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IoT e RFID al centro della quarta rivoluzione industriale

Alla base della quarta rivoluzione industriale c’è l’innovazione tecnologica, in particolare, l’Internet of Things (IoT) basato sull’RFID (Radio Frequency Identification), che attraverso l’uso delle radiofrequenze consente di identificare e tracciare in modo automatico e univoco ogni oggetto o prodotto su cui è stata applicata l’etichetta. Grazie alla sua capacità di aprire opportunità inedite per aziende di produzione e retailer l’RFID sta vivendo un nuovo slancio, ed entro il 2021 saranno 25 miliardi gli oggetti taggati con RFID, e quindi connessi all’IoT. Ma come emerge dal progetto di GS1 Italy, condotto con l’RFID Lab dell’Università di Parma, se le prospettive sono rosee e le possibilità enormi stanno emergendo anche i problemi.

Un mondo sempre più connesso, trasparente e sostenibile

“Chi ha implementato e sta utilizzando la tecnologia RFID riconosce il grande valore che crea, portando informazioni in tempo reale sullo stato degli oggetti, per ottimizzare i processi, ridurre gli sprechi, aumentare le vendite e migliorare i livelli di servizio – spiega Antonio Rizzi, full professor, industrial logistics & supply chain management dell’Università di Parma -. In un futuro prossimo l’applicazione e l’evoluzione delle tecnologie IoT apriranno orizzonti finora inesplorati, abiliteranno nuovi paradigmi di supply chain, e ci aiuteranno a costruire un mondo sempre più connesso, trasparente e sostenibile”.

Serve uno standard condiviso

Ma senza standard condivisi l’RFID in sé non abilita la piena interoperabilità tra sistemi e la scalabilità dei progetti. Nel momento in cui il business aumenta, e ci si interfaccia con nuovi clienti e mercati di scala sovralocale, l’adozione da parte delle aziende di sistemi proprietari diventa inefficace e insufficiente.
“È per questo che GS1 ha sviluppato l’Electronic Product Code (EPC), uno standard che identifica in modo univoco e inequivocabile i singoli prodotti”, spiega Linda Vezzani, GS1 visibility and RFID standards specialist di GS1 Italy. In pratica l’EPC è una sorta di codice fiscale di ogni prodotto, che permette di identificarlo in modo univoco, catturare le informazioni lungo tutta la catena di approvvigionamento e renderle disponibili attraverso le onde radio.

Grandi potenzialità per le aziende: tre case history

Le potenzialità dell’utilizzo della tecnologia RFID con standard GS1 condivisi sono enormi, e i risultati per le aziende capofila di questo approccio sono interessanti. Qualche esempio? La case history di Decathlon, che ha adottato lo standard EPC/RFID a livello di item su tutti i prodotti presenti negli store, e del Gruppo Bonterre, che l’ha applicato su ogni unità logistica. In entrambi i casi sono stati raggiunti benefici in termini di aumento della visibilità lungo la supply chain, della produttività, dell’affidabilità e del controllo degli stock di magazzino. Significativo anche il caso del Giappone, dove nel 2017 il governo ha avviato una sperimentazione con l’obiettivo dichiarato di arrivare a inserire il tag RFID su tutti i prodotti entro il 2025, abbassandone il costo a circa uno yen.

Boom di dati personali rubati sul web: +56,3% in un anno

Nella prima metà del 2021 sono stati oltre 1 milione gli alert ricevuti da utenti italiani relativamente a un attacco informatico ai danni dei propri dati personali, il 56,3% in più rispetto alla precedente rilevazione dell’Osservatorio Cyber di CRIF. In particolare, l’analisi di CRIF si focalizza sugli alert relativi a informazioni ritrovate sul dark web, all’interno del quale circolano indebitamente miliardi di dati. Il primo semestre 2021 registra infatti una crescita del +18% dei dati trovati sul dark web rispetto al secondo semestre 2020. Tanto che gli utenti allertati in Italia per dati rilevati sul dark web sono il 72,9%, a fronte di un 27,1% rilevato sul web pubblico.

Telegram è sempre più una sorta di luogo di incontro virtuale per hacker

Gli ambienti in cui viene scambiata la maggior quantità di dati rubati sono forum, blog e piattaforme di messaggistica. E oltre a motori di ricerca specifici, Telegram sta diventando sempre più una sorta di luogo di incontro virtuale per hacker. Sul dark web, poi, pacchetti di migliaia di credenziali e informazioni personali vengono vendute clandestinamente anche a meno di 50 euro. E non mancano scambi di dati con una valenza finanziaria, come carte di credito e IBAN. Per le carte di credito, nel 94,5% dei casi rilevati, sono presenti dati completi di cvv e data di scadenza, in metà dei casi abbinati correttamente, anche a nome e cognome del titolare.

I dati più vulnerabili che circolano sul dark web

Nel primo semestre 2021 i dati personali che prevalentemente circolano sul dark web sono password, indirizzi email individuali o aziendali, username, i numeri di telefono. Anche nome e cognome rientrano nella top 5 dei dati più vulnerabili. Queste informazioni potrebbero essere utilizzate per compiere truffe, ad esempio attraverso phishing o smishing. Inoltre, in quasi 9 casi su 10 è stato intercettato l’abbinamento tra username e password, con un elevatissimo rischio di intrusione nelle aree riservate delle vittime.

Gli account più violati e le finalità di utilizzo

Le credenziali rubate possono essere utilizzate per varie attività indebite, come entrare negli account delle vittime, utilizzare servizi in modo abusivo, inviare email con richieste di denaro o link di phishing, inviare malware o ransomware, allo scopo di estorcere o rubare denaro. Quasi la metà degli account rilevati (46,6%) è relativa ad ambiti di intrattenimento, soprattutto account di giochi online e dating. Al secondo posto si posiziona il furto degli account di forum e siti web (20,8%), al terzo gli account di Servizi streaming (18,7%), e al quarto quello di account di social media (13,7%) come Facebook, Twitter, Instagram, LinkedIn, che possono portare a tentativi di truffe e furti di identità con pesanti conseguenze per la vittima. I database aziendali rappresentano, invece, lo 0,2%, degli account rilevati.

Italiani sul web, attenti alla natura e meno al lavoro

Ci sono delle caratteristiche comuni tra gli utenti italiani del web e delle differenze rispetto a chi non naviga? La risposta è sì, almeno per quanto emerge dal Report trimestrale dell’Osservatorio SevenData-ShinyStat, progetto nato con l’obiettivo di analizzare l’andamento degli interessi degli italiani sul Web. Dai dati si scopre che i nostri connazionali in rete hanno un’attenzione particolare verso l’umorismo (+15% tra maggio e agosto), gli animali (+5%) e la natura (+44%). Rispetto a chi non frequenta il mondo del web, risultano più individualisti sotto il profilo fisico, però non si sentono soli né depressi.

L’occupazione? Non preoccupa più di tanto

Nel vissuto degli italiani in Rete, risulta che la rilevanza del mondo del lavoro, intesa come propensione a programmare piani di carriera, nell’ultima osservazione non era sentita come fattore prioritario (-9%).  “Dall’analisi del mood dei navigatori in Rete restituita dalla quarta wave dell’Osservatorio – dichiara Fabrizio Vigo, co-founder e ceo di SevenData – emerge la figura di un italiano con grande voglia di svago, meno preoccupato del fronte occupazionale e più orientato alla valorizzazione dell’ambiente (natura e animali) senza fare venire meno l’attrazione per tutto ciò che è web, online communities comprese. Siamo dell’idea, d’altra parte, che i dati rilevati fotografino una maggiore leggerezza degli italiani, seppur con trend non ancora del tutto assestati. In altre parole, l’uscita dalla pandemia deve essere ancora metabolizzata per diventare del tutto consapevolezza strutturale di un nuovo inizio, ma i segnali sono fortemente incoraggianti. Riteniamo quindi che anche le prossime edizioni dell’Osservatorio risentiranno probabilmente di un’instabilità dell’atteggiamento degli italiani che può essere considerata fisiologica in base a una situazione socio-economica attualmente ancora in fase di consolidamento”. 

Community, social e news gli ambiti preferiti

Ma cosa fa sul web l’italiano? Innanzitutto si svaga e si informa. Il report sottolinea che i macro-argomenti preferiti e quindi maggiormente frequentati sono le community online (+5%) e i social network (+23% ). Per quanto riguarda i media online, gli intervistati sono interessati a news (+15% ), quotidiani (+24%) e radio (+30%). Sempre sul lato media è in forte ripresa l’interesse per la Radio (+30%) ed i Quotidiani (+24%). Dal punto di vista dei contenuti invece, vanno per la maggiore i Film classici (+46%), i Docufilm (+41%), le Notizie Locali (+2%), , le Sports News (10%), la Tv Fiction (+8%) e la Stampa specializzata (+14%). In negativo invece, la Tv per ragazzi (-6%) le news finanziarie (-31% ), i reality shows televisivi ( -54%) la Sitcom (-4%), i Talk Shows (-32%).

Italiani ancora “digiuni” di competenze digitali

Anche se Internet ormai fa parte della nostra quotidianità, per gran parte dei nostri connazionali le competenze digitali restano… un miraggio. Solo un italiano su 2, infatti, è in grado di cavarsela con il web e le sue dinamiche. Lo rivela  il Digital Skill Voyager,  il nuovo strumento per la valutazione delle competenze digitali offerto gratuitamente dai PID – Punti Impresa Digitale delle Camere di commercio. Entrando nel merito dei risultati di questo test, che ha coinvolto oltre 2mila tra studenti, lavoratori e manager, si scopre che solo 3 su 10 possono definirsi coach e addirittura soltanto il 3,8% della popolazione è leader e vanta competenze digitali avanzate. Insomma, c’è ancora molto da fare, come sottolinea anche il presidente di Unioncamere, Andrea Prete: “L’Italia sta affrontando a grande velocità la transizione digitale. Per portarla a pieno compimento, però, non bastano le tecnologie, serve il capitale umano che sappia utilizzarle, arricchendo ed innovando il proprio lavoro quotidiano. Occorre lavorare ancora di più, quindi, sulle competenze dei singoli cittadini e delle imprese, ambito prioritario di intervento dei Pid delle Camere di commercio”. 

Più alto il titolo di studio migliori le competenze

Qualche competenza in più sembrano averla i laureati che, in 4 casi su 10, rientrano nelle categorie dei coach digitali o degli e-leader a fronte del 21,6% dei diplomati. Certo è che anche tra quanti posseggono un titolo di studio elevato o addirittura un post-laurea i neofiti e gli allievi digitali sono ancora oltre la metà. 
Se il 51,3% degli impiegati, che rappresentano il gruppo più cospicuo di persone che si sono cimentate con il Digital Skill Voyager (43,5%), è solo “allievo” digitale, oltre un terzo vanta competenze di medio-alto livello. I manager (che sono il 9,2% dei partecipanti al test) mostrano una preparazione più avanzata, con il 43,7% che raggiunge i livelli di coach e e-leader (ma anche un 44,3% di “allievi”). Peggiore il posizionamento degli imprenditori (che sono l’11% dei 2mila partecipanti): più del 70% è alle prime armi con Internet (20,5% i neofiti, 51,5% gli allievi) e solo il 28% ha abilità superiori.

Cos’è Digital Skill Voyager

Digital Skill Voyager è un test online, impostato con le tecniche della gamification. Il viaggio che l’utente si trova ad affrontare nel tempo è composto da cinque tappe: Era Preistorica: Digitalizzazione di base. Era antica: Comunicazione e condivisione. Era medioevale: Pensiero computazionale e Coding. Era moderna: Tecnologie digitali e le loro applicazioni. Era futura: Innovazione e Sostenibilità.  Alla fine del percorso, in base alle risposte fornite, si ottiene una valutazione che consente di scoprire in quale area si è collocati: neofita digitale, allievo digitale, coach digitale oppure un digital-leader. 

Green Pass, occhio alla truffa che arriva via WhatsApp

I criminali informatici sono sempre attentissimi all’attualità e ai temi che più interessano l’opinione pubblica, così da sfruttarli a loro favore e far cadere nella trappola gli utenti sprovveduti. Non poteva mancare, quindi, una truffa legata al Green Pass, l’argomento più sentito dell’estate. Il Codacons ha già inviato un’allerta in merito a una frode che “viaggi” attraverso WhatsApp, l’app di messaggistica più diffusa al mondo. Insomma, bisogna stare attenti non solo alla propria salute, ma anche ai messaggi che si ricevono sul proprio telefonino.

Link pericolosi da non aprire

Sulla base delle segnalazioni ricevute, il Codacons rivela che in queste settimane molti utenti stanno ricevendo un messaggio: “In questo link puoi scaricare il certificato verde Green Pass Covid-19 che permette di muoversi liberamente in tutto il territorio nazionale senza mascherina”. Si tratta di un messaggio assolutamente falso. La truffa è stata ideata per acquisire dati personali e coordinate bancarie. Infatti, cliccando sul link l’ignaro utente viene catapultato su una finta pagina istituzionale con numerosi loghi simili agli originali. Proseguendo nella navigazione sul sito, all’utente viene chiesto di inserire i propri dati bancari/personali con l’obiettivo di usarli fraudolentemente. Insomma, in pochissimo tempo dall’introduzione del Green Pass sono partite vere e proprie operazione truffaldine, che fanno leva sull’inesperienza degli utenti. ovviamente la prima indicazione è quella di non aprire assolutamente il link, ma anzi di segnalare simili iniziative alla Polizia Postale.

Il Green Pass, quello vero, si ottiene così

Per ottenere il Green Pass “vero” è necessario essersi sottoposti almeno alla prima dose di vaccino, oppure aver fatto un tampone dal risultato negativo nelle 48 ore prima oppure essere guariti dal Covid-19 da non più di sei mesi. Il documento si scarica unicamente attraverso i canali ufficiali attivati dal Governo.

Commercio di Green Pass contraffatti

Oltre alle truffe informatiche, che rimandano a siti in grado di rubare i dati sensibili degli utenti in buonafede, si è aperto sul web un vero e proprio mercato di documenti contraffatti (e ovviamente illegali). Ad esempio sul social Telegram sono già stati individuati soggetti che vendono Green Pass falsi a una prezzo compreso fra i 100 e i 200 euro. Si tratta di una pratica fraudolenta e rischiosa, anche perché tutti i soggetti abilitati (compresi i proprietari e gestori di locali aperti al pubblico, oltre che le forze dell’ordine) possono verificare la veridicità e l’autenticità del documento utilizzando l’apposita app di verifica nazionale.

Gli italiani over 60 italiani sono sempre più tech

Gli over 60 italiani non hanno paura delle nuove tecnologie, anzi: le gestiscono sempre di più, in assoluta autonomia. La fotografia del rapporto fra la generazione d’argento e il mondo hi-tech è stata scattata da AstraRicerche per conto di Emporia, produttore di smartphone, app e feature phone per la generazione over 60, e ha riservato numerose sorprese. Innanzitutto, anche gli italiani più “grandi” sono in grado di prendere decisioni autonome in termini di acquisto e supporto nell’utilizzo dei dispositivi mobile: anche senza aiuti di figli e nipoti, le persone anziane decidono per sé e si autogestiscono. I dispositivi cellulari sono infatti diventati una seconda natura per gli anziani. E rappresentano uno strumento importante non solo per combattere la solitudine, ma anche per affrontare tutti gli impegni della vita quotidiana.

Alla tecnologia ci penso io

Qualche dato che conferma questo cambiamento epocale, e che chi opera nel settore dovrà tenere presente: il 65,1% degli intervistati dichiara di aver completato il processo di acquisto del proprio dispositivo telefonico mobile da solo. Mentre solo il 24,5% degli intervistati dichiara di aver lasciato l’onere a figli o parenti di altro grado. Però, nonostante questa disinvoltura, le informazioni necessarie a completare l’acquisto rimangono comunque prerogativa di persone terze. Infatti il 30,3% del campione intervistato si affida per consigli e suggerimenti a parenti e amici. Seguito da un 27,6% che si lascia guidare dal personale di vendita. Con internet, che lascia intendere una ricerca autonoma da parte del senior, al 20,7%. In ogni caso dai dati risulta che solo una piccola parte dei senior si disinteressa totalmente al processo di acquisto (17,2%), evidenziando una centralità delle persone over 60 nell’intero processo decisionale. Un po’ diverso è invece il discorso relativo al primo utilizzo del nuovo device:  il 51,9% degli intervistati ha infatti dichiarato che, nei primi momenti di uso del loro cellulare, non ha avuto bisogno di aiuto, mentre il 39,7% si è affidato ai parenti.

Lo smartphone preferito rispetto a modelli “facili”

Gli italiani più in là con l’età non hanno paura nemmeno dei modelli più recenti. Ne è conferma il fatto che il 71,1% del campione preferisce un modello con tastiera touch e funzionalità integrate rispetto al tradizionale telefono clamshell o con tasti fisici. Inoltre questa percentuale si compone principalmente di senior nella fascia di età più giovane, che va dai 65 ai 74 anni. Solo il 10,5% di intervistati invece dichiara di non possedere alcun dispositivo mobile. E chi non ce l’ha – in prevalenza over 75 – afferma che la scelta è motivata dalla scomodità e dai prezzi alti. Anche le app non suscitano nessun timore, specie se si tratta di quelle di messaggistica che hanno permesso di non avvertire la solitudine nel locakdown: il 70,2% le utilizza senza problemi.

Covid-19 e informazione, Tv e internet le fonti principali

Da quando è iniziata la pandemia la principale fonte di informazione sul Covid-19 finora sono stati la televisione e internet. Il 42,7% degli italiani ritiene poi di avere un ottimo livello di conoscenze sulla vaccinazione contro il Covid-19, mentre per il 23,3% il proprio livello di conoscenza è scarso o sufficiente, e circa un terzo lo considera discreto.  Si tratta di alcuni dati evidenziati dall’indagine condotta dall’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) e la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa su un campione di oltre 12.300 italiani.

Gli over 65 si considerano i più sicuri delle proprie conoscenze

Se la fonte di informazione principale sul Covid-19 finora sono stati la tv (66,6%) e internet (45,3%), a sentirsi più sicuri delle proprie conoscenze risultano gli over 65 (48,7%), mentre a considerarsi più disinformati sono gli intervistati di età compresa tra i 45 e i 54 anni (26,9%). Nel prossimo futuro però la maggior parte degli italiani vorrebbe poter ottenere maggiori informazioni sul Coronavirus, in particolare sui vaccini anti-Covid, su come funzionano e sugli eventuali effetti collaterali. Ma di chi vorrebbero essere più informati? Direttamente dalle istituzioni sanitarie (54,6%), riporta una notizia Ansa, oppure da medici di medicina generale e pediatri di libera scelta (45,5%), o da medici specialisti (34,5%).

Vaccinarsi si o no? Dipende dall’efficacia del vaccino, ma non solo

L’indagine inoltre ha analizzato i fattori che possono aumentare la propensione a vaccinarsi, come il tempo necessario a vaccinarsi o le modalità di prenotazione. Dall’indagine quindi è emerso che la probabilità di vaccinarsi tra gli intervistati aumenta quando il luogo della somministrazione del vaccino è più accessibile e facilmente raggiungibile, oppure quando l’efficacia del vaccino è maggiore, il tempo necessario per vaccinarsi è minore, e quando l’appuntamento per la vaccinazione è comunicato e confermato automaticamente, a meno di cancellazione.

Gli interventi suggeriti per aumentare l’adesione alla campagna vaccinale

Sempre secondo l’indagine, al contrario, la propensione a vaccinarsi cala quando il rischio di effetti collaterali è maggiore e la maggioranza della popolazione è contraria alla vaccinazione. Tra gli interventi suggeriti per aumentare ancora di più l’adesione alla campagna vaccinale, oltre a inserire nei siti web regionali e aziendali una sezione informativa sull’efficacia e i rischi dei vaccini, “ci dovrà essere senz’altro una strategia di comunicazione mirata, condivisa e unica, semplice e comprensibile anche a chi è meno istruito”, commenta Sabina Nuti, rettrice della Scuola S. Anna di Pisa.

Mercato podcast, in Italia cresciuto del 15% in un anno

Il podcast è giovane: questa modalità di fruizione di contenuti piace soprattutto alla fascia d’età 18-24 anni, che attraverso questa modalità ricerca in particolar modo approfondimenti sui più diversi temi. E’ quanto emerge dalla ricerca annuale Nielsen per Audible, presentata in questi giorni. Ma non solo: il podcast continua a crescere, conquistando sempre nuove fasce di mercato. I contenuti audio di qualità in Italia segnano infatti un balzo in avanti significativo: nel 2020 i cosiddetti “podcaster” sono stati quasi 14 milioni, il 15% in più sui circa 12 milioni del 2019. Ma chi sono gli “ascoltatori”? Si tratta di persone che hanno ascoltato almeno un podcast durante quest’anno, in cui pandemia e il conseguente lockdown hanno accelerato i consumi digitali. Di questo i podcast hanno beneficiato – per un utente su quattro è cresciuto il consumo digitale di questi contenuti audio – delineando una “nuova normalità”: la maggior parte delle persone che ha aumentato la frequenza di ascolto di podcast durante il primo lockdown ha infatti poi mantenuto lo stesso livello di ascolto anche successivamente. Segno che la nuova abitudine si è consolidata nel comportamento quotidiano degli italiani.

I contenuti preferiti

Quali sono però i contenuti più ascoltati? Tra gli argomenti in crescita rispetto al 2019 troviamo news e attualità, approfondimenti tematici (apprezzati soprattutto dalla fascia più giovane di ascoltatori, dai 18 ai 24 anni), formazione e self-help. Anche i contenuti per bambini, utilizzati come intrattenimento dalle famiglie in questo particolare momento storico, hanno incrementato i risultati positivi. Del resto in vetta alla classifica dei motivi per cui ascoltiamo podcast c’è il bisogno di informarsi (dato in forte crescita rispetto al 2019), e a seguire il relax e il desiderio di scoprire nuovi contenuti che possano appagare la propria voglia di crescita. La ricerca di divertimento invece accomuna la fascia più giovane di ascoltatori (18-24 anni).

Cresce anche il tempo dell’ascolto

Parallelamente all’utilizzo, aumenta rispetto al 2019 anche il tempo di ascolto:  ogni sessione dura in media quasi 25 minuti (in crescita rispetto ai quasi 23 del 2019), mentre i più appassionati, i cosiddetti ‘heavy users’ dedicano oltre 30 minuti di ascolto a sessione (contro i 27 del 2019). Ancora, è in aumento il numero di coloro che ascoltano questo tipo di contenuti ogni giorno (6%), mentre è stabile rispetto all’anno passato la frequenza,  con il 28% degli intervistati che ascolta un podcast almeno una volta alla settimana. Non sorprende infine che sia la casa – a maggior ragione in questo anno anomalo – sia il luogo preferito per ascoltare podcast.

Pc e tablet, nel 2020 -7% le vendite globali

Nonostante il mercato dei pc abbia subito l’impatto della crisi da Covid-19 dal secondo al quarto trimestre dell’anno in corso si prevede che il calo delle spedizioni sia inferiore rispetto al primo trimestre. Canalys ha analizzato l’andamento delle vendite globali di pc, tablet e notebook, confrontando il primo trimestre del 2020 con il 2019. E prevede che le vendite globali di pc e tablet nel 2020 diminuiranno del 7%, passando da 395,6 milioni di unità nel 2019 a 367,8 milioni. Al contrario dei notebook, che nel periodo del lockdown hanno registrato impennate nelle vendite.

Calo minore delle spedizioni negli ultimi tre trimestri del 2020

Il minore calo nelle spedizioni negli ultimi tre trimestri del 2020 secondo Canalys è dovuto principalmente al ritorno a una “sana” catena di approvvigionamento e di base produttiva in Cina, che servirà una domanda concentrata in segmenti come il lavoro a distanza e l’istruzione online. Tuttavia, l’impatto recessivo del coronavirus sulle economie globali non sarà minore, e i consumatori, le imprese e i governi daranno la priorità alle spese più urgenti rispetto all’aggiornamento dei computer.

Notebook, desktop e tablet a confronto

“I notebook sono stati al centro di un’impennata della domanda che ha lasciato in difficoltà venditori e partner di canale – ha affermato Ishan Dutt, analista di Canalys -. Prevediamo che questa domanda persista, dato che molte aziende costrette a lavorare a casa hanno riscontrato successo e stanno scegliendo di implementarla su larga scala. Lo stesso vale per l’istruzione, in cui le scuole hanno fatto investimenti nei curricula digitali e stanno implementando solo ritorni parziali all’apprendimento locale.

L’aggiornamento del desktop – continua Ishan Dutt – soffrirà in misura maggiore, poiché le aziende incontrano una prolungata incertezza sulla portata delle loro operazioni e sulle esigenze di spazi per uffici dedicati”.

I tablet, poi, fanno maggiormente affidamento sulla spesa dei consumatori, e dovranno affrontare il crollo della domanda per le festività del quarto trimestre.

La spesa per soluzioni tecnologiche sarà un fattore chiave per la ripresa

Guardando oltre, ci sono alcuni motivi per cui i fornitori devono essere ottimisti, poiché durante la pandemia è emersa l’importanza dei pc. “Covid-19 ha dato una spinta all’industria dei pc – ha commentato Rushabh Doshi, direttore della ricerca di Canalys -. Nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni da smartphone e tablet, la necessità di un dispositivo mobile computing ad alte prestazioni non è mai stata più pronunciata. Man mano che i Paesi emergono da questa crisi e dalla conseguente crisi economica, la spesa per soluzioni tecnologiche sarà un fattore chiave per il recupero”.

Canalys prevede qundi che il mercato globale dei pc tornerà alla crescita del 2% nel 2022, con le spedizioni di desktop e notebook che supereranno la debolezza prolungata nello spazio dei tablet. Anche se una modesta ripresa rispetto a un debole 2020 non vedrà il mercato dei pc tornare ai massimi del 2019 per alcuni anni.

Facebook, fuga di informazioni: online i dati di 267 milioni di utenti

Facebook potrebbe essere nei pasticci? O meglio, potrebbero esserlo milioni di suoi utenti? Forse sì. Il colosso informatico sta infatti indagando su una potenziale fuga di dati personali di 267 milioni di utenti. L’ha riferito un esperto di cybersicurezza, secondo quanto riferisce l’agenzia di stampa France Presse.

“Stiamo analizzando il problema, ma pensiamo che si tratti di informazioni ottenute prima delle modifiche effettuate negli ultimi anni per proteggere meglio i dati delle persone”, ha dichiarato un portavoce del social network. Secondo il ricercatore Bob Diachenko e il sito internet Comparitech, i nickname, i nomi e i numeri di telefono di 267 milioni di utenti, per lo più statunitensi, sono finiti sul dark web, dove sono stati utilizzati in diverse e varie operazioni di spam. Ancora più grave è che questi dati potevano essere consultati liberamente in rete, senza nemmeno la necessità di dover ricorrere a qualche sistema di autenticazione.  Il database è rimasto online per circa due settimane, dal 4 al 19 dicembre, ed è risultato scaricabile anche tramite un forum hacker. Solo dopo questo lasso di tempo il provider che lo ospitava lo ha rimosso, sopratutto dopo segnalazioni pressanti dei ricercatori.

Operazione di scraping?

Anche se non è sicuro come questo data base sia stato violato, il sito Comparitech da delle ipotesi attendibili. Come scrive anche l’Ansa, i dati potrebbero essere stati estrapolati dalla piattaforma legata gli sviluppatori di applicazioni (API). Oppure il data base potrebbe esser stato attaccato attraverso una operazione di scraping. Lo scraping è una specifica tecnica del web, che permette di attingere e di estrarre dei dati da un sito utilizzando dei software specifici. Nell’archivio erano contenute informazioni sensibili come lo ‘user ID’, che identifica l’utente, nome e numero di telefono.

Non è il primo “incidente” di questo tipo

Per Facebook non si tratta di una prima volta. Tutti ricordiamo lo scandalo legato a Cambridge Analytica, ma già a settembre scorso era capitato un caso analogo, addirittura peggiore di quest’ultimo. Un ricercatore ha infatti fatto emergere un database enorme: 419 milioni di dati collegati agli account del social network.

Un nuovo sistema operativo per il social?

Forse anche per mettersi al riparo da questo tipo di pericoli, il social – oltre a invitare i suoi utenti a utilizzare i sistemi di privacy messi a disposizione – starebbe lavorando alla creazione di un suo sistema operativo totalmente “made in Facebook”.