e metano

Un record che non riguarda solo le temperature, ma anche le concentrazioni globali di anidride carbonica e metano. Secondo Copernicus Climate Change Service (C3S), il servizio implementato dal Centro Europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (Ecmwf), l’estate 2021 è stata la più calda mai registrata in Europa, e gli ultimi sette anni i più caldi in assoluto a livello globale. Inoltre, nel 2021 i livelli di anidride carbonica (CO2) hanno raggiunto un record globale annuale medio di circa 414 ppm (parti per milione), e il metano (CH4) un record di circa 1876 ppb (parti per miliardo). 

Dall’Africa alla Groenlandia sale la temperatura media annuale

A livello globale, la temperatura media annuale del 2021 è stata di 0,3°C superiore rispetto alla temperatura del periodo 1991-2020, e di 1,1-1,2°C superiore al livello del 1850-1900. In rapporto al periodo di riferimento di 30 anni le regioni con temperature più alte della media sono comprese in una fascia estesa dalla costa occidentale degli Stati Uniti al Canada nord-orientale fino alla Groenlandia, così come ampie parti dell’Africa centrale e settentrionale e del Medio Oriente. Temperature inferiori alla media sono state rilevate nella Siberia occidentale e orientale, Alaska, e Pacifico centrale e orientale, in concomitanza con avvenimenti come La Niña all’inizio e alla fine del 2021, così come nella maggior parte dell’Australia e in parti dell’Antartide.

L’estate europea

L’estate europea del 2021 è stata la più calda mai registrata, con giugno e luglio i secondi più caldi dei loro rispettivi mesi e agosto rimasto vicino alla media generale, ma con una notevole differenza tra temperature superiori alla media a sud e sotto la media a nord.
Numerosi gli episodi estremi con un impatto significativo. Luglio ha registrato episodi di precipitazioni molto intense nell’Europa centro-occidentale, mentre la regione mediterranea ha vissuto un’ondata di calore anche in parte di agosto, con temperature elevate soprattutto in Grecia, Spagna e Italia. Il record europeo di temperatura più elevata è stato superato in Sicilia (48,8°C), e condizioni di caldo e siccità hanno preceduto eventi di incendi intensi e prolungati, in particolare nel Mediterraneo orientale e centrale.

Aumentano le concentrazioni di anidride carbonica

L’analisi preliminare dei dati satellitari indica che la tendenza al progressivo aumento delle concentrazioni di anidride carbonica è proseguita nel 2021, riferisce Adnkronos. Il mese con la più elevata concentrazione è stato aprile 2021 con una media mensile globale di 416.1 ppm. L’analisi iniziale dei dati satellitari indica inoltre un aumento anche delle concentrazioni atmosferiche di metano, che raggiungono un valore massimo globale medio senza precedenti. Entrambi i tassi sono molto elevati rispetto ai tassi dei precedenti due decenni della raccolta dati satellitare. Tuttavia, al momento non si comprende pienamente perché questo avvenga. L’identificazione dell’origine di questo aumento è complessa, in quanto il metano conta molteplici fonti, tra cui alcune antropogeniche (lo sfruttamento di giacimenti di petrolio e gas) ma anche naturali o seminaturali (le zone umide).

Superbonus 110% e altre detrazioni per la casa: cosa succede nel 2022

Gli italiani hanno dimostrato i apprezzare i diversi bonus messi a disposizione del Governo per intervenire sulle proprie abitazioni, migliorandole, godendo allo stesso tempo di diverse facilitazioni fiscali. Ma cosa succede ora con la nuova legge di Bilancio e l’avvio dell’anno nuovo? A parte qualche piccola modifica, la gran parte delle misure messe in campo per la casa resta valida, a cominciare dal Superbonus 110% che consente di effettuare lavori importanti di efficientemente energetico (e non solo) a costo pressoché zero. Vediamo le novità introdotte e cosa prevede la legge per l’anno nuovo.

Il Suerbonus 110% resta anche nel 2022, senza limiti Isee

La questione più spinosa sul tavolo era il tetto Isee di 25mila euro previsto per le ville unifamiliari: bene, nell’ultima versione della legge questa voce è stata cancellata. In sostanza, quindi, il credito d’imposta al 110% rimane così come è, a condizione che alla data del 30 giugno 2022 siano stati effettuati lavori per almeno il 30 per cento dell’intervento complessivo. Le proroghe si applicano anche per la realizzazione degli interventi trainati. In generale il superbonus prevede delle scadenze differenziate in base al soggetto beneficiario. Per dare maggiore stabilità e certezza ai proprietari di abitazioni che decidono di cimentarsi nei lavori di restyling, precisa una nota di Adnkronos, viene introdotta la proroga di 3 anni (2022, 2023 e 2024) per poter usufruire delle detrazioni fiscali spettanti per le spese sostenute per interventi di efficienza energetica, di ristrutturazione edilizia, per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici. In alternativa sarà possibile cedere il credito d’imposta a banche e intermediari finanziari oppure per ottenere lo sconto in fattura. Per i mobili l’importo massimo detraibile nel 2022 è fissato in 10.000 euro, mentre scende a 5.000 euro per gli anni 2023 e 2024. Per i condomini e le persone fisiche, inoltre, il superbonus prevede una proroga al 2025 con una progressiva diminuzione della percentuale di detrazione (dal 110% per le spese sostenute entro il 31 dicembre 2023 fino al 65% per quelle sostenute nell’anno 2025). Si proroga la possibilità di avvalersi della misura per le cooperative di abitazione a proprietà indivisa (fino al 30 giugno 2023). Per gli stessi soggetti, qualora siano stati effettuati lavori (al 30 giugno 2023) per almeno il 60 per cento dell’intervento complessivo, la detrazione spetta anche per le spese sostenute entro il 31 dicembre 2023.

Gli altri bonus

Il bonus facciate, destinato al recupero o restauro della facciata esterna di specifiche categorie di edifici, viene esteso fino al 2022 (riducendo dal 90% al 60% lo sconto). Bonus anche per gli interventi finalizzati al superamento e all’eliminazione di barriere architettoniche, e si introduce un credito d’imposta per l’installazione di sistemi di accumulo integrati in impianti di produzione elettrica alimentati da fonti rinnovabili. Resta invece fino al 2024 l’agevolazione fiscale per la sistemazione ‘a verde’ di aree scoperte di immobili privati a uso abitativo. La detrazione dall’imposta lorda è del 36% della spesa sostenuta, nel limite di spesa di 5.000 euro annui e pertanto entro la somma massima detraibile di 1.800 euro.

L’identikit del camminatore

Qual è l’identikit del camminatore tipo? È donna, viene dal Nord Italia, ha un’età compresa tra i 50 e i 65 anni e preferisce camminare nei luoghi di mare. Si tratta della fotografia ‘scattata’ della Compagnia dei Cammini, l’associazione no profit che dal 2010 propone itinerari a piedi in Italia e in Europa. L’analisi è stata effettuata su un campione di 1.330 camminatori che hanno svolto almeno un viaggio a piedi nel corso del 2021. E durante quest’ultimo anno il 67,5% di donne ha partecipato ai viaggi a passo lento, e la fascia d’età prevalente è tra 50 e 65 anni (55%), seguita da 31 e 49 anni (26%). Non sono assenti però persone tra i 66 e gli 85 anni (13,5%), mentre a dimostrare meno interesse per i viaggi a piedi è la fascia tra 19 e 30 anni (1,7%).

Il 72% proviene dal Nord Italia

Quanto alle aree di provenienza, la parte del leone la fa il Nord Italia, con il 72% dei camminatori, seguito dal Centro (15%), e dal Sud e dalle isole (8%). Dall’estero arrivano invece il 3,61% dei camminatori, soprattutto da Svizzera, Francia, e Germania.
Per quanto riguarda le professioni, il 35% ha un lavoro dipendente, nel 17,5% dei casi sono liberi professionisti, il 15%, arriva dal settore sanitario, i pensionati sono il 14% e gli insegnanti il 7,5%. Molto basse le percentuali di operai (1,2%) e disoccupati (1%).

Le mete più ambite

Il 2021 si conferma come il secondo anno anomalo consecutivo anche per questo turismo di nicchia, con una stagione durata solo 8 mesi su 12, riporta Adnkronos. La difficoltà di viaggiare all’estero, inoltre, ha reso piuttosto rare le richieste di viaggi in altri Paesi. Il 95% delle persone appassionate di cammino ha percorso a piedi le strade italiane, mentre meno del 5% è riuscito a camminare in Europa.  Il 21% dei camminatori nel 2021 ha scelto di camminare sulle isole (Sicilia, Creta, Sardegna in particolare), mentre il 43,5% ha scelto il mare. A queste mete seguono i cammini più collinari o di bassa montagna, mentre solo il 21,5% ha preferito fare cammini in montagna. Un dato indicativo del cambiamento nella percezione del viaggio a piedi. Se un tempo si andava a piedi solo in montagna, ora si cerca altro.

Solo il 2,6% è un camminatore esperto

Ma che livello di difficoltà hanno scelto i camminatori quest’anno? La metà esatta del campione ha preferito viaggi a 2 orme, ovvero viaggi medio-facili, un altro quarto (26%) ha osato di più, scegliendo viaggi a 3 orme, quindi già più impegnativi, e il 15% ha scelto viaggi tranquilli, anche con base fissa e cammini a stella. I viaggi più difficili, in cui si cammina con grossi dislivelli, si portano zaini pesanti e si può anche dormire in tenda, attirano una fetta molto bassa di camminatori. Solo il 2,6% di loro infatti ha un profilo esperto.

Alle aziende si richiedono azioni concrete nei confronti della sostenibilità

Da uno studio di Opinion Matters condotto per conto di Ricoh su 250 decision maker di aziende italiane emerge che il 70% dei business leader italiani ritiene le imprese responsabili di reagire proattivamente alle sfide globali come il cambiamento climatico. Le organizzazioni avvertono infatti la pressione di investitori, clienti ed enti governativi che chiedono impegno e azioni concrete nei confronti della sostenibilità. Ma anche i dipendenti premono nella stessa direzione, e i lavoratori europei si aspettano che la propria azienda dia un contributo positivo alla collettività in relazione all’ambiente. A ciò si aggiungono le nuove normative e le nuove direttive sviluppate dall’Unione Europea, come il Green Deal Europeo e la Corporate Sustainability Reporting Directive, che richiederà alle grandi imprese europee di comunicare informazioni di carattere non finanziario. 

Trasformazione digitale: sì, ma è utile allo sviluppo sostenibile?

Nonostante le imprese italiane siano dunque consapevoli dell’importanza del proprio ruolo per uno sviluppo più sostenibile, la maggior parte (56%) non è disposta a investire in questo ambito, poiché ritiene necessario focalizzarsi su altre priorità di business. Solo il 33% ha incrementato i propri investimenti nella sostenibilità durante la pandemia. Se poi il 71% delle aziende punta alla trasformazione digitale, consolidando o addirittura incrementando gli investimenti, la maggior parte fatica a comprendere come possa portare benefici in termini di prestazioni ambientali, sociali e di governance (ESG).

I dubbi delle aziende

Solo il 38% del campione considera l’innovazione IT come un fattore abilitante per la sostenibilità, e il 70% delle aziende non crede che la digital transformation possa aiutarle a raggiungere obiettivi di sostenibilità a lungo termine. Inoltre, i manager considerano i miglioramenti all’infrastruttura IT come il modo meno efficace per una azienda per ridurre l’impatto sull’ambiente nel lungo periodo. Quasi la metà delle imprese coinvolte nella ricerca ha però introdotto tecnologie basate sul cloud (49%), modalità di lavoro ibride (44%) e soluzioni per la gestione dei big data (42%), tutte possibilità che ottimizzano l’efficienza energetica e consentono di raccogliere e analizzare dati ESG.

“Le aziende sanno che dovrebbero fare di più per migliorare i risultati ESG”

“Le aziende sanno che dovrebbero fare di più per migliorare i risultati ESG e il monitoraggio degli stessi – commenta David Mills, CEO di Ricoh Europe -. Trovare le risorse per raggiungere questo obiettivo è però sempre più difficile. Anche il fatto che vi siano nuove normative ancora in fase di definizione complica la questione. È importante ricordare come il successo del business e le performance ESG non si escludano a vicenda. La trasformazione digitale è un’area in cui i manager dovrebbero investire in quanto essa si traduce in risultati positivi sia per l’azienda che per la sostenibilità – aggiunge Mills -. Oltre a migliorare l’efficienza e l’impatto ambientale, l’innovazione IT rende il business a prova di futuro. Infine, essa semplifica la data analysis che sarà fondamentale non appena le nuove normative diventeranno effettive”.

Food&Beverage sui social: il 54% degli italiani segue i food influencer

Il settore del food lancia nuovi trend, e nuove celebrities allargano sempre più la propria platea di follower. Tanto che nell’ultimo anno si è assistito a un incremento del +57,4% dei post sui social a tema food, per un totale di 1,59 milioni di contenuti. Una crescita probabilmente determinata dal lockdown. che ha spinto gli utenti a dedicare più tempo alla cucina. Il 54% degli italiani, infatti, segue i food influencer per i consigli culinari. Sono alcuni dati emersi dalla ricerca condotta a livello globale da Buzzoole, martech company specializzata in tecnologie e servizi per l’Influencer Marketing, su oltre 2 milioni di profili e 250 milioni di contenuti monitorati dalla piattaforma Buzzoole Discovery su Instagram, Facebook, Youtube, Twitter e TikTok nel 2020.

Instagram, Facebook e Twitter sul podio

I food influencer hanno un’audience per il 66,70% femminile, e per il 56,53% di età compresa tra i 18 e i 34 anni. Il canale maggiormente utilizzato per condividere contenuti è Instagram (75,64%), seguito da Facebook e Twitter. TikTok, in coda, ma sempre più in crescita, ha raggiunto 11.800 post solo nell’ultimo anno. Se sui social spopolano i video di ricette ‘step by step’ da poter replicare in casa anche la sostenibilità è un tema molto sentito, infatti sono sempre più presenti consigli per evitare sprechi in cucina e  ricette per riutilizzare in modo creativo gli scarti alimentari.

Da 10mila a più di 500mila follower

Gli influencer coinvolti per le campagne di questo settore sono molto eterogenei per dimensione e tipologia, con follower base che vanno dai 10mila a più di 500mila follower includendo spesso le Celebrity.  All’interno della categoria si trovano, dunque, non soltanto chef o appassionati di ricette ma anche creator che riescono a toccare discipline quali sostenibilità, sport, arte e intrattenimento. La maggior parte dei creator italiani in ambito food sono donne (+60,57%) mentre gli uomini rappresentano circa un quarto del totale (39,43%). L’86% dei food influencer rientra nella categoria micro e medium (dai 10 mila ai 100 mila follower). Il resto del mercato è composto da social star e celebrità.

Beverage, il 56% dei contenuti ha come focus il vino

Nell’ultimo anno anche il settore Beverage ha riscontrato molto interesse: i contenuti generati hanno raggiunto quota 311mila, con un incremento del +36% rispetto all’anno precedente. In particolare, il 56% dei contenuti ha come focus il vino, tema in forte crescita con un incremento del +29,10%. I wine influencer in Italia sono così popolari da rappresentare il 68% del totale dei creator che trattano di beverage. In generale, gli influencer italiani che parlano di drink sono principalmente uomini (56%), mentre le donne rappresentano oltre il 40%. L’audience è per il 64% femminile con un’età compresa tra i 25 e i 44 anni, e suddividendo per fasce di follower, se i Novice e Micro creator (10-30mila follower) risultano più numerosi (69,12%), le Social Star (più di 200mila follower) rappresentano il 4,78%.

Connessi con il mondo e meno soli: ecco perché gli italiani si affidano ai social

La pandemia e i conseguenti lockdown ci hanno fatto sentire più soli e distanti, anche dal mondo che ci circonda: pare proprio che sia stata questa sensazione di isolamento a spingere un numero crescente di italiani ad affidarsi ai social network e agli influencer che li popolano. Negli ultimi mesi, segnala a questo proposito un recentissimo studio condotto da Kaspersky, si sono diffuse in maniera esponenziale le relazioni unilaterali, dette anche “parasociali”. In sintesi, ci siamo fatti degli amici virtuali. L’analisi rivela che circa la metà (43%) degli utenti italiani di social media, ritiene che gli influencer costituiscano “una fuga dalla realtà”. Il 19% degli italiani pensa di sentirsi “amico” degli influencer che segue e circa il 26% invia messaggi privati ai personaggi che segue sui social. Nonostante la natura in gran parte virtuale di queste relazioni, il 28% degli utenti italiani di social media ha affermato di aver incontrato alcuni influencer anche nella vita reale. 

L’utenza è soprattuto composta da giovani

La percentuale di quelli che si sono affidati ai social media per mantenere una connessione con il resto del mondo aumenta se se si guarda ai giovani di età compresa tra 18 e 34 anni, con il 74%. Rispetto agli altri Paesi europei, sono i tedeschi (66%) e gli spagnoli (62%), che come gli italiani, hanno dichiarato di aver trovato nei social media un modo per rimanere connessi con il mondo. Durante la pandemia, infatti, i social media hanno rappresentato una vera propria boccata d’aria per molti italiani: il 63%,, infatti, ha affermato che i social media hanno costituito per loro una “connessione vitale” in questo periodo difficile.

Attenzione all’eccessiva condivisione

Bisogna però imparare a bilanciare mondo reale e mondo virtuale, concedendo a quest’ultimo solo informazioni e dati consapevoli. Come precisa Morten Lehn, Managing Director Northen Europe di Kaspersky, “Nonostante il 22% degli italiani sia attivo sui social media da più di un decennio (il 56% se guardiamo al resto del mondo), molti di noi stanno ancora cercando di capire come bilanciare gli aspetti positivi dei social media con quelli negativi. Oggi ci troviamo in una nuova era in cui le relazioni virtuali stanno diventando la norma. Le relazioni unilaterali possono spesso portare a una condivisione eccessiva di contenuti sui social media, perché le persone cercano di far evolvere sempre di più questi rapporti. Si tratta di un comportamento che può portare a conseguenze negative e impreviste: tentativi di hacking e phishing, doxing e bullismo, shaming online, e molto altro ancora. È comprensibile che con i vari lockdown vissuti nell’ultimo anno le persone tendano ad instaurare relazioni online e parasociali per combattere solitudine e noia, ma è importante essere consapevoli delle conseguenze a cui l’eccessiva condivisione online può portare, e adottare un approccio più equilibrato”.